Su Manuel Micaletto, “Stesura”, Prufrock Spa, 2015

Manuel Micaletto
Manuel Micaletto

Di ROBERTO BATISTI

 Il nuovo libro di Manuel Micaletto non propone, per chi ne ha seguito la produzione, sostanziali novità o evoluzioni, semmai precisazioni e conferme; può quindi offrire un utile pretesto per qualche considerazione più generale sulla sua figura autoriale, che non ne esce drammaticamente modificata. Al sonno è integralmente dedicato il volume, e nel nome del sonno tornano temi immagini e soluzioni cari all’autore; dall’ossessione per l’acqua e per i morti, nonché per l’inquietante coro delle cose (che “esprimono come una promessa, un giuramento: non arretreranno di un passo e neppure avanzeranno”), alla scrittura iperconsapevole e iperletteraria, tutta inside jokes e citazioni molto ‘meta’, fino a ripescaggi di materiale noto – come il pregevolissimo pezzo sulle balene, già apparso e apprezzato in altre sedi. Il nostro eroe è sempre risolutamente contro il mondo, contro la vita; se fosse poco chiara la sua bellicosa posizione nei confronti di quest’ultima, e come il sonno sia alleato prezioso in tal senso, il lettore se ne vedrà chiarificato in via surrealmente didascalica dalla FAQ (!) finale (“bisognerà allora agire il sonno, come un vero proposito, non dormirlo – e dormire la vita […] non agirla”).

Come già in alcune sue prove recenti, l’autore ha scelto la forma prosastica, e non mi pare una cattiva scelta: se è vero che poca differenza intercorre, a livello di contenuto e di soluzioni formali, fra il Manuel verseggiatore e quello in oratio soluta, va detto che per il ritmo e la musica del verso non mostra particolare affinità; il suo talento sta altrove, l’andata a capo e il conto delle sillabe sono per la sua scrittura un dato prescindibile. Beninteso, questa è prosa non narrativa, ma non è neanche prosa lirica propriamente detta, o neppure quella ‘prosa in prosa’ atonale tanto praticata in area neo-neo-avanguardistica, e con cui pure ha delle affinità; il genere è casomai quello del trattato paradossale, barocco[1] e nichilista, tra un Borges più apertamente scanzonato e un Manganelli con il wi-fi nel cranio; o, se preferite, tra una versione postmoderna del Leopardi da operetta e la versione leopardiana (cioè inacidita dal ristagno provinciale italiano, il che è soltanto un bene) delle varie avanguarde ludico-terroristiche del ‘900.

Dunque con le mosse snelle e pacate d’un consumato imbonitore, con una furia che è tutta presupposta ma non infiamma l’atto discorsivo, Micaletto – la cui opera intera è in un certo senso un grande voyage autour de sa chambre, data la centralità del giaciglio e la riluttanza a impattare la strada[2] – adotta il tono piano della descrizione (“il sonno trasparente ha la consistenza di una pellicola, aderisce al corpo e lo imballa, lo fascia a bozzolo”) o quello impersonalmente apodittico del manuale d’istruzioni [“un uso corretto degli occhi consiste proprio nel sonno. (non ne esistono altri)”]; si fa insomma cicerone ed esegeta d’un sorprendente contromondo che lui stesso va al contempo creando, senza a ben vedere inventar nulla, ma solo portando alla luce gl’impensabili sottintesi del mondo nostro.

Un altro tratto che serpeggia in queste pagine è la vena scoptica di Micaletto, quel pungiglione satirico che in altre sue cose la fa scopertamente da padrone (chi scrive continua a credere che le Poesie di Dio, invettiva spassosamente biblica contro il giovanilismo idiota, siano fra le sue vette più alte – senza scordare, al di fuori delle sedi più tradizionalmente letterarie, la nota attività di guastatore sul web) ma sottende, in fondo, un po’ tutta la sua produzione. Chiaramente la sua è un’ironia sardonica e radicale, per quanto agile e scattante, rigorosamente non consolatoria, che nulla spartisce con l’umorismo pop dei poeti-cabarettisti che affollano gli slam. Ha infatti radici più filosofiche, rientra in una più generale vocazione del nostro a sbugiardare la trama stessa delle cose, a trollare l’esistente, che dà risultati spesso irresistibili quando va unita, come in Micaletto è norma, a un estro linguistico incontenibile che rivolta ogni sintagma come un calzino[3].

