Di ROBERTO FRANCO

Che la lunga e tormentata guerra Jugoslava degli anni ’90 non sia andata come la narrazione mediatica prevalente l’ha riportata è ormai un dato acquisito, almeno dalla parte più ricettiva dell’opinione pubblica. E’ certo ormai che l’attribuzione del ruolo di villain della situazione al pur sanguinario Slobodan Milošević, presidente serbo dal 1989 e fautore della pulizia etnica del paese a favore dell’etnia serba, abbia peccato di faziosità: sono stati infatti fautori di disegni genocidiari paralleli e antitetici anche il presidente croato Franjo Tuđman e quello bosniaco Alija Izetbegović, con le rispettive cricche. E’ forte il sospetto di interessi politici specifici che avrebbero portato Europa e USA a individuare nella Serbia (pur sempre la legittima ex-repubblica jugoslava) la vittima predestinata della disgreagazione del Paese. Ma forse, mai come in Califfato d’Europa di Antonio Evangelista, in uscita a maggio-giugno, le ragioni sottostanti a tale caotico smembramento appaiono tanto precise, dettagliate, crudeli. L’autore possiede una competenza invidiabile in materia: comandante della Polizia Italiana in Kosovo con l’ONU tra il 2000 e il 2004, si è occupato di crimini di guerra, terrorismo, criminalità organizzata, mafie balcaniche e corruzione. Nel 2004 partecipa alla missione UE in Bosnia come Consigliere del Ministero dell’Interno e del Direttore della Polizia della Repubblica Srpska. Già autore di importanti volumi quali La Torre dei Crani (2007, Editori Riuniti), sui massacri della Guerra in Kosovo o Madrasse (2009, Editori Riuniti), sul terrorismo islamico, con particolare attenzione verso i Balcani.

Quanto innanzitutto egli sembra far trapelare dal romanzo è che la Repubblica Bosniaca e le sue forze armate sono state ben lontane dal ruolo di vittime ed eroici difensori di Sarajevo ad esse attribuito all’epoca da gran parte dell’opinione pubblica internazionale. Inoltre il suo presidente Izetbegović, dietro il volto pubblico internazionale di fautore del multicultualismo e della tolleranza religiosa, è stato in realtà un feroce sostenitore del Jihad e del massacro dei non musulmani, arrivando addirittura a far uccidere i suoi stessi correligionari bosniaci per poi far cadere la colpa sui serbi e ottenere un pretesto in più per chiedere un intervento della Nato. Nel romanzo Sarajevo è rappresentato come un inferno dantesco dove i peggiori elementi vengono fatti uscire dalle galere per servire la causa di Allah. In realtà con piena licenza di torturare, stuprare, uccidere bosniaci di etnia serba e addirittura islamica, sotto il diretto controllo, o comunque con la tacita approvazione del presidente Izetbegović, che tira le fila di un apparato informativo e di spionaggio quasi degno di una distopia orwelliana.

I personaggi del libro sembrano in parte inventati. Il primo a fare la sua comparsa nel testo è però realmente esistito. Si tratta di Mušan Topalović, detto Zazo, di cui l’autore con abile mano descrive l’infanzia deviata dominata da una figura materna gelida e giudicante, fantasma di cui il bosniaco non riuscirò mai a liberarsi. La sua carriera di criminale-combattente lo porta in breve a diventare il figlioccio del presidente Izetbegović il quale gli affida il comando della Decima Brigata di Montagna, che diverrà la più famigerata. L’ex musicista Zazo recluta miliziani nell’ambito di rave party organizzati e controllati dallo stesso insieme alla mala bosniaca. Ed è proprio durante uno di questi raduni, nel 1992, nel multietnico Borgo Velesici, che nell’attuazione di un piano diabolico ideato per mettere fuori gioco gli ortodossi locali martirizza e uccide Ramush, un palestinese che aveva incontrato al rave e prontamente manipolato. Da qui si dipanano varie sottotrame, la più importante delle quali parte dal fatto che Ramush altri non è che il fratello minore di Ali Ahmed, mujaheddin palestinese proveniente dai campi libanesi di Sabra e Chatila, passato per vari teatri di guerra santa per raggiungere infine le forze di quello che Izetbegović progetta più o meno velatamente come il futuro Califfato bosniaco. La sua parabola di combattente del Jihad internazionale è esemplare.

(…) Qui in Bosnia, affermerà Alì nella seconda parte della narrazione, durante un’intervista a un reporter olandese, (…) il sangue ha inondato la terra sotto l’egida delle missioni internazionali e (…) venne tenuto a battesimo il primo Califfato d’Europa. Migliaia di  mujaheddin pronti al Jihad confluirono in questi luoghi e Sarajevo divenne la nuova Kabul. Le truppe serbe del generale Ratko Mladić massacrarono migliaia di civili musulmani, ma l’informazione tacque sui rettroscena più inquietanti. Srebrenica venne offerta in sacrifico per giustificare l’intervento della NATO a favore dei bosgnacchi. (…) A questo seguì il sostegno iraniano alle brigate islamiche impiegate in Bosnia tramite il network di organizzazioni non governaive musulmane di falsa matrice umanitaria. Entrarono così a Sarajevo quattordicimila tonnellate di armi oltre a tre quintali e mezzo di TNT e sette tonnellate di esplosivo plastico, per una spesa complessiva di sette milioni di dollari. L’Arabia Saudita sostenne il Jihad bosniaco con oltre un miliardo di dollari di aiuti ed equipaggiamenti per guerriglieri santi. Soldati stranieri benedetti dal partito di  Izetbegović si stabilirono nei villaggi della Bosnia centrale, continuando a fare proseliti. 

