Lorenzo Lasagna, "Stazione Kelvin", Epika Edizioni 2015
Lorenzo Lasagna, “Stazione Kelvin”, Epika Edizioni 2015

Pubblichiamo per gentile concessione degli Autori la postfazione di Giacomo Conserva al romanzo di fantascienza “Stazione Kelvin” di Lorenzo Lasagna, Epika Edizioni 2015. In questa  nota di lettura si propongono alcune suggestioni filosofiche e metaletterarie che emergono dal doppio fondo semantico dell’opera attraverso un fitto gioco di collegamenti iperestensibili. 

Buona lettura.

Alcune morti a Kelvin Station

Di GIACOMO CONSERVA

Darko Suvin ha teorizzato che l’introduzione del novum (e l’apertura del novum) costituisce l’essenza della fs. Scoperte scientifiche, mondi possibili, futuri alternati – non solo la scena della space opera, con flotte di astronavi che cozzano nello spazio al servizio di potenze in lotta (ma anche tutto questo: si pensi alla sofisticazione della seconda serie di Battlestar Galactica o Caprica, o al fascino primigenio di tante opere di Van Vogt).

Che vi sia un piacere e una bellezza in questo è evidente: non per nulla Istvan Csicsery-Ronay ha dedicato un libro alle ‘sette bellezze della fs’. Ma questo non va confuso con il lieto fine, il finale riscatto dell’eroe passato per mille avventure, la felice conclusiva coniunctio amato/amata etc. Come Lacan ha più volte ricordato, la jouissance– il godimento- è qualcosa di molto diverso: può essere legata a pulsioni parziali e assurde, a dereali vittorie, alla reale estinzione del soggetto. Il reale è qualcosa di molto, molto alieno, e poco si preoccupa della nostra sopravvivenza o autopromozione. Questa è una delle ragioni che spiegano l’appello sia delle tragedie che dell’horror, soprattutto dove questo non si traduce, come troppo spesso in Stephen King, in una riaffermazione dell’ordine dato.

L’enigma fa parte del gioco, del labirinto da cui non è detto si possa uscire. Pensiamo a A maze of death, di Philip K. Dick. Pensiamo all’Enigma di Diamondia della retrocopertina del libro di Van Vogt:

          Dati i postulati seguenti:

1) se il colonnello Charles Morton e il tenente Lester Bray fanno entrambe parte dell’oscurità, e se Isolina Ferraris prende infine la strada di Damasco, allora l’edificio D.A.R. combatterà l’oscurità, e

2) se il capitano James Marriott è egoista o se il maggiore Loftelet riesce a difendere il suo orgoglio l’edificio D.A.R. alla fine non lotterà per Morton

se ne può concludere:

(i) che se David Kirk diventa il colonnello Morton

(a) gli Irsk e i Diamondiani accetteranno le proposte di pace di Morton e (b) alcune prostitute diamondiane diventeranno il colonnello Morton.

(ii) che se il capitano Marriott prende il sopravvento

(a) l’arma di Lositeen è neutralizzata e (b) Isolina Ferraris diventa il colonnello Morton.

(iii) che se l’edificio D.A.R. decide di lottare

(a) l’oscurità conserva il potere e (b) tutti gli uomini diventano Morton.

RISPOSTE:

(i) sì; (ii) sì; (iii) sì.

Resta naturalmente aperta la domanda se tutto questo ha un senso: ma una abbondanza di senso non pare davvero essere costitutiva del nostro universo.

(All’inizio la narrazione di Stazione Kelvin è un piatto accumulo di annotazioni: tecnoscienza, neopositivismo, stile protocollare – in cui il ruolo dell’osservatore è neutralizzato, e supposto assente, una grande organizzazione burocratico-militare sullo sfondo, con tutte le sue weberiane procedure, regole, gerarchie sullo sfondo.

