Misha Gordin, Crowd 47, 2000
Misha Gordin, Crowd 47, 2000

Di SONIA CAPOROSSI


In questi brevi appunti verrà discussa la famosa affermazione nicciana: “non ci sono fatti, solo interpretazioni”, perno della critica al nichilismo e al costruttivismo che Maurizio Ferraris mette in campo nel suo recente Manifesto del Nuovo Realismo (Bari, gennaio 2012). Questi appunti, tuttavia, esulano decisamente dal punto di vista di Ferraris e, per il loro tramite, si discute da altre angolazioni la lotta metacronica che Nietzsche e Ferraris mettono in campo nella riformulazione attuale di alcuni capisaldi della filosofia del Novecento, sperando che i due possano far pace quando si incontreranno nel paradiso dei filosofi, anche se personalmente ritengo la cosa molto difficile. Non vi vengono citati troppi filosofi o correnti: ad esempio, non vengono nemmeno nominati Heidegger, Gadamer, Apel, Jauss e quelle che Gianni Vattimo, ne “La fine della modernità”, chiama “interpretazioni costruttive dell’ermeneutica”. Questo non significa che non se ne sia tenuto conto in questi brevi appunti. Le mie timide argomentazioni propositive sono dunque le seguenti. 

“Non ci sono fatti, solo interpretazioni.” 

“Delle due l’una: o questa stessa frase è un fatto quindi è certa, e allora contraddice l’assunto, oppure è un’interpretazione dunque è incerta, e quindi lascia il tempo che trova.” 

“Perdonami, ma una frase non può essere un fatto.” 

“Beh, sarà un fatto del linguaggio”. 

“Ma questa, e anche l’altra, sono due interpretazioni!” 

“Certo, ma di che cosa?” 

Poiché soggiace a schematismi concettuali, una semplice frase non può essere un fatto. Però poi lo è nel senso del suo esistere e darsi alla comunicazione. Ovvero,  c’è un fondo residuale fattuale che la collega alla comprensibilità e condivisibilità logica, linguistica, estetica (in climax discendente, dalla semiosfera in atto al suo fondamento). Il cosa, quanto ai concetti, non va presupposto ingenuamente come oggetto in sé, ma come ponte fra il sé e l’altro che permette la comunicazione: si parla sempre di qualcosa, altrimenti non si parla affatto. In questo senso, tutto il linguaggio è fattuale. Le interpretazioni si danno di fatti, e fatti sono anche quelli del linguaggio in quanto tale. Quindi io non direi che non ci sono fatti, solo interpretazioni. Direi piuttosto che le interpretazioni divengono fatti quando si manifesta l’accordo sensato fra il quid logico e quello estetico; che non è il tanto vituperato e banale senso comune, bensì il fondamento (ebbene sì, il fondamento in senso estetico non è del tutto morto!) su cui è possibile l’esperienza in genere, quel cogliere di colpo estetico – logico in base al quale dire che questo è un cane di fronte a un animale chiamato tale ci mette tutti d’accordo. Tutti d’accordo, o quasi, esulando dal discorso, ed alla stessa stregua, sia il pazzo che Dio: giacché, come già Des Cartes aveva intuito benissimo,  ambedue posseggono un sistema di riferimento logico radicalmente altro rispetto al nostro, di cui non possiamo sapere né dire nulla, e del quale pertanto, per quanto kantiano questo assunto preliminarmente possa sembrare, per ora non discutiamo.

Piuttosto, per ora, c’è da notare che il fondamento estetico – logico così inteso è ben lungi dal possedere una presunta natura trascendentale: esso è immanente al fatto in quanto tale, perché non si darebbe senza di esso e viceversa, essendo il senso ed il fatto intrinsecamente legati: una sorta di sensumfactum, se volessimo poetizzare (il verbo non è a caso!) non percepito dal di fuori, ma dall’interno dell’esperienza stessa, essendo noi stessi quest’esperienza, ed essendo l’esperienza, innanzitutto, un fatto comunicativo.

