Altri appunti sulla possibilità di una condizione neomoderna del linguaggio e della logica. Un intervento di Lorenzo Pezzato

Distinguere le cose nel buio dell'esperienza è un atto di poiesi? - Foto di Andrea Silva 2012
Distinguere le cose nel buio dell’esperienza è un atto di poiesi? – Foto di Andrea Silva 2012

Dalle riflessioni di Lorenzo Pezzato esce un breve intervento, a metà fra l’esegesi e l’avallo, fra la chiarificazione e l’approfondimento, che intende sostenere il concetto della natura poietica del linguaggio nel dibattito sorto in seguito alla pubblicazione dell’articolo di Sonia Caporossi Fatti e interpretazioni: appunti sulla possibilità di una condizione neomoderna del linguaggio e della logica, discusso ampiamente durante l’estate da lettori e studiosi e finito nella rassegna stampa di Labont relativa al nuovo realismoPer la comprensione del presente intervento, quindi, si rimanda preliminarmente alla lettura dell’articolo originario. Pezzato, in particolare, analizza le condizioni e le modalità che nel Novecento hanno condotto filosofia e poesia a shiftare inevitabilmente l’una nello statuto dell’altra, utilizzando la nota neoformazione concettuale di rizoma; per questo tramite, compie un ulteriore passo verso lo scivolamento della nozione postmoderna in quella neomoderna di poesia (e di poiesis) come fattore esperienziale, “al netto del costruttivismo”, del nostro essere nel mondo.

Di LORENZO PEZZATO

Il fondamento estetico-logico inteso come quel quid a metà fra l’esperienziale e il concettuale che mette insieme la possibilità delle nostre esperienze coscienti e conoscitive in genere, sostiene Sonia Caporossi, non ha natura trascendentale, non è stabile e permanente ma collegato all’esperienza come fatto comunicativo, dipendente da come è fatta una certa cultura in un certo intervallo temporale. La comunicazione, a sua volta, è comprensibile quando si dà al sistema di riferimento in uso, quando ne è sincronica e sincretica (onde sfuggire al destino di cristallizzarsi in un fatto dialettale).

Se “non ci sono fatti, solo interpretazioni”, nel senso di Nietzsche, allora ecco che la comunicazione diventa necessariamente poesia e la poesia necessariamente comunicazione, cioè rappresentazione del risultato dell’uso di strumenti linguistici per descrivere delle validità –non delle verità- per metterle in comune, posarle sul tavolo del sistema di riferimento nostro (e non altro).

La fruizione di quel risultato, la reinterpretazione dell’interpretato (decodificazione, se vogliamo), coinvolgendo altro/altri soggetto/soggetti aumenta esponenzialmente di complessità, il sistema cresce dapprima sbilanciato in una qualche direzione poi si armonizza assumendo via via una configurazione tendente ad occupare uniformemente lo spazio tridimensionale attorno al nucleo originario. Una configurazione sferica. Come aver piantato un tubero all’interno di un ipotetico vaso sferico trasparente e guardare i rizomi che si ramificano in ogni direzione possibile. Più si distanziano dal nucleo, più i segmenti dei rizomi diluiscono la propria aderenza con la comunicazione che lo ha generato fino ad arrivare alla distanza critica di distacco, tale per cui la decodificazione non può avere effetto data la debolezza del segnale. Saturato lo spazio sferico di senso circostante, seguendo un andamento di sviluppo frattale, avviene l’incontro con i rizomi provenienti da altre sfere ed hanno inizio i processi di contaminazione, di con-fusione (che partono sempre dalle periferie).

In questo contesto la funzione di filtro svolta dall’Io diventa determinante per ordinare il caos di ciò che è fino a renderlo un prodotto digeribile, un ciò che appare (a me). Ecco come un nodo di una rete decentrata prende coscienza di sé in quanto tale e si inserisce nel processo comunicativo divenendone parte, veicolando e condividendo comunicazione all’interno di un sistema aperto.

La condivisione degli interpretati moltiplica la compresenza di interpretazioni e, un po’ come dovrebbe succedere in una Wikipedia aurea (scevra dall’impulso umano-partitivo di direzionare l’interpretazione risultante in una qualsivoglia direzione predeterminata), ne avvicina asintoticamente il prodotto alla verosimiglianza. Qualunque cosa si intenda per verosimiglianza, sempre all’interno di quel nostro sistema di riferimento.

Il superdialetto –o superlatino- assume così i contorni di un’espressione adiacente ad uno spazio-tempo specifico, ad una sfera comunicativa caratterizzata e caratterizzante che rimane “stabile” per il periodo necessario ad essere sostituita dalla successiva. Esattamente quello che succede in un sistema dinamico che evolve fino a divenire rappresentabile come attrattore strano, e il linguaggio è uno di quei sistemi dinamici. La progressiva dissipazione di forza comunicativa di un dato sistema linguistico entrato nella sua configurazione tipica (rappresentata, appunto, dall’attrattore strano) diviene quindi causa di apatia (opposta all’entropia generatrice del nuovo), forza che viene progressivamente riversata nel sistema dinamico successivo dove i processi evolutivi hanno possibilità di ripartire e partorire nuove interpretazioni, nuovi oggetti linguistici.

