Emanuele Trevi, Qualcosa di scritto, Ponte Alle Grazie, 2012
Emanuele Trevi, Qualcosa di scritto, Ponte Alle Grazie, 2012

Di ANTONELLA PIERANGELI

Ho conosciuto personalmente Laura Betti, avendo lavorato a lungo, durante i miei studi, presso il Fondo Pasolini, ospitato all’epoca in Piazza Cavour, al terzo piano di un severo palazzone umbertino, incredibilmente tetro come una spelonca. Ebbene, proprio in quell’appartamento polveroso, dall’arredamento di una sobrietà stranamente rassicurante, regnava incontrastata come un Uruk-hai, Laura Betti, paranoica, sadica e ferocissima vedova immaginaria di Pasolini, con la sua tragica nemesi da erinni in disfacimento, sempre pronta a frapporre tra “suo marito e il resto del mondo, ridotto a mero oggetto delle sue angherie, tutta la sua crudeltà e il suo disprezzo.

Vulcanica e ingovernabile, Laura, i cui insulti, sfuriate, grida, oltraggi venivano diretti a tutti i collaboratori che presto desistevano, era però anche una donna di un’intelligenza profonda, sensibile e generosa. Sarcastica fino al martirio (ovviamente dei malcapitati oggetto di tale ludibrio…) ma capace di slanci di generosità e tenerezze che non ti saresti mai aspettato da un’orchessa come lei. Un ordigno a dispiegamento termico, piazzato da qualche parte dietro la fitta coltre di tende berbere (nella geniale visione di Walter Siti) con cui d’estate si drappeggiava con eleganza da ex-magra, le consentiva, all’apparire del primo sole estivo (negli ultimi anni odiava il caldo), di scatenare collere terrificanti via telefono, salvo poi scusarsi con l’interlocutore usando uno sbrigativo e sempre efficace:”e ora scusa devo lavorare, vai un po’ affanculo!“, scandito con voce leggermente diabolica (non è un caso se fu scelta proprio la sua voce per doppiare il demone Pazuzu nel film L’esorcista).

Laura, presenza costante ed incombente nella vita di Pasolini, lo era ancora di più nella “vita” del Pasolini postumo, a causa del suo essersi da sempre autoeletta “moglie non carnale” ma ufficiale di Pier Paolo e, dunque, subito dopo la sua morte, sua vedova. Non solo, era anche convinta di essere l’unica al mondo ad aver diritto di lettura e di ermeneusi sulle opere di Pasolini, tanto che io, spesso, nascondevo i miei appunti e le fotocopie che riuscivo a fare a sua insaputa, per paura che mi mangiasse viva e defenestrasse il povero Giuseppe Iafrate, l’archivista bonzo tibetano che costituiva l’unico esempio vivente di coesistenza pacifica con un molosso sempre affamato, che si ricordi a memoria d’uomo. 

Il molosso però era anche una donna dolcissima, con quel fondo di disperazione sempre in agguato che le dava un’aria perennemente assorta, come se dialogasse con un demone invisibile. Ricordo un giorno, mentre lavoravo in archivio, mia sorella che in quel periodo studiava con me, per un calo di pressione ha un mancamento. Giuseppe prontamente corre in nostro aiuto e la stende per terra non sapendo bene cosa fare, quando ecco che Laura arriva subito, annunciata da un tintinnare di urla e di bracciali, si fa largo tra le mani dei soccorritori dicendo (è il mio ricordo più nitido di quella mattinata): “Via via, non capite un cazzo, questa deve mangiare! Non vedete com’è pallida? Presto, Giuseppeeee, porta il mio ciambellone e fai il caffè, cazzo!!!. E tu, cocca, alzati e cammina, se non sono troppo presuntuosa…” E il giorno dopo, affettuosa come non mai, le appoggia una mano sulla spalla, voleva essere una carezza, e le fa:”Oggi tu mangiato vero? Non è che mi ricadi come una cogliona vero?”. Ecco, questa era Laura, teneramente insopportabile ma grande cuore.

