Di SONIA CAPOROSSI *

Chi mi legge conosce bene la mia strenua lotta, che affonda le radici in principii della filosofia teoretica e del linguaggio, contro l’uso e l’abuso di categorie neologistiche frutto di una inventio retorica ad hoc da parte delle istituzioni e dei mass media, imposte a forza per legge di Stato o di Mercato, parole nuove che hanno l’unica funzione di operare una persuasione, occulta e coatta, degli individui, in direzione dell’ottenimento di una forma di controllo sociale più o meno dissimulato.

Parlare, e imporre un tipo di linguaggio, sono forme di esercizio del potere, si sa. Allora, oggi vorrei definire che cosa si intende con l’etichetta, recentemente istituzionalizzata, di BES: “Bisogni Educativi Speciali”, attribuiti a non meglio identificati alunni con problematiche di apprendimento di tipologia tanto variopinta quanto evanescente.

Oggi a scuola esiste una vasta categoria di bambini definiti vagamente “con problemi”; si badi bene: il dato di esistenza, costruttivisticamente, viene imposto dall’alto dal Ministero dell’Istruzione in nome di una mera formula coniata per legge. Si tratta dei cosiddetti alunni BES (Bisogni Educativi Speciali), istituzionalizzati in virtù della direttiva ministeriale del 27/12/2012, pubblicata a gennaio 2013, con cui il MIUR ha voluto fornire indicazioni di tipo organizzativo sull’inclusione di quegli alunni che non siano certificabili né in virtù di una disabilità vera e propria, né come portatori di DSA (Disturbi Specifici dell’Apprendimento), ma che presentano, ad ogni altro titolo, difficoltà di apprendimento dovute a una miriade di fattori reali, che potremmo raggruppare in tre grandi tipi di svantaggio concreto: personale, familiare e socio-ambientale.

Si noti che, per le categorie sopradette, erano già in vigore normative preesistenti: nella fattispecie, per le disabilità erano già state emanate le linee guida del 04/08/2009, e per i DSA le linee guida del 12/07/2011  a seguito della lg. 170/10. Tuttavia, dopo il gennaio 2013, per norma di Stato si è venuta giocoforza a estendere la definizione di BES, inclusivamente, al grande calderone delle categorie seguenti: alunni con disabilità, alunni con DSA, alunni ADHD (deficit di attenzione e iperattività), alunni con livello cognitivo borderline, alunni con svantaggio socio-economico, linguistico, culturale. E qui possiamo subito ravvisare il primo pasticcio, logico e del linguaggio, che emerge da un tale cortocircuito affabulatorio: prima si estende una definizione per acronimo a una categoria ampliata per includere la vasta fascia degli alunni con difficoltà non imputabili a disturbi certificabili, e poi, a circolo vizioso, si includono i disturbi certificabili stessi nella vasta categoria BES. È un primo segnale della mancanza di coerenza da parte del MIUR, giacché se ne deduce che possiamo intendere il concetto di BES sia in un senso esteso che in un senso più propriamente ristretto, e questa duplice interpretazione, a ben vedere, apre baratri di insignificanza incolmabili.

Basti pensare, in tal senso, al paragrafo 1.5 in cui, nell’ambito dell’istituzione meramente testuale della categoria BES, la direttiva recita le seguenti parole: “Le scuole – con determinazioni assunte dai Consigli di classe, risultanti dall’esame della documentazione clinica presentata dalle famiglie e sulla base di considerazioni di carattere psicopedagogico e didattico – possono avvalersi per tutti gli alunni con bisogni educativi speciali degli strumenti compensativi e delle misure dispensative previste dalle disposizioni attuative della Legge 170/2010 (DM 5669/2011), meglio descritte nelle allegate Linee guida.” Ciò significa che alla determinazione di quali alunni, all’interno della classe, possano essere definiti BES o meno in senso esteso, e quindi passibili di fruire delle misure dispensative e compensative per l’apprendimento di cui alla lg. 170, sono preposte le ASL e gli organismi territoriali di dovere solo nella misura in cui i Bisogni Educativi Speciali risultino certificabili (e quindi regolati, come già detto, da normative preesistenti: alunni disabili, DSA ecc., per cui non si vede la necessità dell’estensione del concetto di BES anche a loro); al contrario, all’individuazione degli alunni BES in senso ristretto non contribuisce alcuna istituzione esterna, né la ASL del territorio di competenza, né i Servizi Sociali, né nessun altro che non sia il Consiglio di Classe nel novero dei propri membri, ovvero gli insegnanti curricolari: gli stessi, guarda caso, che saranno obbligati a predisporre, a loro volta, le suddette misure dispensative e compensative, nonché a redigere i relativi Piani Didattici Personalizzati, viepiù, a metterli in pratica. Si tratta di una vasta ed eterogenea categoria di professionisti gettati, quasi in senso heideggeriano, in un freddo Gennaio di qualche anno fa, in pasto ai leoni senza la minima preparazione e assistenza da parte di chi di dovere.

Più avanti, come a fornire ai suddetti una sorta di conforto psicologico del caso, nel documento del MIUR si assicura che si potenzieranno i Centri Territoriali di Supporto (CTS) e che si istituiranno corsi di formazione e master universitari per docenti e Dirigenti. Alcuni gratuiti; in larga parte a ricasco delle Scuole. O dei docenti stessi. 