Certo, non è sufficiente a garantire più comprensione della semiosfera culturale corrente, le parole non creano le cose ma, sostiene Caporossi, indubbiamente le governano. Senza la definizione di beni culturali (o patrimonio culturale), ad esempio, difficilmente avremmo preso coscienza della relazione fondamentale che essi hanno con la semiosfera personale di ognuno di noi, ed essi sarebbero rimasti (innominati concettualmente) una mera esposizione di opere d’arte disseminata in edifici museali. Un modo di scoprire “l’ovvio della non ovvia condizione dell’ovvio” (Emilio Garroni).

Filosofia e poesia dunque nella storia del pensiero del Novecento s’incontrano, entrambe proiettate alla codificazione di una contemporaneità (nostra) da condividere all’interno di un comune orizzonte di senso, perché il tubero possa di lì iniziare a produrre rizomi. E in una contemporaneità che si nutre di succinta comunicazione digitale la semplicità espressiva è davvero garanzia di esenzione dal costruttivismo poetico, dalla ridondanza del segnale che rimbomba uguale a se stesso tra le pareti di una stanza che rimane indefinitamente vuota di modernità.

Da una destrutturazione linguistica spinta fino al codice binario, dall’associazione di idee di matrice para-animale la poesia, così, può distillare quegli oggetti dedicati a contenere il nuovo senso al netto del costruttivismo, può trovare la via per un primitivismo fondativo che la emancipi finalmente dai residui novecenteschi. Altrimenti la filosofia poietica del Novecento non basterà a farci riappropriare del (nostromondo .

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Un pensiero riguardo “Altri appunti sulla possibilità di una condizione neomoderna del linguaggio e della logica. Un intervento di Lorenzo Pezzato

  1. Il francese Desargues amava rivestire le sue teorie di nomi e metafore di origini botanica. Per questo la grande forza innovativa della sua opera non venne subito capito. Sembra che molti pensatori posteriore amino ricorrere a metafore botaniche per rendere comprensibili le loro opere.
    Un procedimento certamente utile che però non può esaurire l’argomento teorico e di cui non si può approfittare come argutamente fa notare nella sua Analisi della mente Hanna Arendt, insinuando che l’approvazione entusiasta di molti per la psicanalisi sia in parte dovuta alla riuscitissima metafora dell’Iceberg.
    Approvo l’elegante esposizione ma non credo che il pensiero tecnico della signora Caporossi si possa imprigionare con una metafora conoscitiva. Prima di Cantor un grosso problema, l’evidenza, già rivelata da Galileo, di un ragionamento che, se portato nell’ambito di quantità infinite, portava all’assurdità del Tutto uguale alla parte, pareva bloccare in partenza ogni indagine. Cantor trasformò l’assurdità in una definizione e su questa definizione costruì una teoria del transfinito che impressionò i pensatori matematici e non matematici secondo alcuni, come Hilbert, un paradiso secondo altri come Kroneker, Poincarè, Brower, Wittgenstein un parto di pura fantasia, un castello di carta, una galleria di orrori.
    Penso che i conti con le antinomie linguistiche, logiche ecc., ivi compresi le vecchie contraddizioni della causa che causa se stessa del motore immobile che muove, qualsiasi pensatore debba doverli comunque farli proponendo soluzioni in termini di teorie dei tipi degli ordini o dei ranghi o uscendo su altri piani come quello estetico o, come il Wittgenstein del Tractatus con la teoria raffigurativa o con il Wittgenstein delle Ricerche Filosofiche con un metaforico avviso VIETATO GUARDARE.
    Ma esistono anche altre soluzioni come quella proposta da Von Foerster che, respingendo la fuga dei tipi, degli ordini, dei linguaggi, scrive:

    “Si può considerare il linguaggio come una soluzione di un problema di autovalori. Quando due individui interagiscono linguisticamente fra di loro, essi formano due sistemi non banali. E dopo un certo numero di interazioni l’interazione che lega il primo individuo al secondo converge con l’interazione che lega il secondo individuo al primo, in maniera tale che un individuo tende a diventare una sorta di autocomportamento del secondo individuo. E’ proprio questo il modo in cui ci comprendiamo, e il modo in cui le nostre interazioni producono uno strumento interattivo che è appunto il linguaggio. E penso che la prospettiva dei prossimi anni sia proprio la possibilità di accostarsi al problema del linguaggio seguendo questa linea di pensiero.”

    Penso che una prospettiva di questo tipo possa essere una buona proposta. Il problema non sta però nel tipo di proposta quando di acquisire un atteggiamento alla Cantor: accettiamo le antinomie, i motori immobili, le cause incausate non come enigmi da risolvere a tutti i costi per salvare una qualche supposta razionalità o coerenza, ma come realtà da accettare che caratterizzano un paradigma, quello gerarchico, risultato destino vincente nella storia evoluiva dell’uomo.
    Ma esistono molti altri paradigmi che potremmo caratterizzare come preteorie generalissime che identificano pluralità di maniere di interfacciarsi o vivere l’Essere o il mondo, comunque lo si voglia chiamare. Penso che Von Foerster, quando parla d’interazioni continuate per millenni nella società dei singoli esseri-uomini interagenti fra loro che producono autovalori, stia lavorando all’interno di un paradigma circolare-destinale dove le antinomie non esistono e al concetto di verità corrisponde quello di stabilità.
    Ricorrendo a una metafora se a un circolo applichiamo un parametro lungo una nuova dimensione otteniamo una spirale e, se il parametro è a gradini digitali, otteniamo una serie di piani di “verità” o di stabilità dove forme generalissime come X=Y non solo funzionino in quanto generatrici d’informazioni a patto “stirate” nei vari piani ciascuno con le sue regole, ma siano forme di “fusione sintattica”

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