Sdoppiamento. Giorgio Galli su “Il prometeismo sdoppiato: Nietzsche o Marx?” di Daniele Burgio, Massimo Leoni e Roberto Sidoli

Giorgio Galli

Di GIORGIO GALLI*

Gli elaboratori della teoria dello sdoppiamento, che l’hanno utilizzata per una originale interpretazione della successione dei modi produzione, si impegnano, in questo libro, ad applicarla ad una ricostruzione storica che, appunto, a quella basata sul succedersi dei modi di produzione, può efficacemente accompagnarsi, ma che presenta forti tratti di novità. Il succedersi millenario dei modi di produzione, sino all’odierno capitalismo globalizzato delle multinazionali, ha costantemente dato luogo a società nelle quali gruppi privilegiati sfruttavano maggioranze sottomesse e talvolta ribelli, con relative contese (la marxiana lotta di classe): è quella che nella teoria dello sdoppiamento viene definita linea nera, la società classista fondata sullo sfruttamento, nella quale però coesisteva, pur molto minoritaria, una linea rossa del collettivismo egualitario.

Mentre questa linea interpretativa, a mio avviso un arricchimento di quella marxista, è occasione di ulteriori approfondimenti, i suoi autori propongono un secondo sdoppiamento, questa volta a livello culturale e, quindi, marxisticamente, sovrastrutturale livello che definiscono prometeico, del quale danno questa iniziale definizione: “Una complessa e contradditoria corrente culturale e politica che risale all’era paleolitica e che ha accumulato quasi tremila anni di storia scritta in Europa, che ai nostri giorni si materializza anche nelle avanzate scoperte scientifiche sul potenziamento genetico della nostra specie, col processo di sdoppiamento verificatosi sin dalle origini fra la corrente fraterno-cooperativa e quella del titanismo elitario-classista”: anche a questo livello, dunque, una linea nera prevalente e una linea rossa minoritaria, che hanno ritmato lo sviluppo umano per ben trentamila anni”. In precedenza, come detto, la tesi era stata avanzata a livello economico in due libri dell’editrice Aurora, “Microsoft o Linux?” e “Effetto di sdoppiamento, il ‘paradosso di Lenin’ e la politica struttura”, quest’ultimo con mio intervento al quale voglio aggiungere qualche considerazione circa “Microsoft o Linux?”.

Gli autori scrivono: “Le caratteristiche principali del ‘modello Linux’, della forma collettivistica di utilizzo universale del lavoro risultano essere: 1.Uso a vantaggio comune e per gli interessi generali degli uomini, senza esclusione pregiudiziale di nessun settore della popolazione, delle conoscenze scientifiche e tecnologiche via via acquisite. 2.La riproducibilità, gratuita e senza limite di sorta, essenzialmente per fini produttivi e, di queste ultime, con l’unica e parziale eccezione del settore militare. 3.La libera e migliore agibilità di queste ultime, attraverso la pratica degli scienziati e tecnici interessati, anche se ‘dilettanti’, come le splendide ed anonime donne che verso il 9000 a.C. inventarono in Medio Oriente l’agricoltura e provocarono la rivoluzione neolitica. 4.La destinazione del processo di utilizzo del lavoro esclusivamente per fini produttivi e/o per la produzione di generi di consumo potenzialmente accessibili ai membri delle società collettivistiche. 5.L’utilizzo illimitato delle conoscenze scientifiche e tecnologiche, perché esso vada concretamente nell’interesse generale della collettività. 6.L’utilizzo difensivo delle scoperte scientifiche e tecnologiche collegate al campo militare e alla produzione di mezzi di distruzione” (pagg.193-94). Senza togliere importanza a questo esempio, negli ultimi anni, grazie a collaboratori, ho dedicato studi al capitalismo delle multinazionali sufficienti per ritenere che, con esse, la prevalenza della “linea nera” ha assunto dimensioni senza precedenti. Si tratta quindi di vedere quanto la categoria del prometeico possa giovare a capovolgere la tendenza, a favore della “linea rossa”.

Prima di affrontare questo tema cruciale, è opportuno registrare che, pur con la loro spiccata originalità, i nostri Autori giungono all’apice di una svolta culturale contraddistinta da tre date a cavallo del cambiamento di secolo e di millennio: il 1985, il 1996 e il 2004. L’originalità è conferita, come vedremo, da due elementi: la grande sistematicità e il saldo aggancio al marxismo.

