Altri appunti sulla possibilità di una condizione neomoderna del linguaggio e della logica. Un intervento di Lorenzo Pezzato

Un pensiero su “Altri appunti sulla possibilità di una condizione neomoderna del linguaggio e della logica. Un intervento di Lorenzo Pezzato”

  1. Il francese Desargues amava rivestire le sue teorie di nomi e metafore di origini botanica. Per questo la grande forza innovativa della sua opera non venne subito capito. Sembra che molti pensatori posteriore amino ricorrere a metafore botaniche per rendere comprensibili le loro opere.
    Un procedimento certamente utile che però non può esaurire l’argomento teorico e di cui non si può approfittare come argutamente fa notare nella sua Analisi della mente Hanna Arendt, insinuando che l’approvazione entusiasta di molti per la psicanalisi sia in parte dovuta alla riuscitissima metafora dell’Iceberg.
    Approvo l’elegante esposizione ma non credo che il pensiero tecnico della signora Caporossi si possa imprigionare con una metafora conoscitiva. Prima di Cantor un grosso problema, l’evidenza, già rivelata da Galileo, di un ragionamento che, se portato nell’ambito di quantità infinite, portava all’assurdità del Tutto uguale alla parte, pareva bloccare in partenza ogni indagine. Cantor trasformò l’assurdità in una definizione e su questa definizione costruì una teoria del transfinito che impressionò i pensatori matematici e non matematici secondo alcuni, come Hilbert, un paradiso secondo altri come Kroneker, Poincarè, Brower, Wittgenstein un parto di pura fantasia, un castello di carta, una galleria di orrori.
    Penso che i conti con le antinomie linguistiche, logiche ecc., ivi compresi le vecchie contraddizioni della causa che causa se stessa del motore immobile che muove, qualsiasi pensatore debba doverli comunque farli proponendo soluzioni in termini di teorie dei tipi degli ordini o dei ranghi o uscendo su altri piani come quello estetico o, come il Wittgenstein del Tractatus con la teoria raffigurativa o con il Wittgenstein delle Ricerche Filosofiche con un metaforico avviso VIETATO GUARDARE.
    Ma esistono anche altre soluzioni come quella proposta da Von Foerster che, respingendo la fuga dei tipi, degli ordini, dei linguaggi, scrive:

    “Si può considerare il linguaggio come una soluzione di un problema di autovalori. Quando due individui interagiscono linguisticamente fra di loro, essi formano due sistemi non banali. E dopo un certo numero di interazioni l’interazione che lega il primo individuo al secondo converge con l’interazione che lega il secondo individuo al primo, in maniera tale che un individuo tende a diventare una sorta di autocomportamento del secondo individuo. E’ proprio questo il modo in cui ci comprendiamo, e il modo in cui le nostre interazioni producono uno strumento interattivo che è appunto il linguaggio. E penso che la prospettiva dei prossimi anni sia proprio la possibilità di accostarsi al problema del linguaggio seguendo questa linea di pensiero.”

    Penso che una prospettiva di questo tipo possa essere una buona proposta. Il problema non sta però nel tipo di proposta quando di acquisire un atteggiamento alla Cantor: accettiamo le antinomie, i motori immobili, le cause incausate non come enigmi da risolvere a tutti i costi per salvare una qualche supposta razionalità o coerenza, ma come realtà da accettare che caratterizzano un paradigma, quello gerarchico, risultato destino vincente nella storia evoluiva dell’uomo.
    Ma esistono molti altri paradigmi che potremmo caratterizzare come preteorie generalissime che identificano pluralità di maniere di interfacciarsi o vivere l’Essere o il mondo, comunque lo si voglia chiamare. Penso che Von Foerster, quando parla d’interazioni continuate per millenni nella società dei singoli esseri-uomini interagenti fra loro che producono autovalori, stia lavorando all’interno di un paradigma circolare-destinale dove le antinomie non esistono e al concetto di verità corrisponde quello di stabilità.
    Ricorrendo a una metafora se a un circolo applichiamo un parametro lungo una nuova dimensione otteniamo una spirale e, se il parametro è a gradini digitali, otteniamo una serie di piani di “verità” o di stabilità dove forme generalissime come X=Y non solo funzionino in quanto generatrici d’informazioni a patto “stirate” nei vari piani ciascuno con le sue regole, ma siano forme di “fusione sintattica”

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