Michail Bachtin
Michail M. Bachtin

Di FRANCESCA FIORLETTA

Il linguaggio, come ben sappiamo, non è mai esattamente esauribile né placidamente categorizzabile entro omologanti schematismi precostituiti, dacché risulta continuamente soggetto/oggetto di perpetue mutazioni, le quali pertengono sia al profilo più strettamente epistemologico, sia al vastissimo campo delle più esplicitate variabili a carattere metastorico, socializzato, evolutivo e, non ultimi, relazionale e interpersonale.

Quanto al suo stretto utilizzo, dunque, e alle varie degenerazioni che esso agisce/subisce all’interno della struttura culturale e civica di riferimento, è palese che il campo informativo e quello artistico risultino particolarmente influenzati dall’evolversi delle possibilità comunicative della parola, sia per quanto riguarda l’esposizione dialogica, verbalizzata in un impiego informale e quotidiano, sia per quanto concerne una stesura sintattica e maggiormente canonizzata del messaggio stesso.

Se l’ars scrittoria può quindi essere analizzata, letteralmente quand’anche letterariamente, quasi come fosse una sorta di trasposizione segnaletica, ossia una raffigurazione debitamente mosaicizzata dell’eloquenza ragionativa più propria dell’essere umano, appare allora fin troppo evidente l'(im)mediata necessità di una sana e aprioristica decifrazione dei suddetti stilemi linguistici, allo scopo di mettere a fuoco le varie difficoltà espressive della comunicazione orale e scritta, costitutivamente insite negli ingranaggi espositivi formalizzati che soggiacciono alle strutture interattive della società moderna e contemporanea.

Uno studio più attento e consapevole sul dispiegarsi delle stratificazioni morfosintattiche odierne, allora, non può che trovare originario corrispettivo nell’analisi qualitativa e fattuale che, su tali e tanti sbocchi comunicativi, hanno compiuto esperti ricercatori, critici, scrittori, docenti e discenti, in merito all’impiego interpretativo della parola nei vari ambiti che pertengono all’esistenza umana, da quello più strettamente intellettuale, a quello eminentemente politico e, soprattutto, ovviamente, culturale. Dunque, cediamo la parola – appunto – a chi sul panorama linguistico dell’ultimo secolo si è ampiamente e consapevolmente interrogato. Rileggiamo insieme alcuni brani tratti da Linguaggio e scrittura, validissima opera critica di uno dei più illustri intellettuali del ventesimo secolo: Michail Bachtin.

Egli scrive: “evidentemente la parola nella vita non è un’entità autosufficiente. Essa ha origine da una situazione extraverbale della vita quotidiana con la quale conserva un legame molto stretto. La parola, inoltre, trova il proprio completamento in rapporto alla vita stessa e non può esserne staccata senza perdere con ciò il proprio significato” (La parola nella vita e nella poesia. Introduzione ai problemi di una poetica sociologica). Pur tenendo fede a quest’assiomatica premessa, Bachin non può esimersi dal sottolineare quanto il processo di enunciazione quotidiana, messo in atto dallo scambio comunicativo tra gli uomini, si componga, sostanzialmente, di due sostrati inalienabili: da un lato, l’oggettivazione del concetto, verbalmente realizzato, o reso effettivo dal sintagma lessicale, è ciò che si socializza nel discorso platealizzato; dall’altro, una categoria celata, per così dire, maggiormente nascosta, resta sottintesa nell’atto nominale, benché sappia ugualmente palesarsi, poi, quale attestato ideologico, vivamente compresente dell’esposizione stessa.

“Le valutazioni sottintese, pertanto, non sono emozioni individuali bensì atti necessari, socialmente organizzati. Le emozioni individuali possono accompagnare il tono fondamentale della valutazione sociale solo come armoniche: l’ “io” può realizzarsi nella parola soltanto basandosi sul “noi” (cit.). Se una certa – in quanto, anche, sicura – proposizione giudicante, che sia sostanzialmente immanente al contenuto della singola parola, non è affatto plausibile da ipotizzare, e se neppure un ragguaglio valutativo può essere estrinsecato solamente partendo dallo specifico dato grammaticale, il portato individuale della valutazione sottintesa al discorso concorrerà invece a determinarne concretamente l’andamento espositivo, sia per quanto concerne la scelta stessa delle parole di volta in volta utilizzate, sia in relazione alla forma dell’intera enunciazione dialettica proposta.

