Mitilanza #1 – gli spazi mobili della poesia, 25/26 febbraio 2017, La Spezia

Di SONIA CAPOROSSI *

La prima tavola rotonda di Mitilanza #1 – Gli spazi mobili della poesia, il convegno che ha raccolto più di cento poeti e critici da tutta Italia nell’ormai nota due giorni della Spezia (25-26 febbraio 2017), ha riguardato l’annosa questione generazionale della dipendenza filiale da padri putativi e modelli, presunti o meno. Nel corso degli interventi che si sono avvicendati è stato possibile evidenziare come l’argomento non sia nuovo, e non solo nelle sue cicliche declinazioni storico–letterarie, i cui riferimenti dovrebbero sorgere immediati, ma anche nei dibattiti degli ultimi anni, come se la questione generazionale non avesse mai davvero trovato una soluzione in un qualche parricidio di memoria platonica (“bisogna uccidere il padre Parmenide” è espressione ormai proverbiale per significare la necessità di un superamento di istanze filosofiche preesistenti i cui paradigmi sono ormai obsoleti). Infatti, negli ultimi tempi è avvenuta come una recrudescenza patologica del morbo della parrifilia, se mi è concesso di definirla in tal modo con un bizzarro neologismo politically incorrect: nel 2014 alla Sorbona di Parigi si è svolto un convegno sul tema Generazioni Anni ’80, mentre in Italia il medesimo tema è stato portato ultimamente avanti, fra gli altri, da Pordenonelegge e da ParcoPoesia di Rimini, come nel suo intervento a La Spezia ha prontamente ricordato Maria Borio, secondo la quale il reiterarsi attuale della ricerca dei maestri dopo un Sessantotto in cui si voleva semplicemente rompere il discorso generazionale affonderebbe le radici in motivazioni esistenziali, economiche e sociali. Per cercare di dipanare il senso filosofico–estetico del problema, in calce ai vari interventi occorsi, vorrei esporre brevemente il mio punto di vista in merito.

La prima riflessione a sorgere spontanea ci induce in qualche modo a domandarci le ragioni di questo senso di vuoto che ci fa perpetuare la ricerca col lanternino di padri putativi come vibrante necessità intrinseca al nostro fare cultura, anche laddove, forse, di padri non sarebbe nemmeno giusto cercarne, oppure laddove, semplicemente, non ce ne sono più, a rischio per questo di dover saltare due o tre generazioni per trovarne di degni e fecondi: beninteso, proprio dalla pratica malsana di tali salti generazionali a canguro si origina la malattia dell’epigonismo, come ho avuto modo di definirla a più riprese e di cui ho scritto, fra le altre cose, nel mio ultimo libro intitolato Da che verso stai? Indagine sulle scritture che vanno e non vanno a capo, in Italia, oggi (Marco Saya Edizioni, in uscita ad aprile 2017).

Secondo un’alquanto semplicistica lettura postmodernistica di Maria Borio, prontamente smentita, nel convegno, da un agguerritissimo Lello Voce, terminato il Sessantotto avremmo perduto qualsiasi riferimento ideologico e tradizionale: cosa non propriamente vera anche solo in via meramente logica, in quanto la paventata perdita delle ideologie è notoriamente anch’essa un’ideologia o, per utilizzare una terminologia lyotardiana, una “narrazione” oppure ancora, in termini foucaultiani, una “formazione discorsiva”. Borio tuttavia parte proprio da questo presupposto per suggerire l’uso preferenziale del termine genealogia al fine di identificare il rapporto complesso tra attualità e tradizione nelle relazioni generazionali, percependo la necessità di rintracciare la presenza non moribonda di una poetica (quella che io stessa nel libro in via di uscita chiamo a più riprese “poetica differenziale”). Se andiamo più a fondo alla questione, ci accorgiamo che ciò può darsi alla realtà solo a patto che si parta davvero dal basso, ovvero dall’analisi del testo in senso ampio, inteso come qualsiasi modalità di comunicazione (orale, visiva o scritta, in senso estetico semiotico, a superare la fuorviante dicotomia tra oralità e scrittura su cui pure ci si è accapigliati nel corso del convegno); giacché la critica testuale sembra quella modalità indagatoria messa davvero in secondo piano oggi.