Fra le vittime preferite della Betti c’era, in quei primi anni Novanta, anche Emanuele Trevi, autore del romanzo Qualcosa di scritto (uscito lo scorso marzo presso Ponte Alle Grazie e recente finalista del Premio Strega) allora giovane e inesperto, intento a selezionare materiale che sarebbe poi confluito in un saggio sullo scrittore, e che sarebbe rimasto più di tutti sotto l’incalzare dei colpi della “Pazza” (così veniva unanimemente definita Laura) malgrado l’epiteto di zoccoletta con cui veniva regolarmente apostrofato: “Tu non esisti, zoccoletta, e come potresti? Non sei mai nata!!! Sei troppo FASULLA. E che vorresti scrivere? Cosa ne sai di quello che vuoi scrivere?”.

Non solo, questo trattamento d’urto era stato preceduto da un vero e proprio rituale d’iniziazione, consistente in un colloquio-indagine condotto dalla Betti, per sostenere il quale la stessa aveva dato appuntamento al malcapitato Trevi il giorno 1 gennaio alle ore 8.00! Davanti alla puntualità disarmante di Trevi, alla sua granitica inclinazione al martirio, la Pazza dovette capitolare, non esimendosi però dal solito venefico commento: “Tu sei un paraculo”.

Così tutto ha inizio e Trevi, sia pure in un calvario di umiliazioni, insulti e tirannie sempre nuove e ben assortite, tuttavia paradossalmente vivificanti in una sorta di rapporto sadomasochistico, sente veramente di apprendere qualcosa. Ricorda infatti: “…con una costanza che non credevo di possedere, ero lì ogni mattina a ripetere daccapo la lezione della mia nullità” e dopo anni passati a imparare a “scrivere bene”, di colpo, capisce che non sa niente della scrittura, che ciò che considerava un traguardo non è nemmeno lontanamente una linea di partenza. Dunque Trevi impara, impara molto, su Pasolini ma non solo. E’ da questi due lunghi anni di apprendistato infatti che Qualcosa di scritto prende vita e diviene un testo singolare nel quale l’autore, sullo sfondo di una vicenda tragicomico-autobiografica, tenta un’operazione ermeneutica estremamente rischiosa: interpretare Petrolio, estremo monumento del non-finito pasoliniano, come se si trovasse di fronte al cadavere di Pasolini, come se dall’analisi delle mutazioni del corpo dello scrittore, potesse tracciare la storia di quest’opera multiforme e ibrida, implacabile nell’aprire squarci di consapevolezza verso realtà ulteriori, acuminata nel suo suggerire schegge di memoria, nel suo proporre letture nuove che si compongono in un disegno allucinato che spiega ma che in realtà parla anche di qualcosa di inavvicinabile.

Per questo, Qualcosa di scritto non può essere definito un romanzo perché non rientra in nessuna categoria, dato che non esiste un’etichetta che possa fissare un’opera che mescola saggistica e letteratura, memoria e giornalismo, storia personale e analisi psichiatrica (il caso Betti), in un insieme tanto ben orchestrato e volutamente ibridato da sembrare, a tratti, disorientante. Lo scritto di Trevi infatti sembra ruotare attorno a un’idea semplice ma ferrea secondo la quale l’opera, se veramente diviene strumento di conoscenza profonda, che “spinga sempre un po’ più oltre la possibilità dei singoli”, deve incarnarsi assolutamente in qualcosa di corporeo, di tangibile, che sia rintracciabile in una trasformazione materiale e irreversibile. Petrolio assomiglia dunque più a qualcosa di scritto sul corpo che alla narrazione di una storia e Trevi si trova così a rilevare in esso le tracce e i resti di tale ritualità barbarica. Egli infatti accosta, capitolo per capitolo, una serie di immagini, su cui ritorna sistematicamente, lasciando al lettore il compito di rintracciarne le corrispondenze. Proprio questo, di fatto, rende il testo assolutamente affascinante.