Veniamo alle tre date. Nel dicembre 1985 William McNeill, presidente della American Historical Association, presenta, alla sua assemblea annuale, un saggio dal titolo “Mitostoria o verità, mito, storia e storici” , un capitolo del libro pubblicato nello stesso anno: “Mythohistory and others essays”.

Autore di testi importanti (”La peste nella storia”, trad. it. Einaudi, 1981; “A World History”; “The pursuit of power”; “The Rise of the West”; “The Human Condition”), McNeill era uno storico di impostazione classica e quindi suscitò sorpresa l’uso da parte sua, forse influenzato dalla New Age, che rilanciava i miti, l’uso del termine “mytohistory”, per sostenere la tesi che “la linea di confine tra storia e mito non è del tutto determinata”; e aggiungeva che la tesi sarebbe stata seguita dal silenzio, perchè i colleghi storici non l’avrebbero accettata, ma non si sarebbero sentiti di confutarla. Ed effettivamente passarono vent’anni perché fosse ripresa dallo storico austriaco Chris Lorenz (cfr. “La linea di confine – la storia ‘scientifica’ fra costruzione decostruzione del mito”, in “Quaderni storici”, aprile 2006): citando storici dell’ultimo decennio, quali Ragen Schulz, Eric Hobsbawm e Etienne Françoise, Lorenz sostiene che, con i fondatori della storia ‘scientifica’, “Leopold von Ranke e Wilhelm von Humboldt, i miti nazionali sono stati travestiti troppo spesso da verità ‘scientifiche’, per cui la visione cristiana del mondo, ‘mito religioso’, è presente nella formazione stessa della storia ‘scientifica’. Secondo i due storici tedeschi, la funzione pratica della storia è garantita dal fatto che gli storici, mostrando la realtà ‘effettiva’ degli eventi, permettono ai lettori di vedere la ‘tendenza’ e agire di conseguenza”.

È dunque mentre dura un ventennio di silenzio sulla “microstoria” (1985-2006), che, con Pierre A. Riffard, che pubblica “L’esoterismo – Antologia dell’esoterismo occidentale” (ed. italiana Rizzoli, la seconda data, il 1996, il cui confronto con la tesi dello sdoppiamento parte dalla constatazione di Riffard che “nella misura in cui non esiste fino ad oggi una storia dell’esoterismo davvero attendibile, non disponiamo nemmeno di una rilevazione esaustiva dei vari esoterismi” (pag.275). Riffard precisa: “Nessun esoterista accetterebbe di rispondere alla domanda ‘che cos’è l’esoterismo?’. Se non vuol parlare si può tentare di fargli dire qualcosa del suo enigma” (pag.25), perché “eccoci alla questione ultima del mistero. Dell’ultima parola. A un certo momento ci si trova di fronte all’enigma: ‘c’è un segreto nel mondo? Chi lo possiede? Come lo si può condividere?’. E’ questo il punto estremo. L’intelletto non può spingersi oltre. L’esoterismo è questo: spingere il proprio pensiero alle estreme conseguenze per ritrovarsi nel suo cuore e da questo intimo centro lanciarsi all’estremo opposto, perché il centro contiene l’insieme” (pag.11).

Riffard distingue tra l’esoterista (partecipe di questa cultura) e l’esoteriologo (che la analizza); ma, in questo caso, i due linguaggi sembrano confondersi. Ma poi l’Autore giunge allo specifico del suo lavoro: “Un’antologia per definizione si propone di divulgare. L’esoterismo per natura cerca il segreto. Il problema è tutto qui. Abbiamo preferito fare in modo che l’esoterista parlasse di sé direttamente. Abbiamo dunque privilegiato le pagine che parlano dell’esoterismo in generale, rispetto a quelle dedicate a singoli aspetti (pag.597), perché “un’antologia sull’esoterismo non sarebbe davvero tale se a un certo punto non diventasse anche un’antologia esoterica. Bisogna a un certo punto raggiungere il nucleo interno dei testi esoterici” (pag. 1369). Su questa base, Riffard costruisce anche una serie di elenchi cronologici e di tavole sinottiche che dell’esoterismo forniscono una vera e propria storia, che si estende nello spazio oltre l’occidente del titolo e che risale nel tempo sino all’”esoterismo preistorico dei misteri della donna-madre, 5.5 milioni di anni a.C.” (pag.276) e che passa dall’esoterismo “palese” della Francia di Eliphas Levi (e quivi termina con la rivista “La Tour Saint Jacques” di Robert Amadou), all’esoterismo diffuso”, nato sempre in Francia con la rivista “Pianèye” di Louis Pauwels, per culminare in una “concezione radicalmente nuova che si sviluppa attorno agli anni Sessanta (dello scorso secolo, ndr), floridi ricchi di successi tecnologici” (pag-97), con “The New Age” (pag.1409). i temi vengono elencati in quadri riassuntivi:

“I dodici grandi personaggi dell’esoterismo occidentale: Orfeo, Pitagora, Odino, Ermes Trismegisto, Giambico di Calci, Roger Bacon, Paracelso, Jakob Böhme, Rudolf Steiner, Georges Gurdijeff, René Guenon, Omraaam Mikhael Aivanhov”. “Le dodici grandi donne: la Pizia di Delfi, Veglia, Sibilla degli Etruschi, Veleda, sacerdotessa dei Germani, Maria l’Ebrea alchimista, Ipazia, Hildegarda di Bingen, Marguerite Porete, Catherina Regina von Greiffenberg, Helena Petrovna Blavatsky, Alessandra David Neal, Alice Bailey”. “Le dodici grandi opere teoriche: I Versi d’Oro di Pitagora, Il Corpus Hermeticum, I Misteri d’Egitto, La Tabula Smeragdina, Il libro delle figure geroglifiche di Nicolas Flamel, L’Aurora si leva di J. Böhme, La scienza dell’occulto di R. Steiner, Il Trattato sistematico di scienza occulta di Papus, Fama Fraterntatis, Il simbolismo della Croce di R. Guenon, Frammenti di insegnamento sconosciuto di P. D .Uspemsky su Gurdijeff, La Magia delle Golden Down di I. Regardis”. “Le dodici grandi organizzazioni: I Misteri di Eleusi, Le Baccanti, gli Uomini Lupo daci, i Lucerci romani, i bersekir germanici; la comunità pitagorica di Crotone,I Misteri romani di Mitra, I Catari, i Fratelli del Libero Spirito, I compagnonnages, I primi Rosa Croce, The Hermetic Order of the Golden Down”.

Queste ultime associazioni sono dei tempi storici, ma, come ricordato nella prima parte, l’associazionismo esoterico post-glaciale per la trasmissione dei saperi sull’energia solare è ben più antico, e se ne parla alle pagg. 275 e segg., con riferimento anche a riti “solstiziali”. Questa storia dell’esoterismo è anticipata da una “storia primordiale: per ‘primhistoire’ intendiamo il periodo della vita dell’umanità che precede la protostoria, parallela alla protostoria, ma diversa nel senso che presuppone l’esistenza a quei tempi di civiltà avanzate. Come i teosofi, gli autori di questa corrente alludono ad Atlantide, ad Iperborea, a Tule, a Mu, interpretano Mosè come un extraterrestre, un alchimista o un mutante. Il carro di Ezechiele diventa un astronave spaziale. “Questa scuola ha avuto il grande merito di attirare l’attenzione su opere archeologiche fino ad allora trascurate, ma l’ipotesi di partenza si modifica a confronto con le varie scoperte” (pagg. 97-98).

La terza data è il 2004, quando viene pubblicato il “Dictionary of Gnosis & Western Esotericism”, ed. Brill, Leiden-Boston; e gli editori precisano: “L’idea nacque nel 1996. Dal 1999, il Dipartimento di Storia della Filosofia Ermetica e Correnti Connesse dell’Università di Amsterdam operò come centro amministrativo del processo editoriale”. E’ una significativa coincidenza che ad Amsterdam vi sia anche il più ricco archivio di storia del movimento operaio, al quale gli Autori della tesi dello sdoppiamento sono strettamente legati. Il Dizionario, millecinquecento pagine di grande formato, stile Enciclopedia Britannica, è, a sua volta, una vera e propria enciclopedia della cultura esoterica, edita da Wouter J. Hanegraaf, con la collaborazione di Antoine Faivre, Roelof van den Boek e Jean-Pierre Brach, tutti illustri esoteriologi. Con Faivre, che insegna alla Sorbona storia dell’esoterismo cristiana, disciplina di un pensiero del quale la chiesa nega l’esistenza, Hanegraaf ha scritto “On the Constructions of Esoteric Traditions. Egli conclude così l’introduzione all’opera, utile per il successivo confronto con lo sdoppiamento: “ Gli editori sono consci che i loro tentativi di raccogliere un’enorme quantità di correnti e personalità sotto il generale cappello di ‘Gnosi’ e ‘Esoterismo occidentale’ può suscitare un errore sulla loro intenzione come un tentativo di semplificazione, suggerendo l’esistenza di una ‘gnosi universale’ o di una ‘verità esoterica’.

