La scabra semiosi di un universo folle: Introduzione al Mondo di Idolo Hoxhvogli

I.Hoxhvogli, Introduzione al mondo, Scepsi e Mattana 2011
I.Hoxhvogli, Introduzione al mondo, Scepsi e Mattana 2011

Di SONIA CAPOROSSI

Non vi è che questo pullulare di moribondi affetti da longevità, tanto più detestabili in quanto sanno organizzare così bene la loro agonia.

Emile Cioran, La caduta del tempo

Presso i Romani con satira si intende una poesia che ora ha carattere denigratorio ed è composta per colpire i vizi umani secondo la maniera della commedia antica: tale fu quella che composero Lucilio, Orazio e Persio.

Diomede Grammatico, Grammatici Latini, I, 485

La parola vera è una particella d’amianto che le sviluppa dentro una necrosi irreversibile, perché Bocca non ha saputo ascoltare.

Idolo Hoxhvogli, Introduzione al mondo

Libro arrivato fra le mie mani in modo quasi inaspettato, generando in me da subito curiosità e meraviglia, Introduzione al mondo – Notizie minime sopra gli spacciatori di felicità del giovane filosofo e scrittore d’origine albanese Idolo Hoxhvogli (Scepsi e Mattana, Cagliari, 2011), mi ha dato, fin dai primi scorci, l’impressione di consistere in un’enorme fiaba di argomento morale scritta apposta, più che per indurre il sonno, per svegliarsi, composta com’è da una sequenza apparentemente indeterminata di aneddoti parabolici, affastellati uno sull’altro secondo il vecchio adagio dantesco dell’anagogia. Ed è proprio l’accumulo di sovrasensi progressivamente a manifestarsi, fra le pagine del libro, operando una dissimulazione del significato immaginifico dei personaggi e degli oggetti che vi vengono elencati, dissimulazione il cui intento, in realtà, è pienamente appalesante, attraverso la tecnica del frammento narrativo e dello scorcio improvviso di derivazione nietzschana.

Il libro è diviso in tre sezioni: La città dell’allegria, Civiltà della conversazione, Fiaba per adulti, che comprendono al loro interno, fra le altre cose, anche le potenti riscritture di tre testi d’autore, La legge in città di Franz Kafka, Rovesciando di Paul Eluard, L’impianto del porco di Walter Benjamin. Ed è interessante, quasi enigmatico notare come Hoxhvogli si mantenga costantemente furente nel contenuto ma virtualmente mite nella forma.

Nella prima sezione, infatti, l’autore si lancia in una semiosi apocalittica della nostra oberata civiltà massmediale. L’urlo allegria! di bongiorniana memoria assurge a rappresentazione ironica dello speaker televisivo come totem, quasi fosse il surreale simbionte del Padrone di cui Goffredo Parise, nell’omonimo romanzo del 1965, delineava le sordide strategie svilenti di potere. Volendo divertirsi a interpretare le tre fiere, Il Padrone la cui voce viene diffusa in ogni angolo della città dagli altoparlanti che invadono ogni luogo ed ogni istante del vivere civile è certamente lui: Silvio Berlusconi, più avanti infatti definito dall’autore stesso “il sindaco Bunga”.

All’inizio il sindaco volle incitare gli abitanti ad essere felici” (p. 15): come non ricordare a queste parole che in TV, all’inizio degli anni Ottanta, Berlusconi avviò una tale operazione correttiva, una sorta di make up estetico e di gusto nei confronti del pubblico televisivo italiano concedendogli la vista di ampi scorci di corpo femminile in trasmissioni come Drive In? Non è un caso, insomma, che più avanti l’autore indugi in metafore sessuali più o meno esplicite a significare la decadenza morale della società italiana nella quale egli, nativo di Tirana, straniero ma non certo a se stesso, per passaggi di vita e “percorsi a senso unico” s’è trovato ad un certo punto ad abitare.

In questa sorta di lungo prose poem di derivazione a tratti simbolista, Hoxhvogli nelle pagine più dense, più emozionali e meno cerebrali indugia in un sofferto autobiografismo, facendo del suo arrivo in Italia potente allegoria della condizione del Migrante, come quando individua “il seme” di tale stato esistenziale nella “interpretazione della differenza come negativa” (p. 22), nel suo appartenere “all’altra riva, come loro appartengono a un’altra riva, perciò tutti apparteniamo a un’altra riva, e questo ci unisce” (p. 23). La storia della propria diversità a se stessi, autobiografica ma non agiografica, apologetica ma non stucchevole, riecheggia per certi versi le pagine migliori di Julia Kristeva sull’essenza dello straniero, ma qui essa è più drammaticamente contorta in un viluppo di significazione a rimando circolare, perché lo straniero è l’autore stesso, appunto, non straniero a se stesso, ma all’idea deviata che l’altro straniero da sé, identico a sé, ha di sé.

