Ripubblichiamo su Critica Impura, con la gentile concessione dell’autore, la recensione che Gianluca Garrapa ha scritto per Satisfiction sulla raccolta di racconti Opus Metachronicum di Sonia Caporossi in occasione della seconda edizione del volume, edito da Corrimano Edizioni, Palermo 2014 (2a ed. 2015).

Buona lettura impura.

OPUS METACHRONICUM

Recensione di GIANLUCA GARRAPA

Opus Metachronicum

Opus è una raccolta di racconti, in apparenza, nella sostanza è una lunga sospensione del tragico-gotico che mette in moto situazioni, irruzioni dell’ultratemporalità. Si legge di un fiato, ogni racconto, e non si può che divorare il successivo. Intanto abbiamo conosciuto l’osceno delle persone che abbiamo abitualmente visto scivolare nei paradigmi storici e aforistici della storia che sappiamo dalle cronache. Sonia Caporossi riesce a congelare momenti esistenziali nell’atto di avvenire e trasformarli nell’eternità di un fragilissimo paradigma: l’uomo. Si scorge la psiche dell’autrice che sembra agìta dai personaggi nella metacronia di un racconto che è pensiero in progress. Folgoranti scene da brivido e pulp dove la nota risuonante è un’idea e una pratica di sessualità, l’omosessualità non è più da tempo immemore una divina suggestione della grecità: ora è purtroppo una tessera gratuita per il club dei suicidi, che riguarda moltissimi personaggi e comunque amore frastornante e sesso porno-poetico sono note prevalenti su uno spartito che non rinuncia alla precisione chirurgica dei paesaggi, di un interno, di una strada, architetture, campagne, viali e cespugli, pur tuttavia, decantate dai poeti e rivissute dalle tinte pastello di innumerevoli pittori, quelle chiazze cromatiche stampate nella memoria nervosa, nella cervice dei miei occhi, mi inducevano a pensare ad un colore pallido e vanesio come di sostanza stantia e inderogabilmente passata a miglior vita, ad un colore di cadavere smunto di fresco, come latte cagliato dalle mammelle della Comare Secca.

Ci sono più cose in cielo che nella tua filosofia: la filosofia mi ha salvato, un tempo: sembra risentire Shakespeare e Amleto e Orazio.

Il viaggio metacronico è un vortice alla Caillois, un raffinato stropicciarsi di epidermide e di sprechi-specchi alla Bataille, di statue greche: le mani ebbero un pacato moto di disapprovazione, dunque, in una mia precedente vita, ero stato un rispettato cittadino greco! E meta-filosofie: cosa è l’eterno, ora? Che non sia questa metafisica che ha parole per dirsi: qui è il miracolo. Narrare il pensiero: l’attitudine al sillogismo non mi abbandona mai neanche di notte, il sentire, il sentiero, anche il percorso interstiziale tra la propria esistenza e quella presa a prestito di vari personaggi: Van Gogh si acceca per non vedere i suoi propri quadri, Curione […] prima di suggerire a Cesare di passare il Rubicone… Dorian Gray è il gemello oscuro e doppelganger di Oscar Wilde; il marito di Emma Bovary un assassino sanguinario che esce dal romanzo di Flaubert per scoprire solo dopo il delitto i tradimenti della moglie; Morfeo, Erostrato e Prometeo rappresentano tre incarnazioni mitologiche trasferite metacronicamente, di peso, nei tempi moderni: il Sonno della Ragione, la marcescibilità dell’arte classica e gli svantaggi della techne; Proust, in un inno straniato e delirante alla gelosia, sevizia la prigioniera Albertine per poi renderle la libertà nel finale; P.P.P. è il grande intellettuale friulano che, incontrando per caso lungo la via un gatto randagio, riflette sul senso della vita e della morte per poi ritrovarsi, qualche racconto dopo, come protagonista muto ed esangue del proprio massacro al lido di Ostia, dove viene identificato post-mortem dal suo supremo antagonista Jack lo Squartatore, uomo comune e in ombra, nemico della cultura e degli intellettuali,serial killer stravolto e conglobato da una mediocrità livorosa e inutile; Stachanov è una talpa che scava nel sottosuolo senza fine e senza scopo perché così dice il Partito; Marguerite Yourcenar, magistrale alchimista della Parola e del Senso, scrive in punto di morte l’ultima lettera dedicata a Grace, la compagna di tutta una vita: scrive nella prefazione-mappa Antonella Pierangeli, e l’impressione è che la penna dell’autrice sia un dataglove, un guanto digitale per ricreare il movimento della penna in una scena reale-virtuale, una tuta disindividuante di dickiana memoria, ed è straordinaria, insomma, la capacità mimetica di assumersi, sul proprio corpo-pensiero, tempi e spazi differenziati nell’ambientazione gotica e neobarocca , il mio neoromantico e negromantico motivo di sfogo,il circolo virtuoso che ricorda il Manganelliano assurdo esistenziale che, raccontato, eccede in assurdità e si annulla nel reale. Nulla di più normale che questo non-senso.

L’originale impianto ricorda le atmosfere cupe di Laforgue e di certo decadentismo, ma è subito riequilibrato dal descrittivismo fresco e dalla suspense di capire come andrà a finire, e è il capire-come che ci illumina su cosa stia accadendo: ed è proprio qui e ora che ciò che deve accadere accade.Ci lascia immaginare l’inganno che la scrittura-vita tesse ai danni dell’arte che è la nostra vita attuale.

Sono molti i riferimenti, dunque, alla filosofia, alla letteratura, al teatro, alla poesia: il fratello rapace, nel racconto Prometeo, ricorda Baudelaire nel suo appello ‘Al lettore’.

Una scrittura necessariamente schizofrenica: io sono la gente, e non mi occorre altro, dice in Marguerite Yourcenar, che non è mai superficiale, sbrigativa, ma è continuo scavo come in Stachanov: scavare senza posa, senza fine, come nostro ultimo fine. E infondo cosa trapela se non l’assurdo che lega gli esseri umani alle loro epoche? Nonostante ci si affanni a cercare un motivo, a perfezionare: perché tutti noi siamo condannati a questo assurdo lavoro di lima che si priva da solo del conforto di una rima, lavoro come gioco che si accende nel cuore come un fuoco, lavoro che s’ha da fare perché dulce et decorum pro patria laborare: lo slittamento naturale nel poetico, o meglio, nel musicale: nel racconto di Caporossi è puntuale il riferimento alla musica. Forse è questo stranirsi nella musica che abbiamo sotto gli occhi, mentre leggiamo, che risolve l’architettura che pare l’utopia, il non-luogo metafisico, un’estensione categoriale che non c’è: in realtà è la capacità eclettica dell’autrice, scrittrice, poetessa, musicista, musicologa, filosofo, speaker radiofonica, a rendere credibile il caleidoscopio onirico del racconto: erro, spazio, trasumano: è questo il sonno e sembra questo il programma e la trama che tiene il discorso narrativo e poetico dell’Opus.

Quello che non si può perdonare all’autrice è che poi questo strepitoso viaggio, finisce, e vorremmo continuare a leggere: Io sento, io sogno, io sono. Ora, devo solo superare la stanchezza dello scrutarsi dentro, devo solo smetterla di presagirmi una fine. Ecco, appunto, a questo libro non si vorrebbe mai una fine.

Buona lettura metacronica, dunque!

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