E a questo riguardo c’è un punto che mi sta a cuore ribadire, su cui mi pare gravino (se non presso la critica più accorta, certo presso molte persone pur acute e competenti con cui m’è capitato di parlarne) diversi equivoci interpretativi; in particolare, la nozione che si tratti d’un poeta linguisticamente sperimentale, dalla dizione franta e bizzarra, incomprensibile o persino nonsense. È ben vero che come collocazione ‘politica’ e apparentamenti culturali il nostro abita l’area delle scritture d’avanguardia, o di ricerca, come oggi si preferisce dire sostituendo la metafora scientifica a quella militare. Tuttavia, concordo appieno con Davide Nota[4] quando scrive che “non ci troviamo di fronte ad un erede dei Novissimi, a un nuovo Balestrini che rifacendosi a Dada destruttura la semantica del mezzo”; tanto che lo stesso Nota, nell’articolo citato, può con validi argomenti “sostenere l’idea di un Manuel Micaletto come poeta di ispirazione sostanzialmente lirico-crepuscolare”. La questione è del massimo interesse, ma ci porterebbe troppo in là; per limitarci al piano linguistico-formale, è verissimo però che Micaletto non lavora allo stravolgimento del significante, non si adopera a inficiare la trasparenza e l’efficacia espressiva del linguaggio, secondo l’etica di autosabotaggio preventivo caratteristica di quanti ritengono che la letteratura, per denunciare lo svilimento dell’umana comunicazione, debba fare del proprio meglio per mimare questo svilimento alla massima potenza (come quello che per far dispetto alla moglie…)[5].

Tanto che, anzi, quando Micaletto forza (peraltro con relativa moderazione) il tessuto grammaticale (di solito tramite il ricorso creativo e ‘fuori luogo’ ad anacoluti e brachilogie tipici del parlato, o a certi leggeri, calcolati sfasamenti delle iuncturae che riformulando locuzioni logore ne ripristinano la pregnanza) non lo fa, mi pare, per offuscare e rendere opaco il discorso fino ad annullarlo in una sorta di rumor bianco asemantico, ma al fine pressoché opposto di renderlo più espressivo, icastico, memorabile. Micaletto celebra il Sonno come soppressione della detestata vita, ma lo fa con armi stilistiche e intellettuali incredibilmente vivaci[6]. Altresì, il gioco stilistico del Manuel rimane lucidissimo e freddo anche quando più si fa spumeggiante, e resta quindi lontano i parsec da un allegro nonsense lisergico e dadaista. In altri termini, la sua opera di torsione del linguaggio, la sua beffa alle attese cognitive del lettore, è geometrica, puntuale, chirurgica, sempre subordinata al perseguimento d’un senso.

L’impressione d’oscurità, o meglio osticità, che a uno sguardo superficiale certi suoi testi possono dare, nasce piuttosto a livello del significato, e in particolare dal trapasso veramente ‘pindarico’, fulmineo, fra le idee, che produce l’impressione di accostamenti gratuiti (‘Hobbes e i cefalopodi’, in una vecchia poesia) quando si tratta invece di connessioni inaspettate, brillanti, che schivano automatismi e abbattono paratie divisorie del pensiero; se non di triangolazioni intellettuali in cui proprio nell’inattesa (e sottintesa) terza cuspide del sillogismo sta la genialità dello scrittore; e nasce anche da quell’ironia feroce a doppio o triplo fondo di cui si parlava sopra, e che s’intuisce innestata su un nucleo concettuale duro e coerente, ma che può lasciar spaesati tra le sue antifrasi. Forse, la scelta in quest’ultima uscita della prosa e del fil rouge tematico scongiurano parzialmente tali rischi, rispetto per esempio a certe poesie del Piombo a specchio (2012); ma resta il fatto che travisare il mero non ovvio per totale non senso sarebbe, per dirla con Davide Castiglione[7], un sonoro “fallimento della critica” – che non vogliamo credere davvero così incapace a discriminare fra concentrata concettosità, sia pure un po’ al limite del marinismo 2.0, e word salad.

Infine, due cenni sul lessico. Per la poesia italiana il monolinguismo è una tentazione ricorrente, di cui il petrarchismo non è stata che la più fortunata incarnazione storica; la verità è che ogni volta che può la nostra letteratura tende a crearsi, con criteri di volta in volta diversi, un poetese, un gergo astratto e recintato che abdica alla pienezza di risorse del linguaggio. Questa tendenza perenne viene poi controbilanciata da accessi periodici della malattia eguale e opposta, il gaddismo ossia l’espressionismo bulimico (che qui non c’è: non c’è quasi un neologismo, né un inauditum atque insolens verbum, alla cui mostruosità lessicografica sia dimandata una potenza che è invece raggiunta attraverso un accorto montaggio degli elementi linguistici).