Da qualche parte del cosmo, assolutamente lontano dal Centro – geografico, comunicativo, di potere –, il primo ufficiale Steller si trasferisce alla stazione mineraria Kelvin, su un pianeta senza atmosfera, gelato, buio. Il viaggio è punteggiato da insignificanti conversazioni nella banale piatta attesa. Unico dato rilevante: un oscuro semiclandestino messaggio che Steller dovrebbe consegnare al comandante della stazione).

(Kelvin dalla scala Kelvin, quella dello zero assoluto; anche da Chris Kelvin, l’eroe tragico di  Solaris di Lem e Tarkovskij, con la sua Harey perduta).

(Qui l’elemento femminile è fisicamente completamente rimosso).

Da Acqua Oscura di Koji Suzuki. Prologo:

      Ogni volta che il figlio arrivava da Tokyo con la famiglia per trascorrere un po’ di tempo con lei, Kayo si faceva accompagnare nelle sue passeggiate mattutine dalla nipotina Yuko. Si dirigevano sempre verso capo Kannon, all’estremità orientale della penisola di Miura. La distanza era quella giusta per una passeggiata, il giro del promontorio misurava in tutto poco più di tre chilometri.

      Raggiunta la spaziosa piattaforma panoramica, Yuko, tutta eccitata, puntava il dito verso il mare e indicava qualsiasi cosa suscitasse la sua curiosità, tirando la mano della nonna e tempestandola di domande, alle quali Kayo rispondeva pazientemente. In quel caso, Yuko era arrivata il giorno prima, approfittando delle vacanze estive, e sarebbe rimasta un’altra settimana. Kayo era semplicemente elettrizzata all’idea di trascorrere un po’ di tempo con la nipote.

      La vista della parte più lontana della baia di Tokyo, oltre l’area industriale di Tokyo-Yokohama, era ancora offuscata dalla nebbia. Era raro poter distinguere chiaramente i dettagli poiché la baia era più grande di quanto si pensasse. Le montagne della penisola di Boso, invece, parevano innalzarsi subito al di là del canale di Uraga, un’alta e nitida catena che si snodava dal monte Nokogiri al monte Kano.

      Yuko si staccò dal parapetto e allungò le braccia, come per afferrare qualcosa. Capo Futtsu, che si protendeva con una lunga e sottile striscia di sabbia sul lato opposto della baia, sembrava quasi a portata di mano.

      La linea immaginaria che univa capo Futtsu e capo Kannon segnava l’ingresso della baia di Tokyo e due file ininterrotte e ben distinte di cargo percorrevano avanti e indietro il corridoio d’acqua. Yuko salutò con la mano le imbarcazioni incolonnate; dalla piattaforma su cui si trovavano lei e la nonna sembravano tante navi giocattolo.

      Nel canale, la corrente era veloce e qua e là sulla superficie si vedevano segnali a strisce. Durante l’alta marea, l’acqua proveniente dal mare aperto affluiva nella baia, per poi ritirarsi con l’arrivo della bassa marea. Forse era per quello che, stando alle voci, tutti i rifiuti che galleggiavano nella baia di Tokyo finivano a riva dalle parti di capo Kannon e capo Futtsu. Se la baia era un enorme cuore, i due promontori che sporgevano ai lati fungevano da valvola, filtrando i rifiuti dall’acqua che circolava per effetto del dolce moto delle maree.

      L’analogia, però, non era limitata a questo. I fiumi Edo, Ara, Sumida e Tama, come grandi arterie, rifornivano la baia di Tokyo di sangue fresco. Tra gli svariati oggetti portati a riva si potevano trovare vecchi copertoni, scarpe e giocattoli, ma anche resti di pescherecci naufragati e targhette di legno con tanto d’indirizzo, arrivate fin lì anche da Hachioji. Alla vista di certi oggetti, veniva da chiedersi come fossero finiti in mare: birilli, sedie a rotelle, bacchette per tamburo, biancheria intima…

      Yuko era affascinata dagli oggetti che galleggiavano tra le onde.

