L’ultimo mito arrivato. Una riflessione di Roberto Agostini sulla Sacra Trinità Libro – Scrittore- Lettura

Libri al supermarket

Libri al supermarket

Di ROBERTO AGOSTINI

Bravi o non bravi, i tennisti

compiono gli stessi gesti.

Ora dobbiamo comprendere il gioco.

Principia oratorium (Anonimo, XVIII sec.)

 

 

Qualsiasi società – perfino il binomio Robinson-Venerdì – si aiuta con la creazione di mitologie sulle quali fonda il proprio essere e lo motiva continuamente. Se le mitologie sono insistenti, pervasive, tanto meglio perchè tengono “calda” l’atmosfera e nel proliferare delle attese è più facile, come sappiamo, coltivare illusioni. Se il Sole riscalda, si spera che anche il calorifero funzioni durante un ostinato inverno.

L’ultimo mito arrivato nella nostra Società del Consumismo riguarda il libro, per meglio dire, la Sacra Trinità Libro-Scrittore-Lettura (non Lettore). Mentre le forme di alienazione sono oggi divenute intollerabili, e il potere finanziario procede a riorganizzare il Globo in distretti e metropoli, affidando intere popolazioni alle mani “caritatevoli” delle multinazionali e dei fondi sovrani – un Globo che torna ad assomigliare alla Corte del Re Sole – si moltiplicano le attenzioni verso il Libro, divenuto Icona. Tutta l’ondata di pubblicità -  giornali televisioni reti – ci dice che il Libro non è più un Valore col quale confrontarsi, ma una Casa in cui rinchiudersi. E lo Scrittore non è più una Persona chiunque, ma il Proprietario-Sacerdote del Culto cui essere ammessi. La nuova religione serve ad amplificare il momento privato rispetto a quello pubblico, il Rifugio rispetto al Confronto. Tornano ad agire quei miti piccolo-borghesi, confezionati nell’Ottocento per arredare confortevolmente gli animi degli inferiori, come il sentimentalismo in poesia – c’è di peggio, i poeti oracolari simili ai prof presuntuosi del liceo -, il romanzo feuilletton, l’autobiografismo in prima persona martellante “io— io—io”.-  Il potere spinge le persone a rivolgersi a se stesse e non agli altri, a perdere relazioni autentiche a favore di introiezioni non finalizzate però al “conoscere se stessi” (un lavoro duro, e chi lo vuol più fare? neanche gli psicanalisti lo consigliano) piuttosto a “dis-perdere” se stessi.

Il marxismo classico insisteva, comprensibilmente per allora (Ottocento e Primo Novecento), sulla forza cogente dei rapporti di produzione, l’aspetto materiale che condiziona la vita spirituale, le cose concrete in grado di esercitare attrazione sul pensiero e sulle funzioni giudicanti. Oggi le cose sono drasticamente mutate, invertite e, per usare la sempreverde immagine di Gramsci, l’egemonia culturale dirige tutti gli aspetti materiali: guardiamoci attorno, per esempio i Grandi Opifici non esistono più, lo spettacolo delle masse operaie che escono in tuta al suono delle sirene è sostituito dalle turbe iperrealistiche di consumatori degli shopping centers: a un livello di apparenza il salario non distingue più il ricco dal povero, perchè anche quest’ultimo ha i suoi simboli consumistici, le sue mode, i suoi tatuaggi. Le barricate non ci sono più. Ci sono le scale mobili. Anche gli ultimi possono salire ai piani superiori. Basta crederlo. Per un sottoproletario, piovuto a Milano da una foresta del Nicaragua o da una baraccopoli della Nigeria, vestire i miti è più importante in termini antropologici, perchè non solo compensa lo sbarellare quotidiano nelle umili, spesso umilianti, occupazioni. Ma lo fa proprio uscire dalla sudditanza: non vedi che sono come te, grida ai passanti, l’ultimo arrivato. Un giorno, presto o tardi, capirà che cosa ha barattato e anche il suo grido sarà uguale a milioni di altri confondendosi nella rauca giocosità. Consumismo significa, infatti, livellamento e il recupero di personalità attuato per il fatto che mi posso vestire, posso parlare e comportarmi in certi modi è puramente fittizio, anzi già in partenza (concettualmente) destituito di significato.

Quando si affronta un nemico, nella fase agonistica siamo belli, non solo forti, perchè il sangue fluisce più veloce. Ma quando stiamo per essere sconfitti, improvvisa appare tutta la bruttezza, il volto ha due occhiaie nere, l’infezione ha preso i nodi linfatici. La letteratura del Novecento ebbe i suoi Proust, Musil, Beckett, nell’ultimo soprassalto tentando di respingere il nemico ma la società massificata e l’industria culturale si erano già impadronite dei gangli vitali (pubblicità, commercio). Ora che stiamo vivendo la fine, questa si mostra nella cacofonia di generi, confondendo ruoli e valori.