Ora, mi sembra palesemente chiaro, in questo cortocircuito logico fra un significato esteso e uno ristretto del neologismo BES, il tentativo da parte del Ministero di far passare questa direttiva come un doveroso e meritorio accoglimento delle indicazioni europee sull’inclusione della disabilità: un ipocrita “è l’Europa che ce lo chiede!” che scarica il MIUR da qualsiasi pretestuosa assunzione di responsabilità in merito. Occorre ora analizzare più a fondo che cosa comporti, linguisticamente e quindi, costruttivisticamente, nella sfera della prassi, la definizione di “alunno con Bisogni Educativi Speciali” in senso ristretto. D’ora in poi parleremo di BES solo ed esclusivamente in questa accezione.

Un bambino con problemi scolastici, un tempo, andava semplicemente male a scuola; era un alunno riferendosi al quale tanti genitori vecchio stampo, in modo un po’ vetusto e semplicistico, ripetevano l’adagio che di brutti voti “non è mai morto nessuno”. Oggi, un “bambino con problemi” è troppo spesso un giovane discente di cui il Ministero demanda agli insegnanti curricolari come a Monopoli, direttamente e senza passare dal via, una sorta di pseudomedicalizzazione per categoremi imposti dall’Alto, categoremi che un tempo semplicemente non esistevano e a cui tutti in passato sono sopravvissuti giocoforza lo stesso. Un bambino con problemi, spesso (ma non sempre) è solo un bambino con giustificanti imposte da un’inadeguatezza non sua, bensì altrui: della famiglia, della scuola, del Ministero. Tant’è che troppo spesso le maestre, nel passaggio dalle scuole primarie alle secondarie, si guardano bene dal segnalare alunni con evidenti difficoltà di apprendimento nelle schede e nei fascicoli del curricolo verticale: ciò accade in virtù di una valutazione che tende a non gettare gli alunni più piccoli nello sconforto dell’insuccesso scolastico ancorché momentaneo e contestuale, con una sorta di “bravo” e “bravissimo” politico che da una parte attua un rinforzo positivo nei bambini ma dall’altra li getta sessantottinamente nell’indistinzione meritocratica. Salvo poi ritrovarseli, tutti insieme, in prima media, laddove cominciano i dolori, per gli alunni in questione e per gli insegnanti, caricati dal Ministero, se vogliamo proprio dire le cose come stanno, di un onere professionale non di loro pertinenza in virtù della decisione, questa sì, davvero imposta dall’Europa, dei tagli alla Scuola Pubblica, tagli che hanno in breve procurato una restrizione terrificante delle cattedre di Sostegno dal Governo Gelmini in poi e che hanno demandato a categorie professionali preparate per la mera trasmissione culturale la cura e la gestione di incombenze didattiche, psicologiche e sociologiche di immane delicatezza e rilevanza ai fini del futuro successo nella vita di singoli individui che necessiterebbero di un’attenzione davvero specializzata e personalizzata.

A ciò si aggiunga un ulteriore strato di approssimazione e di ipocrisia da parte delle Alte Sfere: i BES sono bambini che vanno male a scuola per tremila motivi di cui spesso l’origine è evanescente, e da questa fumosa indeterminazione concettuale lo Stato vuole guadagnare due volte: dapprima gli alunni BES vengono dichiarati non medicalizzabili per risparmiare sulle ASL e sui docenti di sostegno, e poi si inducono i docenti a chiudere un occhio di fronte alle loro carenze, con lo scopo patente di risparmiare sulle bocciature, giacché far ripetere l’anno a una giovane fetta di popolazione, che se ne avvantaggerebbe come possibilità di recupero e approfondimento delle proprie lacune didattiche ed educative, allo Stato, costa; spesso, in realtà, gli alunni dichiarati costruttivisticamente BES non hanno davvero nulla di medicalizzabile o segnalabile tranne pigrizia mentale, svogliatezza o lentezza naturale nel fare le cose: quelle stesse caratteristiche per le quali “non è mai morto nessuno”.

Sarebbe ora necessario discutere dei criteri di valutazione e di come questi stessi criteri abbiano subito, via via, una modificazione costruttivistica adeguatasi sull’onda delle necessità dei tagli alla spesa pubblica del Paese, ma è un argomento troppo lungo e tortuoso da trattare in questa sede. Basti dire che L’INVALSI sarebbe teoricamente nato per creare delle griglie di valutazione serie e condivise da tutte le scuole. Sed quis custodiet…? Qui, mi limito a osservare che lo studente di qualsiasi ordine e grado il quale non raggiunga semplicemente i livelli di sufficienza imposti da tali griglie, non dovrebbe avere problemi ad accettare l’opportunità di recuperare con un maggior tempo a disposizione le proprie lacune. In uno Stato serio che investa sulla conoscenza.

Ecco allora che, in realtà, la sigla BES nasconde molte scusanti o sotterfugi per non “bocciare”, laddove viene dismessa o ignorata completamente la primigenia funzione della ripetizione dell’anno scolastico in quanto strumento didattico ed educativo; ragion per cui, in base al semplice principio che i livelli di apprendimento sono naturalmente differenziabili in quanto non siamo tutti uguali, se non si raggiungono livelli adeguati o non ci si impegna a sufficienza, non si vede il motivo di non proporre la ripetizione dell’anno.

C’è chi invece, per il medesimo principio, induce alla promozione coatta, in realtà con ben più vili e venali intenti. A questo punto bisognerà vedere da che punto di vista si riempirà il bicchiere sociale nel prossimo futuro, se di pienezza culturale e quindi, economica, o di vuoto.

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* Uscito su Megachip il 12/01/2017 con il titolo di “I BES e il costruttivismo linguistico del Ministero dell’Istruzione”.

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