      Essi erano in grado di scatenare la fantasia dei cacciatori di tesori che battevano le spiagge. La vista di un pezzo di carrozzeria, per esempio, era sufficiente a evocare l’immagine di un motociclista che sbandava e precipitava in mare da un pontile, mentre un sacchetto di plastica pieno di siringhe usate richiamava alla mente traffici loschi.

      Ciascun oggetto aveva la propria storia da raccontare. Chiunque trovasse qualcosa di particolarmente interessante sulla spiaggia, però, farebbe meglio a non toccare nulla, poiché, una volta raccolto, l’oggetto comincia a raccontare la propria storia. Se questa è bella, nessun problema; ma se è agghiacciante, le cose non saranno mai più come prima.

      Devi tenere gli occhi aperti, soprattutto se ami il mare. Raccogli quello che sembra un guanto di gomma e scopri che in realtà si tratta di una mano mozzata. Cose di questo tipo possono anche farti passare per sempre la voglia di mettere piede su una spiaggia. La sensazione di raccogliere una mano non deve essere poi così facile da dimenticare.”

Lentamente, come capita, im Lauf der Zeit si insinua lo strano; un comandante in catalessi, uno sconosciuto ripetutamente la notte nei corridoi metallici della stazione, una magnetica fantasmagoria di particelle colorate, una interruzione o menzogna nei messaggi inviati dal Centro, una scomparsa. Lo spazio topologico di Kelvin progressivamente si trasforma: da incarnazione della ratio tecnoscientifica (e della autogiustificantesi ricerca di materie prime) a labirinto di apparenze, nexus di eventi ambigui, senza trama prima che senza significato. Ci sarà una rivelazione finale, non ci sarà? (Nei thriller, nei film noir, nelle tragedie tutto precipita a un certo punto verso la catastrofe dell’esito). – Fino al 19 gennaio. (19 gennaio  Davanti agli oblò c’è di nuovo affollamento. Mura e Brentano se ne stanno in silenzio, e non tolgono lo sguardo dalla sagoma scura dell’imbarco contro il cielo. Il punto color bronzo è lì, come incardinato alla volta: appeso nel modo in cui potrebbe esserlo una lampadina o una palla di vetro all’albero di Natale.)

“Come incardinato alla volta: appeso nel modo in cui potrebbe esserlo una lampadina o una palla di vetro all’albero di Natale” – una delle rarissime immagini (figure retoriche) di questo racconto.

Mi è capitato a volte (raramente) di essere assolutamente stupito dal modo in cui non tanto la violenza si inseriva in una diegesi, una narrazione, quanto dal modo fulmineo, assurdo in cui ciò avveniva: contravvenendo ogni principio di gradatio, di sviluppo progressivo, di consistenza di tono (un po’ come certe espressioni di Hegel nel fluire argomentativo della Fenomenologia dello Spirito: “L’unica opera e operazione della libertà universale è perciò la morte, che è più propriamente una morte che non ha alcun interno ambito né riempimento; infatti, ciò che viene negato è il punto, privo di riempimento, del Sé assolutamente libero; questa morte è dunque la più fredda e la più piatta morte senz’altro significato che quello di tagliare una testa di cavolo o di prendere un sorso d’acqua”, a proposito del Terrore del 1794 durante la Rivoluzione Francese). Ricordo così in Les Chouans di Balzac il modo in cui uno dei più gradevoli eroi scompare in meno di una riga dalla vita e dal racconto; o Cyteen di C.J. Cherryh: dopo centinaia di pagine di intrighi politici, analisi socioetnologiche, conflitti psicologici e di potere a lentissima evoluzione vi è, non annunciata, una esplosione, un parossismo di totale, materiale brutalità. – Così in Stazione Kelvin, con il materializzarsi di una minaccia materiale e non solo supposta, con i colpi sordi sullo scafo e l’apertura di una breccia, la nebbia mortifera, le fiamme nere, i raggi mortali, le alte figure in tuta che si introducono, i corpi bruciati che si accartocciano e vengono dimenticati. Il tutto, poi, con una assoluta padronanza della evoluzione spazio-temporale della battaglia – i vari flash, in differenti locazioni spaziotemporali, che si integrano in un potenzialmente cinematografico tutto.