Così l’autore, nel fenomenologizzarsi di questa beffarda relazione, passa ad analizzare il noi, e ne vien fuori una descrizione niente male, che mi ricorda vagamente la malasanità asociale della figura dell’obeso di Baudrillard in Le strategie fatali, il quale, come scrive Hoxhvogli, “prega prima di mangiare, poi mangia come un maiale. Prega, ingrassa, poi butta e vomita” (p. 20); metafora, quest’ultima, dell’assurdità intrinseca ad un consumismo divenuto ormai fine alla consumazione di se stesso.

Quest’antropologia della ridondanza e della tradizione come tassello costruttivistico di una babele segnica ricade, per l’appunto, nella contrapposizione antidialogica dell’incomunicabilità, nella definizione di un consumismo coatto di culture e forme di vita che divorano se stesse, e dopo di sé, lasciano il nulla o se non altro, qualche rimasuglio di pepsina gastrica sul pavimento insozzato. Tant’è vero che “di tradizione in tradizione non si capisce più niente. Ognuno crede di avere ragione. E’ colpa di Dio, ha cambiato a tutti lingua dando una lingua a testa, e ogni testa fraintende l’altra” (p. 21). Ma se il Dio di cui si parla è il filosofo, ammettendo il politeismo ideologico a cui sembrano soggiacere gli pseudointellettuali delle chiacchiere da bar, ogni filosofo possiede un dialetto (e una dialettica) distinti: com’è possibile così comunicare?

Il libro, si sarà ormai capito, è percorso da parabole più caustiche e sibilline de  La mela di Odessa degli Area: si tratta di allegorie con un bestimmungsgrund etico soggetto ad ermeneusi libera, giacché il vero autore in genere è il lettore, cosa che del resto accade abitualmente quantomeno nelle opere letterarie dotate di una certa significanza. Altre volte, la narrazione assume la forma della storiella morale alla Gianni Rodari (il richiamo alla fiaba come genere nella terza sezione, pur nella melanconia in cui quest’ultima ci lascia a lettura ultimata, ne sia l’indizio concreto). Tuttavia il senso della prima parte del libro è ben chiaro: “la nostra città si fonda sull’altoparlante”, e per questo Hoxhvogli non si risparmia nel delineare l’architettura di un personalissimo sistema critico decostruente la perversa realtà sociale dell’Italia infame ed infamante in cui viviamo, attraverso l’esercizio parabolico, lo sperimentalismo in quanto commistione di generi, anche quelli del trattato scientifico e del manuale tecnico pratico, come accade specialmente nelle pagine centrali dedicate alla descrizione del funzionamento di un altoparlante tramite la formulazione delle sue criptiche concatenazioni logico – formali.

L’eterodirezione coatta dell’opinione pubblica italiana si rende evidente, infatti, con la propria struttura metaforica di base, nell’automatismo meccanico dell’altoparlante passivo, che rappresenta il soggetto umano deprivato della forza di replica perché adeguatosi giocoforza alla massa, controllato com’è  dall’Altoparlante Attivo, che rappresenta a sua volta gli organi di potere della TV e dei media, in questo colossale Panopticon italiano in cui ognuno è Grande Fratello a se stesso.

Usciti, per quanto possibile, dalla città dell’allegria, l’autore ci guida, nella seconda sezione, in una serie di riflessioni sul mestiere di scrittore e sulla mercificazione dei romanzi di successo: “leggere è perfezionare lo sguardo sul mondo e del mondo”, ci dice l’autore a p. 50, e allora comprendiamo che egli vuole suggerirci una visione della letteratura, oggi, il più possibile autonoma ed indipendente nei confronti delle leggi di mercato e della massificazione culturale.