Il self-publishing è la scala mobile, che può trascinarmi, ignoto e scontento, al livello dei grandi (chi diventa visibile, cresce comunque in grandezza, come l’attore sotto il riflettore emerge dal buio palcoscenico). Ma prima dell’autopubblicarsi, il sistema ha dovuto lavorare attorno all’immagine dello Scrittore, trasformandolo  in un Incantore fornito di notevoli Mezzi Propri (un Balotelli che va in Ferrari perchè ha il tiro!).  Contornato da successo e seguito, lo Scrittore ha potuto diventare una figura sociale attraente, nel senso proprio che ci attira. Incontri, dibattiti, letture, presentazioni, festival e premiazioni (i Premi equivalgono al Medagliere Olimpico) tengono impegnati ogni giorno, dalla metropoli al paesino. Lì lo Scrittore può esercitare/validare il suo mestiere di Guru, queste sono anche le occasioni nelle quali il Sistema garantisce i famosi “cinque minuti” di celebrità per tutti preconizzati da Andy Warhol, il Maestro della Promotion-Art (quando un pittore moltiplica i suoi ritratti significa che ha una vasta clientela, pensate alle serigrafie di Andy o alla Madonne di Raffaello). Il mito ha contenuti diversi ma univoci: portare in alto, farsi ascoltare, far vivere un’esistenza più bella essendo immateriale – anche se 9 scrittori su 10 oggi hanno fame più che fama, ma questa è la vendetta del materialismo sull’idealismo! – .

Il libro, divenuto mezzo di ascesa narcisistica, è ricercato in simbiosi all’autore, c’è una sovrapposizione ipocrita fra opera e autore, uno vale l’altro e viceversa, mentre trent’anni fa se chiedevi La montagna incantata era perchè volevi proprio quel libro e non ti interessava il suo autore – non si era fan di uno scrittore -. A completare l’unità nella trinità – mistero della Fede -  ecco la Lettura, promossa con identiche armi dagli stessi manipolatori per cui il libro è uguale a una merce essendo la persona già una merce.

Almeno si moltiplicano i lettori in un sistema a funzione commerciale? In Italia non è mai successo, un ristagno di anni ormai, spiegabile con il fatto che la Lettura non coincide con i Lettori, è invece una proposta astratta di un sistema che deve far tornare i conti con le formule. Anche se non tornano, o proprio per questo, il lettore pratico, desiderante, vero, è stato sostituito in questi anni dall’atto del leggere: ai bambini delle primarie si dice, per indottrinarli subito, l’importante è che leggiate. Non cosa leggere o perchè e dove scegliere.

Da tutto ciò viene quell’aria di leggiadro disincanto un po’ nevrotico che avvolge questi anni, come uno scialle il cui ricamo fa prurito. Chi scrive, scrive per ascendere, chi legge lo fa per salire, il libro è un messale vuoto – come quando il popolo ripeteva la messa in latino: sed libera nos a mare! -  ma il rito funziona sempre verso l’alto. Un sistema culturale, degno del sostantivo e dell’aggettivo, sarebbe orizzontale con linee che proliferano, s’accendono e rinverdiscono, si intersecano pulsanti e sempre uniscono la fine al principio perchè la tradizione è molto più importante della novazione.

E  non c’è bisogno di alcun mezzo. Neanche, paradossalmente, del libro.

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8 pensieri su “L’ultimo mito arrivato. Una riflessione di Roberto Agostini sulla Sacra Trinità Libro – Scrittore- Lettura

  1. assolutamente condivisibile!
    il rito della lettura che si celebra come una messa
    l’autore, il libro, la lettura
    e noi che ruolo abbiamo?
    ai miei alunni, dieci anni, continuerò a ripetere che devono leggere per crescere?
    o dirò loro leggi questa storia, ascolta questo racconto, guarda che posto, senti che avventura?
    non importa chi l’ha scritta, leggila! amala! goditela!
    lasciala se non ti va

  2. forse il narcisismo di chi scrive e pubblica si lega alla visibilità come tendenza in ogni campo sociale. come pure il dover leggere: la tendenza a gestire controllare costruire ogni nostro comportamento. gestione marketing confezionamento, non solo del prodotto libro ma anche di chi legge. il problema è con chi prendersela, come intervenire criticamente: con l’allegoria? accettando il gioco parodicamente per dire intanto anche altro ma col rischio d un’ambiguità insolubile? rifiutando le mode letterarie? favorendo e praticando scritture non riscritte, riconfezionate? lasciandoci andare proteggere confortare cullare dalla tendenza? emarginandoci per non rinunciare a una ricerca artistica che non ci garantisce alcun riscontro ma solo frustrazione o eroismo?