Fortunatamente il contenuto del Dizionario fornisce un antidoto contro questa erronea interpretazione: piuttosto che una ripetitiva serie di variazioni di una identica essenziale ‘verità’, il lettore vi troverà una grande varietà di idee e di pratiche, riflettenti diversi contesti storici ed evidenziando la creatività dell’immaginazione religiosa. Vogliamo offrire un riferimento ai lettori non solo perché si ispirino (se è lecito citare Gene Rodddenberry della saga ‘Star Trek’) non solo “ad andare arditamente dove nessuno era mai andato prima’, ma anche a visitare territori inesplorati e scoprire quanto ancora abbiamo da imparare su di essi” (traduzione mia, come le seguenti. Non condivido il termine “religiosa” dopo “immaginazione”, perché ritengo l’esoterismo del tutto diverso dalla religione). Citerò solo due voci del Dizionario relative alla storia, come la “primhistory” di Riffard, perché utili al confronto con la tesi dello sdoppiamento.

La voce “Macrohistory” (con sottotitoli dalla “antica gnostica mytohistory”, il termine di McNeill, sino a “dal Romanticismo ad oggi”), inizia così: “E’ la rappresentazione della storia come un insieme di ‘occhio della mente’. Comprende tutte le visioni generali del destino umano, un alternarsi di cicli di progressi e di regressi. Comprende ma non si limita a una metastoria (il passato spiegato con principi metafisici, come la provvidenza o la natura), né ad ambiziosi progetti storiografici (come Gibbon, che delinea il lungo declino di Roma; o come Toynbee, che confronta i profili di diverse civiltà). La macrostoria vede ‘il passato nel suo insieme’ come evidentemente mitico, in termini di ‘myth history, immersa nella cosmologia, per cui si può parlare di affresco ‘cosmo-storico’”: è dunque il concetto di McNeill che si afferma, nel silenzio accademico in ambito esoterico.

Sempre in tale ambito è fondamentale il termine “Tradition”, che nel Dizionario (con sottotitoli che vanno da ‘Prisca Theologia’ a ‘Perennial Philosphy in General Culture’) inizia così: “Nel contesto esoterico occidentale, un largo numero di termini sono usati in riferimento all’idea che esiste una durevole tradizione di superiore saggezza spirituale, raggiungibile dall’umanità sin dai più remoti periodi storici e proseguite attraverso le età, forse attraverso una catena, divinamente ispirata, di saggi e di gruppi iniziatici. Tracciando lo sviluppo di questa idea attraverso vari stadi storici, possiamo usare nomi diversi o semplicemente il termine Tradizione con la T maiuscola, con un evidente senso di nostalgia per un passato indeterminato”.

Come si vede, le tre date formano un unico contesto, a partire da una storia ancora permeata di mito, per giungere a un mancato uso del termine “storia” (dell’esoterismo), dato che Riffard definisce la sua una “Antologia” e gli esoteriologi di Amsterdam con il loro “Dizionario”.

In confronto, gli elaboratori dello “sdoppiamento” restaurano invece il termine “storia” e la sviluppano addirittura in una tesi che prende nome da un mito, quello di Prometeo, trasformato in una caratteristica permanente di una natura umana che scavalca la storia stessa, assorbendo il concetto di tempo in quello dello spazio galattico di “cento miliardi di galassie esistenti nel nostro continuum spazio-temporale che esistevano e si muovevano prima e indipendentemente dalla comparsa della nostra specie e continueranno ad esistere dopo la nostra possibile estinzione” (“Microsoft o Linux?”, pag.30), estinzione (ipotesi di cui si parlerà più avanti) che i nostri Autori pensano che l’umanità sia in grado di evitare, spingendo scienza e tecnologia, oltre la possibile esplosione del Sole, sino a trovare e raggiungere un altro pianeta, atto a garantire le continuità della specie. Prima di arrivare a questa meta suprema, si tratta di vedere se la tesi dello sdoppiamento arricchisca il marxismo al punto da fargli superare l’empasse costituito dall’attuale, massiccia prevalenza della linea nera. Occorre rilevare che i nostri Autori non usano il termine esoterismo.