In pratica un centro logistico europeo del terrorismo internazionale indirettamente sostenuto dall’ONU, con la benedizione degli USA. Ma perché? Alì lo scopre qualche anno dopo che la notizia della morte del fratello, per mano di coloro che sono in teoria i suoi compagni di Jihad, lo ha raggiunto, Caduto nel dubbio e nella depressione egli è punito ed emarginato dalla sua stessa milizia. Finirà in carcere non prima di essersi casualmente impossessato di documenti segreti statunitensi dal significato che comprenderà solo molto tempo dopo.

Così ne descrive il contenuto l’autore:

Tra il 1981 e il 1987 gli Stati Uniti avevano stanziato oltre otto milioni di dollari USA. con il segreto intento di frenare l’espansionismo economico sovietico attirando la Jugoslavia nella sfera d’influenza economica dell’Europa occidentale quale avamposto del capitalismo americano. Nello stesso periodo, CIA, MI6, SAS (agenzie d’intelligence e corpi speciali statunitensi e britannici n.d.r.) e altre agenzie segrete  formarono islamisti radicali da impiegare in un piano di riserva nell’ipotesi in cui l’asservimento economico dei Balcani non fosse bastato a respingere l’espansionismo energetico russo. Ne derivò quindi un movimento jihadista multietnico, armato e addestrato da Stati Uniti, Arabia Saudita, Regno Unito e altri soggetti per rendere turbolenta e impraticabile l’area di transito dei gasdotti russi verso l’Europa. Un programma economico segreto dal braccio operativo costituito da diciassette economisti di fama mondiale, denominato G.17.  La mente del piano era Il FMI, Fondo Monetario Internazionale. Il progetto prevedeva la liquidazione dell’industria nazionale jugoslava, per sostituirla con un assetto economico liberale di stampo occidentale. Di fatto, un’economia coloniale.

Si apre così la via per sabotare il futuro accordo ENI-Gazprom per il South Stream, che avrebbe legato l’Europa centro-meridionale all’approvigionamento energetico russo, inficiando la costituzione di entità statuali sufficientemente stabili per garantire il passaggio del gasdotto.  Schema ripetuto più tardi in Kosovo.

Il legame USA-Islam radicale è ben rappresentato dalla misteriosa figura di Fabien, il Colonnello, punto di riferimento della CIA e al tempo stesso uomo fidatissimo del presidente Izetbegović. al punto di ricevere da lui il compito di liquidare Zazo quando, dopo il delitto di Borgo Velesici, nel commettere il quale si è lasciato scorgere da un bambino che in seguito lo ha riconosciuto, perderà la testa  Ma questo non prima che Zazo e la Decima Brigata di Montagna tornino nel villaggio per massacrare gli ortodossi, lasciandosi però sfuggire il testimone oculare. Anche la liquidazione di Zazo e della Decima Brigata finirà in un atroce bagno di sangue in cui il bosniaco e gli uomini della Decima troveranno modo di sfogare le loro pulsioni sadiche e omicide per l’ultima volta. Il cadavere di Topalović sarà sepolto anonimamente, per poi venire disseppelito anni dopo la guerra per un funerale in pompa magna guidato da Bakir Izetbegović, figlio del vecchio Alija, con un corteo di più di ventimila persone, compresi i reduci della Decima. E’ il modo in cui quel mondo di galeotti, faccendieri, sadici, psicopatici e malavitosi che hanno costituito buona parte dell’esercito bosniaco durante la guerra, rivendica il proprio ruolo e il potere, legato ad esso mani e piedi, non può che simbolicamente concederglielo

Califfato d’Europa è un romanzo amaro, orizzontale nelle tristi prospettive che evoca di continuo, quasi senza nobiltà e senza redenzione. Gli orrori raccapriccianti ivi descritti commessi dalla Decima e dalle altre forze bosniache paiono quasi la linfa tramite cui il mostro della Repubblica Bosniaca, di fatto controllata dagli estremisti, dalla malavita, dagli USA, trae una più o meno inconscia forza di sopravvivenza.

La narrazione è serrata, mai ridondante. Il cristianesimo ortodosso ormai destinato alla distruzione e la Jugoslavia federale multietnica paiono suscitare nell’autore un più o meno velato rimpianto che sembra provenire più da intime, feroci emozioni che ha vissuto dinanzi al gelido e inarrestabile ingranaggio della carneficina che da qualsivoglia partigianeria politica o ideologica.

__________________________

  • Antonio Evangelista
  • Califfato d’Europa
  • Iris 4 Edizioni
  • p. 155
  • € 15,50
  • ISBN: 978-88-89322-37-6