In effetti, la contrapposizione fra la condizione dell’individuo e la massa, secondo i dettami di Ortega Y Gasset, sembra incontrarsi pienamente, in Hoxhvogli, col concetto della singolarità marcusiana nel recupero della propria dimensione non più una, com’era nell’ Uomo ad una dimensione, bensì unica; ed è tutt’altro paio di maniche: “mentre la calca turba, il singolo trebbia l’alfabeto di una lingua non opacizzata […] Il nuovo calcografo marca lo spazio e, segnando, lo interpreta senza ferirlo con incisioni definitive. La nuova calcografia svelle il disegno dallo spazio senza travisarlo, propone allo spazio figurazioni che ne rispettano le curvature” (p. 51). Questo passaggio è quasi un manifesto della scrittura dell’autore: il calcografo, figura simbolica, è lo scrittore stesso, o più precisamente, ogni singolarità umana che si trovi a calcare le proprie orme sulla nuda e dura terra in cui viviamo; fuor di metafora, egli si muove sinuosamente sui mille piani deleuziani della figurazione e del senso, e da quei piani, osserva, descrive e reinterpreta i rapporti di potere nella cui ragnatela restiamo tutti diuturnamente invischiati.

Qualche pagina avanti, si manifesta un delirio heideggeriano sul valore adorniano della merce, in cui vedo quasi una tematizzazione dell’arcinoto La vita contro la morte di Norman O. Brown: il nulla, nel saggio tendenziale di profitto rappresentato dal resto delle nostre esistenze, è la merda mercificata come denaro. E quanto vale la merda, sembra chiedersi l’autore, se come nulla è un nulla, ed ogni nulla in quanto tale è pur qualcosa?

Finora l’opera soddisfa, diverte e fa pensare. Andando avanti con la lettura, dopo la fascinazione iniziale, ci accorgiamo però che questo metodo di scrittura, pur ben congegnato, subisce un piccolo tracollo da reduplicazione di maniera: la pecca del libro consiste infatti, a mio avviso, nel progressivo, lineare trasformarsi della propria frammentarietà programmatica nel più conclamato ed assiomatico frammentismo. E tuttavia si succedono, pagina dopo pagina, fulminazioni verbali improvvise nel grigio fulgore dell’aneddotica morale, quando non pirandellismi filosofematici. Un cipiglio mite quello dell’autore, da Gesù Cristo non ancora crocifisso, che tuttavia nelle sue pagine migliori attacca e ferisce al cuore, anzi, alle viscere, come nelle parti dedicate alla descrizione di una sorta di girone neopasoliniano della merda, che sottintende un ritorno quasi originario al senso feroce ed istigato della satira luciliana, quella incazzata, di invettiva, mescolata ad arte con la cinica lucidità di Baudrillard e di Cioran.

Tuttavia, la critica alla società massmediale sembra venire attuata ancora in parte con gli strumenti sovversivi dell’analisi francofortiana, dissimulata sistematicamente dallo spostamento allegorico del testo. Si leggano ad esempio le pagine 68 e 69: “il detrattore del voyeur è il necrovoyeur. Il piacere del necrovoyeur è così grande che ne ha fatto una professione: l’opinionista televisivo”; e più avanti: “la telecamera riprende mezzobusto gli opinionisti terrestri di cronaca nera per non mostrare cosa succede sotto: indossano pantaloni bagnati, non per autoerotismo, ma per auto – autoerotismo. La fuoriuscita avviene da sé in presenza del necrooggetto di cui si nutrono le loro ossessioni”; come il telespettatore della pagina seguente, che si masturba di fronte alla scena gore – splatter di un criceto divorato da un gatto e trascinato al guinzaglio dal proprio sadico carnefice umano.

In seguito, l’autore effettuerà l’allegorizzazione dei meccanismi (a-)sistematici dei rapporti storici ed economico – finanziari, ed il libro prosegue con questo tenore fino al sopraggiungere, bel bella, di una frase rivelatrice, posta quasi nascostamente a p. 91 ma in cui il critico accorto, se vi si imbatte, scopre un microcosmo ermeneutico fondante: “l’ineluttabile logica cancerosa vuole il trionfo barocco della metastasi”. Sembra di sfuggita un’altra citazione tematica da Baudrillard (sempre da Le strategie fatali), ma ciò che mi colpisce è altro: qui traspare dal velo di Maya la metafora di cui è permeata la scrittura allegorica dell’autore, apparentemente misurata nel periodare breve ed esangue, in realtà ricolma d’affettazione e concettismi, dalla cadenza blasfema per il turgore semantico e la verbalizzazione eccessiva, talvolta autocompiacente, ma mai insignificante o inutile. Perché, del resto, altro stile di scrittura non era possibile, tenendo ferma la necessità contenutistica e formale della mimesi, dell’aderenza all’oggetto, a questa crassa teratologia tumorale la cui deformità, come nella perla irregolare del barrueco, rende scabra la superficie semiotica del folle mondo in cui nostro malgrado siamo stati gettati.