Per spiegarne l’immanenza, prendiamo un esempio tratto dalla storia della filosofia: la disputa sugli universali, e domandiamoci che cosa succede davvero quando dico, per puro  esempio,  “Dio”. Ovviamente il senso di quanto qui si afferma non è che se dico “Dio”, esso debba necessariamente esistere; vorrei piuttosto suggerire che, se dico “Dio”, si capisce immediatamente che cosa io con questo termine voglia dire. Un interlocutore preparato potrebbe qui obiettare: “ma ci sono culture in cui il concetto di Dio non esiste, per loro Dio non c’è; dunque le interpretazioni modellano la realtà…” In tal caso le interpretazioni soggiacciono alla struttura fattuale del come è fatta una cultura, che è un fatto, appunto, di cui dare un’interpretazione non fa che deformare il sistema; inoltre, dire questo sarebbe un’interpretazione nostra di una cultura altra, dunque senza valore ermeneutico alcuno, se non quello approssimativo di una ricerca o, peggio, come spesso accade, di un abbaglio per sovrapposizione e fagocitazione di una sovrastruttura culturale sull’altra; in terzo luogo, e cosa più importante, non si deve confondere il piano ontologico col piano epistemologico: qui non si sta minimamente parlando di ontologia, ed il monaco Gaunilone, nella già citata disputa degli universali, contro Anselmo aveva avuto già la vista lunga.

Andando incontro ai disumanisti, potremmo quindi ammettere che non sono io che presuppongo un cosa, è bensì il linguaggio stesso a farlo, e questo in quanto “interpretare” è un verbo transitivo che vuole l’oggetto. Il problema è che è proprio dall’interno del linguaggio, e usando il linguaggio, che anche solo se ne parla. Quindi non si vede perché non si dovrebbe valutare la realtà (culturale) attraverso quello stesso strumento immanente ad essa che si usa per esprimerla.

Allora forse è proprio l’espressione “non ci sono fatti, solo interpretazioni” ad essere una petitio principii. Il problema è che, per dipanare il reale oltre la mera sensazione animale, non esistono a nostra disposizione altri strumenti al di fuori del linguaggio, e neanche strumenti altri. Ma uno strumento, per esser tale, deve detenere una proprietà d’uso transitiva, appunto strumentale.

E questo è un fatto, per il nostro sistema di riferimento mentale, per la nostra logica. La nostra, non un’altra. La logica nostra, così come è fatta e strutturata, non una logica altra. Ed in questa nostra logica, uno strumento è strumento di e per qualcosa. Ecco che torna su, maledetta nei secoli a venire, la cosa. La cosa come oggetto è un fatto. È l’oggetto d’interpretazione. Altrimenti, ripeto, non si porrebbe neanche il problema, perché non se ne potrebbe nemmeno parlare.

Il circolo ermeneutico, insomma, fa sì che si diano interpretazioni che sono sempre di fatti, almeno tanto quanto si danno fatti che si offrono all’interpretans per essere interpretati, ed è così che l’interpretazione stessa, a sua volta, diviene un fatto: “non ci sono fatti, solo interpretazioni”, a sua volta, è un’interpretazione, nella misura in cui parla, negandole, di interpretazioni fattuali, ed è un fatto, contemporaneamente, nella misura in cui si dà al sistema di riferimento mentale  (il nostro, non un altro, nostro, non altro) per la comprensione e la comunicazione, ed anche, come in questa sede, per la discussione o la confutazione.

Questo perché l’interpretazione ha sempre un quid fattuale su cui transitare;  eppure può, nel suo massimo picco di autoreferenzialità, divenire intransitiva, ricadendo su se stessa?

Questo sarebbe, ed è, il suo esito costruttivista estremistico, probabilmente il senso nicciano della questione; ma è già un’affermazione costruttivistica in sé anche solo  affermarlo, in quanto è lo strumento linguistico e l’uso che se ne fa a concederci questi sensi. Il residuo autistico che c’è nell’assunto nicciano fa sì che nel senso di Nietzsche ci sia solo l’interpretans e non si abbia bisogno dell’interpretandum; e tuttavia, senza interpretandum non si dà interpretazione, ovvero esiste (in senso epistemologico, non ontologico) un residuo fattuale che consente la determinazione dell’atto dell’interpretare, per cui ogni altro uso è in un certo senso, ovvero a sua volta un’interpretazione dell’interpretazione; legittima, per carità, se esiste in senso forte, del resto; ma sempre e solo in un certo senso, che è come dire in un senso incerto, per il quale, insomma, io posso anche immaginare, allo stesso modo, Dumbo che vola con le orecchie al quinto piano, appena fuori dalla mia finestra.