Tuttavia, il termine genealogia non è esente da problematizzazioni, offrendo il destro a una serie di obiezioni fondamentalmente procedurali: per esempio, se volessimo andare al fondo dell’impianto costruttivistico del termine, che è quell’habitus pseudofilosofico in base al quale possiamo tirar fuori concetti e definizioni dal cappello del mago e, almeno dal poststrutturalismo in poi, farne l’uso e l’abuso che vogliamo come fossero panieri vuoti da riempire di frutta a piacimento, nell’utilizzo iper-moderno che di questo termine fa Foucault appellandosi al Nietzsche della Genealogie der Moral la genealogia ha la funzione di individuare genesi descrittive e identificative dell’emersione di un quid di volta in volta sommerso, ovvero phainomena incostanti e contingenti che si manifestano improvvisamente nella storia e altrettanto repentinamente possono dileguare. Però, nell’accezione foucaultiana, il termine tradizione assume la funzione di evidenziare la dispersività dei fatti storici concepiti come dotati di un’identità intesa come istanza unitaria, per cui forse sembra più consono al tema tornare piuttosto al concetto di influenza come strumento per individuare il nesso di causalità a manifestazioni socioculturali e, quindi, anche letterarie, cronologicamente ravvicinate e similari per impostazione, forma o costituzione estrinseca. Magari pensare in termini di “influenza” ci permette di mantenerci coi piedi per terra e di attenerci alla Ding, senza fronzoli e senza inventio retorica. Non vorrei, insomma, che nell’accezione boriana del termine “genealogia” si attui a livello meramente linguistico una sorta di contrapposizione tra un’aristocraticissima morale dei signori e una cristianizzantissima morale del gregge, che qualcuno potrebbe intendere a vantaggio della prima e qualcun altro a vantaggio della seconda, molto poco nietzscheanamente. A questo almeno fa pensare il richiamo, occorso più volte all’interno del dibattito spezzino, al dualismo estetico e pratico tra logos e phoné, come antitesi tra la pratica della scrittura poetica e quello della poesia performativa, segno che dualizzare oralità e scrittura come termini contrapposti, il primo in senso popolare, il secondo in senso aristocratico, significa a mio avviso la mancata consapevolezza del riassorbimento dei due corni della diade all’interno del medesimo concetto di textus che pure si era all’inizio paventato.

Del resto, se nel suo intervento Davide Castiglione ha ricordato come Maurizio Cucchi si lamenti continuamente del fatto che molti giovani d’oggi scrivano alla maniera di Montale, allora sorge spontanea la riflessione che quando si vuole rispondere ai tempi, ma i tempi sono vittima di un’accelerazione inopinata verso la (con)globalizzazione di qualsivoglia istanza definitoria del letterario e del poetico, la poesia viene poi puntualmente accusata di imitazione e la risposta ai tempi dilegua crassamente nello scimmiottamento di tempi altri. Ciò avviene ciclicamente nostro malgrado, attraverso modalità ricorsive e discorsive (ancora in senso foucaultiano) che lasciano poco spazio a un legame fisso e cristallizzato con un modus univoco di intendere la chose, a maggior ragione perché molte poetiche categorizzabili come novecentesche ma non per questo definibili stantie tout court, detengono una qualità di freschezza e un’istanza di novità ancor oggi, quando fresche e nuove, a rigore, non sono, non sarebbero e come tali non potrebbero essere definite.