Già a partire dalla copertina di Qualcosa di scritto è infatti impossibile non restare folgorati: la foto bellissima di Elisabetta Catalano mostra Pasolini e Laura Betti al massimo del loro fulgore. Lui, malinconico e assorto, guarda e sembra volutamente non vedere oltre, lei invece fissa l’obiettivo spavalda, un senso di sfida nello sguardo inquieto quasi a presagire la catastrofe annunciata da quel forzato gioco delle coppie, con il quale si massacrerà la vita e la psiche. Un’immagine quasi ipnotica ma piena di funesti presagi, con Laura a nutrire un amore devastante per Pier Paolo e lui a divenire una catarsi mai realizzata nel suo percorso misterico. Come dice Trevi, se è vero che alcuni “svolgono nella vita dei loro simili un ruolo catastrofico“, per la Betti l´apocalisse fu l´incontro con quell’uomo torvo, disomogeneo, avido di purezza e circondato da ragazzi di vita. Lo amò più di se stessa, mentre lui le rimase straniero e lontano, prigioniero di una creatività rabbiosa e abbagliante perfino nei suoi paradossi. È anche questa profonda fascinazione che Emanuele Trevi ci racconta, questo rapimento dell’essere verso luoghi ignoti dell’Io e delle sue vorticanti ulcerazioni, tanto da trasformarsi in ossessione e conoscenza, mentre fili invisibili si rivelano: quello che Trevi vuole mostrare infatti, rintracciando nel testo di Petrolio i riferimenti ad antiche pratiche misteriche, è come negli ultimi anni della sua esistenza, Pasolini sia stato completamente impegnato in un tentativo, del tutto solitario e incomprensibile ai più, di avvicinarsi alla morte e di iniziarsi a questo mistero in modo assolutamente totalizzante.

Egli stesso ha messo in atto, nella vita come nelle proprie opere, gesti e rituali che gli hanno permesso di esporsi alla possibilità di diventare altro da sé, di “esporre di sé ogni centimetro della propria carne” per farsi attraversare dalla vita e diventare completamente se stesso. Mostrandoci questo, Trevi ci parla anche della propria iniziazione, della propria visione suggerita dalla scrittura di questo romanzo che se inizia con un timido accostarsi alla vita di Pasolini e della sua tragica sposa Betti, poi sprofonda nelle loro esistenze e si interroga sulla loro particolarissima forma, che non può che indicare la strada per una radicale trasformazione.

Per questo l’opera di Trevi mostra ciò “che attraversa l’anima come un lampo” e cerca di raccontarne la ricchezza sommersa, l’estrema originalità, nella visione abbacinante del rapporto con la vita stessa che Pasolini visse sulla sua pelle. E’ questa metamorfosi misteriosa alla base dell’invenzione pasoliniana, il tema del doppio: due personaggi di nome Carlo sono i protagonisti di Petrolio, due uomini che in quartieri periferici e degradati della capitale, quartieri popolari a Sud di Roma, tra Casilina e Tuscolana, vivono esperienze sessuali estreme, intese come rito di iniziazione, come estrema visione: “Ed è proprio per questo motivo che l’iniziato può dire di sé che è nato una seconda volta, perché in effetti è un mondo nuovo, incomparabilmente più bello di quello in cui era vissuto, quello che adesso ha raggiunto per non tornare più indietro”.

Nell’analisi di Petrolio, un libro interamente basato sull’idea di duplicità, Trevi ci consegna anche un’immagine inedita di Pasolini, quella di un uomo affacciato sull’abisso del mistero che proviene direttamente da un antico culto della Grecia classica, i Misteri Eleusini, che si celebravano alle porte di Atene e ai quali solo pochi scelti iniziati potevano essere ammessi. In quell’abisso, in quell’inferno antropologico che affonda nel mito di un’umanità ai primordi, Pasolini riconosce i tratti della contemporaneità e la sua forza di persuasione attraverso la scrittura si fa più alta ed efficace… “Scorrono di fronte agli occhi di Carlo i vari aspetti della ‘bruttezza’ e della ‘ripugnanza’ di questa nuova umanità – così come appaiono nei corpi, o nel modo di vestirsi , nelle nevrosi, nel perbenismo e nel sentimento della ‘dignità’, nella vigliaccheria, nella finta tolleranza, nell’imitazione del tenore di vita borghese, e in tutte le altre ripugnanti variabili dell’universale conformismo”.

Una rapsodia atroce di disperante modernità e, dunque, qui anche il libro di Trevi, via via che la scrittura procede, si fa sempre più frammentario, rapsodico. La sua invisibile trama svela la propria natura pretestuosa per lasciare spazio alla sola ricerca di identità. L’identità di un testo e l’identità di scrittore del protagonista, lo stesso Pasolini, il suo pensiero, una storia di iniziazione alla letteratura e alla vita.