  3. Certo il problema resta problema e si inserisce, a mio modo di vedere, nella generale insicurezza delle direzioni, crollata o fatta crollare la sicurezza delle ideologie sistematiche. Narcisismo è frutto anche di questo individualismo, ingestibile, finora. Le risposte alle nostre domande, chissà… Ringrazio entrambi per i vostri commenti. Ai miei “allievi” dei corsi di scrittura creativa ricordo le torri in cui si rinchiudevano i monaci, che ho visto durante un viaggio in Irlanda . Un’unica finestrella, molto in alto, di modo che i vichinghi non riuscissero a salirci. Ma anche la torre, come sappiamo, eburnea o meno, non risolve nulla. Anche se la vicinanza, come questo scriversi, è determinante.

  4. Sul finire degli anni Sessanta, a Parigi, circolava – di sicuro nelle librerie, ma credo anche nella metro e in altri spazi pubblici – un manifesto con questo slogan: “Un homme qui lit en vaut deux”. Mi sembrava di buon augurio, allora, ne percepivo il significato alla lettera, e lo condividevo (ero già un lettore vorace, e la prospettiva che per un’attività così piacevole, quand’anche perturbante, potessi raddoppiare il mio valore solleticava in modo evidente i confini del narcisismo). Leggendo ora il brano di Agostini, e mettendo a fuoco i problemi che solleva (tutti condivisibili), mi viene in mente come quel vecchio slogan possa legarsi oggi, in un rapporto quanto meno sinistro, con quello che dice “prendi due paghi uno”, che è l’inno al culto dello scontato, del pagare il meno possibil;, al limite, della gratuità. Poiché ritengo (cristianamente? freudianamente?) che qualunque acquisizione sia valida solo se costa un prezzo (in senso lato, non solo monetario, quindi) capace di incidersi come insegnamento nella nostra vita, immagino l’uomo doppio di allora (il lettore) che consuma, oggi, prendendo due e pagando uno, penso a come l’irrilevanza di quel di più gratis si accumuli in lui ottundendone i sensi, l’intelligenza, gravandolo di un peso consumistico che gli dà in quantità quanto gli toglie in qualità. Forse, anche in questi consumi (di lettura), bisognerebbe decrescere, assottigliare, pagare il prezzo intero del poco che vale la pena, tutto, e possibilmente con grande impegno, e anziché valere il doppio, sforzarsi di tendere con costanza a quel rispetto di sé la cui meta, nella migliore delle ipotesi, sarebbe farci avvicinare il più possibile a ciò che siamo. Ma mentre è facile condividere i problemi, più arduo è prospettare soluzioni in un modo sufficientemente condiviso da renderle efficaci. Quanto ai sacrosanti problemi sollevati da Agostini, temo che la soluzione, al momento, non riesca ad andare oltre il solito “Che fare?”. Chi ha un’idea buona, quindi, la esprima, e vediamo, arricchendola e lavorandoci, dove si arriva.

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  6. Mi ha emozionato l’idea-ricordo di Parigi, come crocevia, non l’unico ma clamoroso, di una generazione di entusiasti – eravamo all’inizio del consumismo! – . A proposito del commento di Ciriachi, che condivido pienamente, mi viene in testa una parola – dal lato dello scrittore – autenticità. Può valere anche per il lettore , credo. Bloom parla di grandezza e Berardinelli, cito a braccio, gli risponde: ma che ossessione. Eppure se non rintracciamo, noi “simpatici consumatori un pochino avvertiti” una grandezza e ci appendiamo lì, non so cos’altro poter dire. A parte, come credo vogliono fare tutti i conoscenti e gli amici che hanno a cuore l’umanità e la cultura in senso lato, insegnare ai più giovani, senza spocchia, a cercare quell’idea buona su cui conclude Ciriachi. Grazie, Fabio.

  7. Pingback: L’ultimo mito arrivato « Seme di salute

  8. Condivido? Non condivido? Non so. Forse il problema sta nel salto generazionale. Quando ero giovane era un privilegio nascere con entrambi i genitori vivi e in salute, avere una casa, avere una casa con libri e dischi. Se nascevi in un paese non c’era neppure la biblioteca . L’abbondanza di oggi mi rallegra e su You Tube trovo tutta la musica che voglio.
    Auto-pubblicarsi? Non l’ho ancora fatto ma forse lo farò perché se ragiono sui libri che vedo in libreria o al supermercato, dubito che esistano editori che rischino su libri un po’ sperimentali. Del resto un editore non può certo pensare di stampare libri che non hanno mercato. Se vende poche copie è in perdita. Se aumenta i prezzi vende ancor meno.
    Voglio essere ottimista. Forse su internet con calma si creeranno le nicchie giuste (non lo è anche critica Impura?) e nel frattempo mi spiace che lei veda tutto nero. Anche se il nero è stato spesso generatore di creazione.
    Con incoraggiamento Ezio Saia

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