Sono d’accordo con Castiglione nel sostenere che la trasmissione poetica è di tipo semiotico, ma nell’esclusiva accezione che si tratta di un’imitazione testuale, non autoriale, nel senso che un giovane scrittore generazionalmente inquadrato nell’oggi non viene influenzato tanto da poeti, quanto da poesie, non tanto da figure genitoriali, quanto da testi: il giovane poeta ultracontemporaneo modula il proprio canto, insomma, in base a ciò che legge, non a chi legge, salvandosi dal manierismo di secondo grado ma, a ben vedere, cadendo a piè pari in quello di primo grado, laddove a venire imitati sono gli stilemi e persino gli stili. L’epigonismo si autogenera così per partenogenesi da se stesso: mentre un tempo si sapeva bene chi era il nemico, nel senso che le poetiche a cui ci si voleva ricondurre come modello venivano esplicitate consapevolmente e quelle avverse erano rigettate con una decisa e veemente determinazione, oggi questa consapevolezza s’è persa, vaghiamo solitari tra una folla di maestri che chiamiamo tali ma che rimangono solo iconiche figure manualistiche di una filiazione pre-sunta perché posticcia.

In senso wittgensteiniano, potremmo motteggiare così: quando tutto è epigonale, allora niente è epigonale. Per questo, consapevoli del fatto che il lavoro di riutilizzo della tradizione entra nel luduspoetico giocoforza e che sia un bene che lo faccia, non dovremmo considerare i nostri modelli come figurine da attaccare sull’album Panini, ma come materiali di scambio influenzale. Probabilmente, il riferimento che Marcello Frixione ha messo in campo nel suo intervento mirava proprio a questo: egli ha tirato in ballo il concetto dennettiano di meme, il quale consiste in una forma di trasmissione culturale che procede da individuo a individuo per μίμημα, imitazione intesa come una sorta di influenza, di contagio. L’imitazione, in questo senso, non conduce necessariamente al manierismo, giacché possiamo definirla come quel quid ineliminabile il quale, se concepito in senso un po’ vetero-hegeliano, ovvero come un auf-heben, un “togliere conservando”, consente alla poesia ultracontemporanea di farsi reale lascito di sostanza e non solo di maniera, mostrando in questo modo di avere riassorbito i dettami del vecchio in modalità linguistiche e stilistiche consapevolmente rivissute alla luce di poetiche davvero personali, non solo “personalizzate”.

Per la poesia, infatti, sono molto importanti anche le genealogie extrapoetiche (per contentare Maria Borio), essendo la materia della poesia davvero qualsiasi cosa. Non dovremmo nemmeno fossilizzarci in termini di genere: la lirica, ad esempio, è essenzialmente solo una forma di poesia fra le molteplici esistenti e nessuna ha diritto di prevaricazione sull’altra. Michele Ortore, che nel suo intervento ha giustamente ribadito la centralità del textus e della critica testuale proprio per uscire fuori da qualsiasi dicotomia sterile come quella tra poesia lirica e poesia di ricerca, ha anche avvertito che bisogna stare sui testi per evitare, fra le altre cose, di cadere nell’estetismo fine a se stesso. Aggiungo che la critica testuale (applicabile ai vari con-testi, da quello scritto a quello orale a quello visuale) consente di trarre fuori dall’impaccio della cristallizzazione ricorsiva i testi stessi e di rendere la poesia uno spazio non immobile: ragionare in termini di analisi del testo consente un adattamento con-testualizzato al casus via-via nel suo fieri, laddove i categoremi della fissazione (concetti come stile, gruppo, movimento, tendenza, corrente, genere letterario ecc.) lasciano finalmente il tempo che trovano.

Questo non significa perdere la ricchezza ermeneutica che la critica possiede, anzi, consiste in un problematizzare ancor più a fondo i tratti in comune dei giochi linguistici sottesi al letterario e al poetico (il riferimento wittgensteiniano è ancora, opportunamente, di Frixione). Giacché in fondo, la poesia cos’altro è se non un sistema testuale e con-testuale, in questo senso comunicativo?

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* Articolo già uscito su Midnight Magazine il 21 marzo 2017

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