Questo apparentemente immateriale gesto valutativo, che soggiace alla pratica espositiva del discorso umano, è ciò che più propriamente possiamo definire intonazione. Si avrà, quindi, in accordo con Bachtin, che “l’’intonazione stabilisce uno stretto legame tra la parola e il contesto extraverbale: l’intonazione fa in un certo senso uscire la parola dai suoi limiti verbali” (cit.). L’aspetto preponderante dell’intonazione, dunque, è la sua stessa inclinazione metaforica, che pertiene all’insieme di forze animate, di sensazioni pragmatiche e di pulsioni ragionative, le quali vanno a costituire l’iperuranio intellegibile del pensiero umano. La metafora dell’intonazione, perciò, secondo Bachtin, serba in sé una potenza espositiva e concettuale di gran lunga maggiore, rispetto a quella sviscerata dalle canonizzate forme sintattiche della comunicazione retorica ordinaria, la quale rischia così, ineluttabilmente, di incorrere in uno svilimento prosaico del suo proprio piano semantico, se non quando in un impoverimento bieco o, addirittura, in una punitiva (auto)cancellazione, del suo stesso medium linguistico: ossia, in sostanza, della mera parola.

“Un’enunciazione concreta (e non un’astrazione linguistica) nasce, vive e muore nel processo della interazione sociale dei partecipanti all’enunciazione stessa. Il suo significato e la sua forma vengono fondamentalmente determinati dalla forma e dal carattere di tale interazione. Se si strappa via l’enunciazione da questo terreno nutritivo, ben reale, perdiamo la chiave che ci apre l’accesso alla comprensione sia della sua forma che dei suo significato; nelle nostre mani, in ogni caso, non resta che il guscio vuoto dell’astrazione linguistica, oppure lo schema, altrettanto astratto, del suo contenuto significativo (la famigerata “idea dell’opera” dei vecchi teorici e storici della letteratura), ossia due astrazioni che non sono collegabili tra di loro, poiché manca il terreno concreto che serva alla loro sintesi viva” (cit.).

Astrazioni intangibili, dunque, rischiano di distogliere l’attenzione dell’uomo dalla ricomprensione cognitiva delle proprie radici, sia naturali che filosofiche, in senso lato: “la realtà effettiva nella quale l’uomo vive è la storia, questo mare eternamente agitato dalla lotta di classe, che non conosce quiete, che non conosce pace. Nel riflettere questa storia, la parola non può non rifletterne le contraddizioni, il movimento dialettico, il suo “venire a essere”. Altrove, Bachtin aggiunge: “Qualunque parola detta o pensata non è soltanto un punto di vista ma un punto di vista valutativo” (Stilistica letteraria. Il segno e i rapporti di classe).

L’ideologia della classe dominante regola i rapporti gerarchici di produzione e di trasmissione dei messaggi, sia a livello informativo che per quanto concerne il piano più strettamente culturale, oltre a stabilire poteri e relazioni per quanto riguarda, più banalmente, la vita pratica, nell’ottica dell’economia quotidiana, dell’orientamento dei gusti, dello svolgersi delle interazioni lavorative e sociali. Data l’estrema delicatezza della sua posizione, la casta dirigenziale mira, paternalisticamente, ad un livellamento pacificante delle formulazioni espressive, tentando per lo più di conferire al linguaggio un andamento generalmente sovraclassista, che conservi un eloquio tendenzialmente neutrale, dal quale non traspaiano tensioni intestine e lotte fraudolente, malcontenti civili e sommovimenti popolari.

Come ben noto, per ogni ordinamento statale che si rispetti, il mutamento sociale è uno spettro da combattere con ogni mezzo, lecito o meno, in favore di una visione quanto più unitaria e salda possibile, atta a preservare la costituzione governativa vigente: “nel discorso vivo qualsiasi offesa può divenire una lode, qualsiasi verità suona inevitabilmente per molti altri come una grandissima menzogna. Questa dialetticità interna del segno si rivela completamente soltanto nelle epoche di crisi sociale e di movimenti rivoluzionari. Nelle condizioni abituali della vita sociale, la contraddizione, compresa nel segno ideologico, non può palesarsi fino in fondo, perché il segno ideologico dell’ideologia dominante, una volta affermatosi, è sempre alquanto reazionario e cerca in un certo senso di fermare, rendere fisso e immobile, il momento precedente del flusso dialettico del processo di formazione sociale, cerca cioè di far valere e rafforzare la verità di ieri facendola passare per verità di oggi. Ciò determina il carattere rifrangente e distorcente del segno ideologico all’interno dell’ideologia dominante” (cit.).

Oggi ci ritroviamo a vivere, essenzialmente, in un’epoca di profonda crisi economica e sociale, che slabbra e dilata le sue ingenti ripercussioni, per forza di cose, sia sul campo dell’arte e del pensiero intellettuale, sia sul piano dell’esperienza umana e interculturale. Occorre perciò, adesso più che mai, prendere coscienza della lezione di alcuni illustri predecessori, allo scopo di apportare significative e consustanziali modifiche all’andamento espositivo, mollemente fraudolento e smaccatamente pubblicitario, che intossica e obnubila l’altrimenti chiara e onesta facoltà linguistica dell’essere umano.