Qui si svela, insomma, in tutta la sua drammatica cogenza, la necessità della differenziazione logica fra validità e verità, concetti invece sistematicamente confusi all’interno della temperie costruttivistica, che per questo ha generato non solo una sorta di confusione poetica lontana da qualsiasi pretesa filosofica, ma anche una crassa serie di veri e propri errori ermeneutici. È questa la reale problematicità insita nel costruttivismo estremistico, a causa della quale occorrerebbe discutere il costruttivismo con le sue stesse armi, invece che dal piano di un realismo negazionistico come reazione al negazionismo costruttivista della realtà: perché altrimenti, dal dualismo si rischia di non uscire e di tornare puramente al razionalismo seicentesco. Con tutti i manicheismi  immobilizzanti che questo comporta.

Maurizio Ferraris, in questo senso, sembra combattere il costruttivismo con armi spuntate in partenza, nonostante intuisca e tematizzi l’importanza di ciò che lui chiama “la fallacia del sapere – potere”, ovvero il passaggio indebito, che il costruttivismo sempre fa, dal piano epistemologico a quello ontologico e viceversa. E tuttavia Ferraris sbaglia quando dà tutta la colpa a Kant per aver tematizzato gli schematismi concettuali; sbaglia perché sarebbe come dare la colpa alla scuola di Copenhagen per aver teorizzato la fisica mentalistica. Quelli messi in campo nella storia della filosofia, compresa la rivoluzione copernicana del boccoluto di Konisberg, sono semplicemente strumenti per pensare: tutto dipende quindi dall’uso che se ne fa. Kant, in questo senso, è stato un ingegnere almeno quanto Locke un carpentiere, e se il problema è l’uso che degli strumenti linguistici si fa, si può candidamente giungere a pensare che Nietzsche, affermando che “non ci sono fatti, solo interpretazioni”, ne abbia fatto, in questo caso, un uso più poetico, cioè costruttivista, che filosofico.

Questo perché il costruttivismo filosofico, a ben vedere, condivide con la poesia l’arte dell’inventio e dello stilema, il gusto della formula, della neoformazione categoriale e del neologismo lessicale giustificato apoditticamente, il barocchismo metaforizzante, l’analogismo analitico, il criticismo decorativo; l’essenza basilare, insomma, della paraletteratura, che è il genere letterario, di grande impatto e di enorme fascino, a cui certa filosofia del Novecento fino ad oggi sembra davvero poter fare capo. Non c’è niente di male ad esprimersi filosoficamente in questi termini, anzi, la filosofia per questo tramite acquista nobilmente sensi e stile: però occorre fare attenzione a non cadere nell’estremismo, perché significherebbe lo shifting imprescrutabile da un campo semiotico (la filosofia) all’altro (la poesia), non potendo più, per forza di cose, pretendere di rendere ragione di quanto si vada dicendo. Ma c’è di più.

Tutto ciò ha, infatti, anche esiti etici di fondamentale importanza per definire non solo il mondo in cui viviamo, ma anche il modo in cui lo viviamo; esiti etici le cui derive, se non previste in tempo, sono state e continueranno ad essere estreme fino all’inimmaginabile. Pensiamo per esempio al detto di Apuleio: “la demenza non può riconoscere se stessa, come la cecità non può essere vista”. Significa che noi non possiamo indagare i principi a cui attribuiamo valore assoluto, perché osservarli significherebbe che non abbiamo gli occhi piantati in mezzo al viso ai lati del naso, ma appendici oculari che stanno fuori di noi e guardano dall’alto, come strumenti di un io che non possiede una qualsivoglia torre di controllo cerebrale o psichica, e quindi decade ad assenza dell’io, ovvero a morte dell’uomo. Antropologicamente, possiamo, in tal caso, solo indagare i valori degli altri. Ma chi è che allora, indaga? E chi sono, a loro volta, gli altri?

L’autoconoscenza assoluta è un non senso; noi siamo e persistiamo nel relativo. E relativamente a noi, sempre, parliamo. Sono quindi arrivati i postmoderni a dire che il relativismo è un valore assoluto (!). E si comprende bene che  questo è un altro colossale non senso, o per meglio dire, il principale dei problemi della nostra epoca, anche da un punto di vista sociale e massmediale. Come potremmo pensare mai di uscire da quest’empasse, se ci siamo ridotti in queste estatiche condizioni di autonegazione sostanziale?