Un ritorno in vita così clamoroso del conte philosophique settecentesco di contenuto morale, in questa brutta epoca che non riusciamo più a chiamare nemmeno postmoderna, non poteva che assumere su di sé la vigorosità neobarocca più tragica: quella stessa in cui l’apparente semplicità della paratassi si sgretola nei complessi prismatismi semantici della parola letteraria come scenico colpo teatrale, da una parte, e accorata denuncia umana e sociale, dall’altra.

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9 pensieri riguardo “La scabra semiosi di un universo folle: Introduzione al Mondo di Idolo Hoxhvogli

  1. Non c’è più necessità di queste parole; stavo per scrivere opere, ma mi sembrava davvero una bestiata. Sondare nella decomposizione aumenta solo il nauseabondo. Cioran non scriverebbe più, se fosse ancora qui farebbe altro, forse occuperebbe il suo tempo per ascoltare musica, per volare alto ammirando quel che l’odore, a terra, nasconde. Aldo Nove nei suoi primi racconti aveva già disegnato tutto e con grande Poesia, ma anche lui oggi fa altro (farebbe…non so l’ho perso di vista). Con quali mani e quali piedi lavora l’anima? Sicuramente puliti e alzati dal terreno. Tu sei troppo brava per stare sempre lì, nella palta degli altri.

  2. Qualcosa mi dice che questo libro potrebbe innervosirmi. Io faccio fatica con le sovrabbondanti peripezie verbali, che sembrano inseguire il senso non cogliendolo mai. Ma la recensione è impeccabile.

    1. Ma il barocco, caro Jacopo, in questo libro è più che altro nei concettismi che esprimono la nostra epoca, perché barocca, appunto, è la nostra epoca.
      Io ho come l’impressione che il suo dar fastidio a molti (ho letto recensioni venefiche a riguardo) sia come una sorta di autopercezione del proprio orrore, perché la sua mostra delle atrocità è qualcosa a cui tutti purtroppo appartieniamo. Il problema è che non vorremmo sentircelo dire.
      Sonia Caporossi

  3. questo libro è uno spettacolo!
    Hoxvogli non è sicuramente un ballerino della penna e non scrive in punta d’inchiostro
    mi sembra d’aver percepito.

    1. Parecchi critici l’hanno definito futurista, forse sviati dallo strombazzare metaforico degli altoparlanti – macchina.
      Ma di futurista non ha un bel nulla. Neanche ideologicamente.
      Sonia Caporossi

  4. Aldo Nove scrive di Bigazzi il che mi fa pensare che abbia fatto male il prima che altri ritengono il “tutto già scritto”.
    Detto questo, perché negare agli altri il diritto all’espressione? Al lettore rimane sempre la scelta di leggere o non leggere. In tutta onestà sono più incuriosito dalle reazione a questa opera prima che non dall’opera stessa, probabilmente perché in quanto opera prima ancora non mi permette di capire dove voglia andare a parare la volontà di analisi (che c’è, non neghiamo l’evidenza) dell’autore giovane ma non sprovveduto.
    Del resto è pur vero, come dire Sonia Caporossi, che in un’epoca imbruttita è solo l’eccesso barocco la risposta. Ma tolti gli orpelli imbelletta(n)ti si vedono la materia e la sostanza della riflessione.

    1. A me il barocco piace, come categoria sovrastorica. Barocco era Gadda, barocco Manganelli, barocco in un certo senso Guido Morselli. Tre dei miei personalissimi fari, tre delle personalità che hanno detto di più – e meglio – in Italia. Barocco è stato anche Pasolini, in parte, ma non sempre al meglio, perché non lo sapeva gestire esteticamente, solo contenutisticamente (vedi Salò).
      Il barocco è un bene raro.
      Il barocco è una delle categorie cismoderne che hanno saputo saltare lo steccato, al contrario del classicismo. Il barocco non è orpello fine a se stesso, non è da confondersi col rococò e col barocchismo degenerato. Il barocco non è solo forma, ma anche contenuto. Col barocco si è detto e si dice. Tanto. Per questo io spererei che barocco sia anche il mio modo di fare critica.
      Perché il barocco è anche, e sostanzialmente, una delle categorie dell’impuro.

      Sonia Caporossi

  5. io il libro non l’ho letto, ma mi incuriosisce e vedrò di procurarmelo. Per quanto riguarda il BAROCCO voglio solo dire che nell’Arte è stato sinonimo di ricerca di libertà di espressione, ha rotto gli schemi e creato forme in movimento eppur immobili nel tempo e nello spazio, ha voluto sfidare le leggi della fisica e ha sfidato anche il terremoto….

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