Nonostante sia lontano centomila miglia, mi sento molto calmo

E la mia nave sa quale direzione seguire

Dite a mia moglie che l’amo tanto, lei lo sa

Base a terra al Maggiore Tom, c’è un problema al circuito, qualcosa non quadra

Mi senti, Maggiore Tom?

Mi senti, Maggiore Tom?

Mi senti, Maggiore Tom?

Mi…

Qui sono seduto nel mio pezzo di latta, lontano, sopra la luna

Il Pianeta Terra è blu e non c’è nulla che io possa fare

20 gennaio: Steller vola.

Vampe rosse, violette, azzurre. Fuoco. Steller vola nel silenzio totale, dalla catastrofe alle sue spalle a una probabile morte. In piedi nel contenitore/bara di cristallo, vede le stelle dai vari colori, e poi una progressiva oscurità. Non è una ascesa mistica come in Sant’Agostino (Confessiones); non è il ritorno gnostico, attraverso le sfere degli arconti del male, alla patria. Non si spoglia di passioni, ricordi, volontà di dominio. È semplicemente lì, portato dall’impulso originario che l’ha scagliato lontano, in mezzo alle bombe prima, al quasi-nulla poi. Il tempo continua a scorrere, l’aria cala, i muscoli soffrono nella posizione cui sono costretti, vengono pure i sogni. Un pathos sublime in questo viaggio immobile, che fa seguito alla concitazione della battaglia, e prelude a una quasi assolutamente certa morte. Sembra di vederlo, là in alto, perso. La stazione Kelvin lontana, persa anche lei (solo all’inizio riesce un momento a scorgerla, sempre più piccola, “Come un complicato macchinario ad ingranaggi chiuso tra le fiamme e sul punto di cadere in pezzi… almeno un’imbarcazione ormeggiata poco lontano, e altri fuochi di combustione dai boccaporti come gusci di luce ribollente.”) –

    La storia non si esaurisce in questa sospensione. La traiettoria del veicolo impercettibilmente devia, e compare una astronave dal nulla. Rumori metallici di aggancio, macchine, boccaporti che si aprono, persone. (Potrebbe anche essere tutto una allucinazione, in fondo). Ashes to ashes, cenere alla cenere. Si salverà o non si salverà? Al contrario che nell’Enigma di Diamondia, la risposta non è data.

Do you remember a guy that’s been

In such an early song?

I’ve heard a rumor from Ground Control

Oh no, don’t say it’s true

They got a message from the Action Man

“I’m happy, hope you’re happy too

I’ve loved all I’ve needed, love

Sordid details following”

The shrieking of nothing is killing, just

Pictures of Jap girls in synthesis and I

Ain’t got no money and I ain’t got no hair

But I’m hoping to kick but the planet it’s glowing

Ashes to ashes, funk to funky

We know Major Tom’s a junkie

Strung out in heaven’s high

Hitting an all-time low

Time and again I tell myself

I’ll stay clean tonight

But the little green wheels are following me

Oh no, not again

I’m stuck with a valuable friend

“I’m happy, hope you’re happy too”

One flash of light but no smoking pistol

I never done good things (I never done good things)

I never done bad things (I never done bad things)

I never did anything out of the blue, woh-o-oh

Want an axe to break the ice

Wanna come down right now

Ashes to ashes, funk to funky

We know Major Tom’s a junkie

Strung out in heaven’s high

Hitting an all-time low

My mother said, to get things done

You’d better not mess with Major Tom

My mother said, to get things done

You’d better not mess with Major Tom

My mother said, to get things done

You’d better not mess with Major Tom

My mother said, to get things done

You’d better not mess with Major Tom

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Riferimenti bibliografici.

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(novembre 2015)