I luoghi e il corpo della scrittura: intervista ritrovata a Sonia Caporossi

Sonia Caporossi, “Scimmia metafisica”, 2011, digital art

Di GIANLUCA GARRAPA *

Sinossi: le pagine dei libri sono spazi e le scritture hanno quasi sempre uno stesso corpo: sono molto simili tra loro i libri, ma gli uomini e le donne che li scrivono hanno abitudini diverse e scrivono in differenti luoghi e tempi. Questo è un viaggio nel retroscena della letteratura: verso i luoghi e il corpo, appunto, di chi scrive.

GG: Domandone: dove scrivi, quando scrivi, dove cammini quando ti riposi? in quale città o paese è nato il tuo ultimo libro, in che stanza, in che bar? sei mancino o destrorso? passeggi? in bici, in auto, osservi alberi? scruti cornicioni, affondi lo sguardo nel cielo, segui le onde del suono e dell’acqua? quali sono i rumori della città e quali i silenzi delle vaste campagne? fumi? bevi? quanto pesi? scrivi dopo cena, prima di pranzo? quando? la tua è scrittura di spostamento, di stasi, di spazio, del corpo?

SC: Scrivo nel chiuso del mio rifugio d’elezione, il mio monolocale monologante in quel di Tivoli, a poche centinaia di metri da Largo Marguerite Yourcenar ovvero dal piazzale d’ingresso della Villa di Adriano, fra la cucina animula, il bagno vagulo e il soggiorno blandulo, in un open space che è in realtà raccoglimento e spazio interiore, o meglio inner space, come si chiamava lo studio di registrazione del mitico gruppo krautrock dei Can di cui mi sollazzo i timpani soverchiati da mane a sera. Mi viene da scrivere (nonché da cancellare, a volte) prevalentemente di notte, se si tratta di racconti; di pomeriggio, se si tratta di critica letteraria, quando meno me lo aspetto e spesso a mente, se si tratta di poesia, che poi mando a memoria e quando la dimentico mi do certe manate sulla fronte che sembrano quasi l’origine della mia stempiatura. Quando mi riposo non cammino, faccio sala pesi come valvola di foga e a volte di affogo, e facendo sala pesi m’affatico per riposarmi, affinché il posarmi sulla panca stanca mi sia poi più lieve. Il mio ultimo libro, Erotomaculae, che è una raccolta di poesie (omo)erotiche (Algra Editore, Catania), è per la verità una silloge composita di testi nati in epoche, luoghi e per ragioni nonché dedicatari/e diversi/e, messa poi insieme e rielaborata graficamente nella mia casa al mare durante una tediosissima estate, quella del 2015, in cui per solitudine obbligata e mancanza di stimoli altri rispetto alla vita (volevo dire: alla scrittura) non avevo null’altro da fare/dire/pensare, ma nemmeno scrivere su lettera/farne testamento. Il primo libro, quello di monologhi straniati (e stranianti) in forma narrativa, Opus Metachronicum (Corrimano, Palermo, 2014, II ed. 2015), invece, è nato nell’open space di cui sopra, ovvero nei meandri mefitici del mio cervello impannatosi a causa di un cortocircuito emozionale (leggi: innamoramento) che mi costrinse per un bel po’ all’epoca (era l’inverno del 2010) a tenerlo nel cassetto come opera cacofonica e fin troppo azzardata. L’ho scritto come di solito scrivo, cioè con ambedue le mani in prosa, al computer; con la mano destra in poesia, su un fogliaccio stropicciato a penna rigorosamente nera: è il mio Opus Nigrum alchemico, la mia sistemica, disarmonica irragionevolezza pensante, il libro che mi ha rivelato al mondo, non nel senso che il mondo si sia accorto di me, bensì nel senso che io mi sono accorta vagamente che il mondo si accorgeva. Passeggio, corro, ma soprattutto mi soffermo, e certe volte mi incanto, e dondolo il capo: il descrittivismo è una delle mie palestre letterarie preferite, così come l’osservazione categoriale dell’Io e del Non Io, la lezione di Dostoevskij, Yourcenar e Poe sempre presente, insieme a Gadda, Morselli e Manganelli, nel mio ideario ideale composto di monstra sacra, di pro-digi della letteratura davanti a cui però sarebbe un errore inchinarsi, perché il lavoro letterario non vuole le blandizie. Le modalità della mia scrittura? Ti rispondo con un estratto dal monologo “Yourcenar”, contenuto in Opus Metachronicum: “Flusso di coscienza, mestruazione di parole in carne e sangue: solveet coagula, dai luogo al terzo stadio dell’unione, ed ecco, sorgerà dall’alambicco di fronte agli occhi l’agognata pietra filosofale. Non è opera di chimica, magia o metallurgia: è un complesso e sottile processo letterario, è l’arte della creazione, del parto mentale, dal nulla, che al nulla ritorna, incessante e circolare, come insegna Paracelso, nella tangibilità del sale e delle lacrime.” Non fumo, bevo ogni tanto, peso 67 kg (ne pesavo un centinaio quando ero troppo in carne da non essere al sangue). Al di là del fitness, della sala pesi e delle grandi abbuffate di ferreriana memoria a cui mio malgrado ogni tanto ancora indulgo, ritengo comunque, per dirla con Frank Zappa, ma anche con Pietro Aretino volendo, che “one size fits all”. E come politropo improvvisato mi sembra abbastanza.

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* Intervista di Gianluca Garrapa risalente al 2017 su Satisfiction, un tempo rintracciabile al seguente link, ora non più a causa del restyling del sito.

http://www.satisfiction.me/category/rubriche/i-luoghi-e-il-corpo-della-scrittura/

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