Qualcosa di scritto è un titolo quindi che va preso soprattutto in senso letterale, incastrato in una scrittura che non è più romanzo e non è ancora saggio, ma si tiene in equilibrio tra le due forme, opera quindi impossibile da definire, da contenere come Petrolio stesso infatti, testo di cui Pasolini, volutamente incapace di trovare una definizione migliore, parlava semplicemente definendolo come di qualcosa di scritto, appunto. In conclusione, solo il filo narrativo regge la vera struttura di questo romanzo-non-romanzo, il suo vero percorso, il suo vero obiettivo, che è quello di parlare di Petrolio non come di un testo letterario ma come di qualcosa di inseparabile dalla vita del suo autore, qualcosa che non travalica solo i generi ma che arriva ad esondare definitivamente dal campo stesso della letteratura, fino ad essere del tutto indistinguibile dalla vita vera e propria.

In questo modo, Petrolio finisce per essere la chiave per vivisezionare l’esistenza di Pasolini, lo strumento attraverso cui condividerne il percorso intellettuale ed esistenziale, cosa che può realizzarsi solo a patto di considerare quel testo non come una scrittura sulla vita e sulla morte bensì come una morte in atto. Proprio di questo parla, in definitiva, Qualcosa di scritto: di un percorso esistenziale che è anche un percorso iniziatico, di una vicenda – quella di Pasolini – che non riesce a concludersi in se stessa, in virtù del suo essere potentemente connessa sia a un futuro, che in qualche modo conosceva pur non avendolo mai vissuto, che a un remoto passato. Pasolini, e Petrolio, per Trevi sono infatti esattamente questo: l’incarnazione di qualcosa che non riesce ad essere autonoma, che tracima sempre, che scava in luoghi infernali in cui nessuno riesce a scendere senza pagare un prezzo alto e da cui non si risale senza un disperato senso di sconfitta. Petrolio viene quindi riletto come un testo scritto da un iniziato per altri iniziati, l’opera di un uomo arrivato al punto in cui ogni ragione precipita, ogni logica si condensa e resta solo la forza di qualcosa che è definitivamente oltre-umano.

In Petrolio infatti, il protagonista si disumanizza sdoppiandosi e vive la sua massima metamorfosi, il definitivo trapasso. Vive l’incontro con il suo doppio, vive il proprio diventare, essere, quel doppio. Secondo Trevi, Pasolini aveva scoperto nell’antichissimo rituale misterico di Eleusi, “il più celebre e insieme il più segreto di tutta l’antichità, […] fondato sull’iniziazione, sulla metamorfosi dell’individuo che produce la conoscenza suprema, contenuta nella visione“, un riflesso della propria esperienza e attraverso questa consapevolezza si era “sporto sull’abisso, aveva afferrato la realtà suprema e, per così dire, la realtà della realtà”. È questo il fulcro del romanzo, questo il nodo critico che Trevi vuole mettere in luce: la letteratura è il luogo di un’infinita metamorfosi, il luogo del cambiamento perenne, dell’eterno superarsi del singolo. Pasolini, nella sua opera e nella sua vita, ha portato la letteratura al suo estremo limite, al confine oltre cui trascolora in qualcosa che è altro da sé.

E Petrolio, assieme a Salò, è il luogo in cui questo percorso è arrivato al definitivo compimento. Fermarsi a questo punto, mettere in luce questa tesi e considerarla il centro di questo strano romanzo, di questo saggio narrativo, di questa critica autobiografica, di questo qualcosa di scritto, significa non comprendere come il libro di Trevi sia un’opera densa, labirintica, colma di spunti e di rivelazioni che emergono una dopo l’altra in maniera non caotica, anzi estremamente lucida e precisa, ma che si accumulano suggerendo infinite altre strade da percorrere. È un libro intenso, Qualcosa di scritto, un libro in cui ogni capitolo è pensiero distillato di idee e contenuti in cui ogni parola va per forza di cose nella sua direzione naturale, perché troppo grande è la precisione con cui è scelta e collocata nello spazio bianco della pagina. Un congegno narrativo in cui ogni scena, anche se apparentemente estemporanea, è in realtà parte di un meccanismo conoscitivo in cui è una tessera del mosaico della narrazione che non potrebbe essere collocata altro che lì.

È in un tale mosaico di sonorità emozionali, che Trevi si protende in un estremo gesto di crescita sul piano della prosa e si ibrida con l’ oggetto magmatico della sua ricerca, dal quale mutua l’intensità e il coraggio del corpo a corpo con la vita e il vorticante-urticante innesto di stili.

Romanzo, saggio, diario di viaggio, analisi psicoanalitica… Come Petrolio, anche questo libro è “qualcosa di scritto”: un ibrido ardente e impossibile da afferrare, di possibili forme di scrittura.

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