Il discorso è molto semplice, come qualunque discorso veramente filosofico dovrebbe sempre essere (la semplicità espressiva, che non ne sottintende una concettuale, è comunque garanzia di esenzione dal costruttivismo poetico, o di un uso non estremistico, bensì oculato di esso!). Proviamo adesso a pensare per un attimo alla struttura logica del linguaggio. Essa, wittgensteinianamente, è tautologica per sua stessa conformazione. Si faccia riferimento infatti alla forma logica normale della definizione: x è y. Noi parliamo proprio così, questo è lo strumento che abbiamo a disposizione, e non ce n’è un altro. Questa è la nostra logica, non un’altra, e neanche una logica altra.

Per ciò, io sostengo con forza che è nell’aisthesis, nel fondo di senso comune in senso forte, che possiamo ritrovare i sensi delle cose e delle parole.

Il linguaggio, abbiamo detto tante volte, è uno strumento. Se il contadino non usa la zappa per piantare le patate, succede che muore di fame. La parola viene così a delinearsi come il nostro primo ed ultimo porto sicuro, lo strumento che dobbiamo usare, ma da cui non dobbiamo farci usare; come fosse una bacchetta magica non onnipotente, in un certo senso (uso il costruttivismo poetico, ma non me ne faccio usare!), perché non cambia “le cose” ma solo i concetti che se ne danno, ma onnipotente, in un altro senso, proprio in quanto riconosce i suoi limiti di intervento sulla realtà, quegli stessi limiti dettati dal sistema di riferimento mentale e logico che di volta in volta, nella nostra semiosfera culturale, possediamo. E pur tuttavia, all’interno di quegli stessi limiti, è lo strumento che costruisce la sua casa, la casa del linguaggio (uso il costruttivismo poetico, ma non me ne faccio usare!), come la chiocciola costruisce la sua casa da sé. Questa casa ha infinite dimensioni, è un non luogo che più luogo non ce n’è, e noi dobbiamo esserne i maghi, altrimenti la realtà si volatilizza e non c’è residuo realistico o zoccolo duro veritativo che tenga.

Occorre infatti decidersi: o la parola è limitata, e dunque non possiede un’istanza costruttivistica, per cui i concetti non conformano la realtà, e allora non possono crearla; oppure è illimitata, e allora possono anche crearla, ma sempre in un certo senso: nel senso della realtà concettuale, che non potrà mai cadere nel campo d’indagine dell’ontologia. Io direi allora che le parole e le cose le rintracciamo senz’altro come coincidenti fintanto che possiamo attingere al fondo di senso comune estetico, la cui principale funzione è quella di guidarci nel labirinto del senso delle cose circostanti.

È un discorso molto serio, che dall’estetica va a parare nell’etica. Giacché, se il mondo intero è costruito dalla parola (come io in fondo non credo in senso letterale, cioè costruttivistico estremo, ma solo in un certo senso), allora tutto perde di realtà e scade nel relativismo assoluto postmoderno; se invece la parola, lungi dal crearlo, non governa almeno il mondo (nelle strutture ermeneutiche di base per il tramite culturale che ognuno di noi possiede), allora tutto è caos. Se invece rientriamo in possesso del linguaggio, diventiamo solo i padroni apparenti del mondo, cosa che non ci deve parer poco, perché, intanto, per il suo tramite, diveniamo i reali padroni di noi stessi; cioè, del nostro mondo; ovverossia, del mondo intero. Allora, si capisce la funzione positiva del costruttivismo, a patto che l’uso che se ne fa sia consapevole.

Se siamo nel caos, chiediamo pure aiuto a un mago del linguaggio, anzi: diveniamo noi stessi maghi del linguaggio e della comunicazione; caliamoci esteticamente nel senso delle cose e poi condividiamolo con gli altri all’interno di un comune orizzonte di senso. Tiriamo fuori le parole dalla tuba prendendole per le orecchie: facciamo pure poesia consapevole del reale, ma per favore, non scambiamola per filosofia né tantomeno per la verità. Infatti, la filosofia, quella vera, è un’altra cosa: essa “scopre l’ovvio della non ovvia condizione dell’ovvio” (Emilio Garroni). Ed è una facezia solo apparente, il lettore affezionato di Critica Impura lo sa.