Tutto questo per dire che se un Micaletto attinge lessicalmente da campi disparati, con la verve che gli è propria, e mescola la lingua della filosofia a quella della scienza, quella dell’informatica a quella della poesia lirica, non fa a mio avviso nulla che in un bravo scrittore dovrebbe stupire – anche perché non fa che rendere in maniera fedele la mescolanza che può esistere oggi nella testa di qualunque persona abbia da un lato dimestichezza con certi codici culturali alquanto specializzati, e dall’altro non possa far a meno di vivere, come tutti, nell’età dei Pokémon, di 4chan, e dei siti che vogliono esser sicuri ma proprio sicuri che i cookies non ti rompano poi troppo le scatole. C’è anzi da osservare che in Micaletto e nei poeti della sua generazione[8] questa mescolanza è naturale, è un presupposto, oserei dire un dato neutro che poi può essere variamente sfruttato, e non è innestata a freddo, cercata ed esibita in quella maniera un po’ infantile tipica di certi esperimenti cannibali degli anni ‘90.

In conclusione, Stesura non cambia nel bene e nel male i connotati dell’autore Micaletto, e forse non include alcuni dei suoi singoli testi più riusciti, ma è, oltre a una lettura cerebralmente esaltante (mai un libro sul sonno ha addormentato meno), la presentazione probabilmente più compiuta e perspicua della sua poetica. Quest’ultima ha come tutte i suoi lati criticabili (tra cui proprio un certo rischio d’autocompiacimento, di cristallizzazione in certe pose), e sarebbe auspicabile ricevesse critiche competenti e articolate, sine ira et studio; certo è che l’entrata in scena di questa figura “eccentrica e brillante”[9] ha portato se non altro ai lettori di poesia il raro e stimolante spettacolo della bravura; quella invocata in diverso contesto quarant’anni fa da un altro grande caustico – “Bravura, chi sei? Chi ti conosce?”[10]  – ecco, qui qualcuno ne è confidente intimo.

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[1]     Cf. Antonio Loreto, ‘Quattro scritture: Testa, Zaffarano, Micaletto, Bellomi e la metafora’, «il verri» 50 (2012) 96-101. https://www.academia.edu/7815271/Quattro_scritture_Testa_Zaffarano_Micaletto_Bellomi_e_la_metafora

[2]     Se non per attraversarla come s’attraverserebbe un videogioco, cf. Walkthrough (http://www.satisfiction.me/manuel-micaletto-walkthrough/).

[3]     E che in testi come le Poesie di Dio o negli estemporanei interventi a gamba tesa sui social è tanto più chiaramente osservabile, poiché applicato in corpore vili.

[4]     Davide Nota, ‘L’esordio di Manuel Micaletto’, in Lettera a un giovane poeta in Italia e alcuni scritti precedenti (2010-2014), e-book disponibile su http://www.inrealtalapoesia.com/visioni-1-lettera-ad-un-giovane-poeta-italia-davide-nota/.

[5]     Nel quasi coetaneo Andrea Leonessa ci sono alcune indubbie consonanze ‘ideologiche’ e psicologiche con Micaletto, e c’è il consapevole ricorso a tecniche e modalità di presentazione dei testi d’ascendenza avanguardistica, che si spingono nel suo caso fino a contaminazioni con la musica (noise) e l’arte performativa; ma c’è, direi, ancor meno che in Micaletto la volontà di straniare i nessi sintagmatici per il mero gusto di farlo.

[6]     Credo sia anche per questo che, come accennavo più sopra, Micaletto si può concedere (fin dal titolo!) anche dei calembour sfruttati in maniera tanto più esibita quanto più sono gratuiti e squallidi (il “blocco-notte”, etc.), come a dire: non valeva la pena resistere alla tentazione della freddura, le do subito uno sfogo rapido e sterile, e ritorno al mio discorso. Il merito di questa procedura è (almeno ai miei occhi) disinnescare al volo, esibendone la puerilità, un meccanismo di paronomasia pavloviana, isterica, a cui certi scrittori sperimentali sembrano in tutta serietà attribuire improbabili credenziali estetico-cognitive.

[7]     http://castiglionedav.altervista.org/blog/poem-shot-10-gregorio-scalise-1939/

[8]     E non sia storicismo da bar affermare che questo autore, per indole e capacità individuali, e probabilmente senza averne mezza intenzione, finisce per esprimere con un’incisività a cui i più non saprebbero arrivare molti umori non solo suoi privati ma diffusi in una generazione cresciuta fra il crollo delle Torri e quello delle Borse, connessa dalla nascita e sovralimentata d’informazioni, ma collocata nella più perfetta impossibilità d’agire.

[9]     Luigi Bosco, ‘Allegoria come epistemologia nella scrittura della ricostruzione: poesia della testimonianza e poesia disabitata’, «L’Ulisse» 17 (2014) 137-158, p. 156.

[10]   Filippo Scòzzari, Prima pagare poi ricordare, Coniglio, Roma 2004, p. 19.

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