Personalmente lo faccio rientrare nel loro prometeismo. Essi segnalano i miei studi in proposito ai due approcci, appunto all’esoterismo, quello concernente Hitler e il nazionalsocialismo (ultima edizione, Kaos, 2017) e quello concernente le “streghe” (ultima edizione “Le ribelli della storia”, Shake, 2014). Il prometeismo è categoria più valida dell’esoterismo, perché sistematica, mentre, come si è visto anche nell’Antologia” e nel Dizionario, l’esoterismo unisce alla continuità una sporadicità nei vari approcci. Ho sempre auspicato che la sinistra tenesse conto di una cultura che trascurava, ritenendola, lukacsianamente, una fuga dalla ragione che generava mostri come il nazismo, mentre invece era una cultura che poteva arricchire intellettualmente una sinistra che mantenesse un saldo ancoraggio all’analisi marxista del capitalismo. Non sapeva come potesse funzionare il possibile arricchimento, né immaginavo che potesse avere per protagonisti gli eredi dello stalinismo, che mi sembrava la versione del marxismo più chiusa agli arricchimenti. Ora, invece, “Il prometeismo sdoppiato: Nietzsche o Marx?” va avanti.

Le citazioni che seguono sono dal dattiloscritto in corso di pubblicazione. L’autore della “Nascita della tragedia” è uno dei corni del dilemma in alternativa a Marx: ci si basa soprattutto sul testo (non ostile) dello storico marxista Domenico Losurdo, ma alla sua definizione, del libro “L’aristocratico ribelle”, viene contrapposta quella di “stregone nero” che “si impegnò a demolire e distruggere il diritto alla felicità e alla libertà dell’uomo, seguendo una linea di pensiero anti-antropocentrico già delineata da pensatori reazionari quali Malthus, Taine, Gobineau e Schopenhauer”.

Stregone nero fa pensare alla tematica dell’esoterismo nazista, un passato non ripetibile; ma poi gli Autori tracciano lo schema più sottile dell’attuale egemonia del capitalismo globalizzato delle multinazionali: “la categoria teorica del transumanesimo appare nel 1957, attraverso le tesi sviluppate dal socialista inglese Julian Huxley: ‘io credo nel transumanesimo: quando saremo in numero sufficiente per affermare ciò con convinzione, la specie umana sarà sulle soglie di un nuovo genere di esistenza, tanto diverso dal nostro quanto il nostro è diverso da quello dell’uomo di Pechino. E’ allora che vedremo la cosciente realizzazione del nostro reale destino’. Ormai si era avviata la contraddittoria dinamica di sviluppo di un movimento culturale relativamente giovane, che tuttavia rivendicava precursori ben conosciuti all’interno del prometeismo, sia di matrice rossa che nera. Nel ‘Manifesto dei transumanisti italiani’ del febbraio 2008 si sottolineò che ‘nonostante solo oggi si rende possibile adottare il problema in questi termini, si tratta di un’idea che ha una tradizione solida nella storia del pensiero europeo, che ha espresso pensatori del calibro di Francesco Bacone, Tommaso Campanella, Jean Condorcet, Friedrich Nietzsche, Filippo Tommaso Marinetti, Leon Trotzky, Julien Huxley, Jacques Monod e Jean François Lyotard. Noi stiamo semplicemente riannodando i fili del discorso’. Il movimento contiene sicuramente al suo interno una forte tendenza elitaria filocapitalista, che rientra a pieno titolo nel filone del prometeismo nero’, che culmina in ‘Noha Harari, con il suo prometeismo della Silicon Valley’. A suo avviso, la futura e fantastica rivoluzione tecnologica e scientifica che sarà guidata dalle multinazionali della California creerà una ristrettissima élite globale di superuomini, contrapposta a una gigantesca e ipermaggioritaria ‘classe inutile’, disadattata e priva di caratteristiche socioproduttive”. Sin qui i nostri Autori. Posso aggiungere che si tratta di quel progetto della superclass dei vertici delle multinazionali che abbiamo trattato, con Francesco Bochicchio, in “Scacco alla superclass” (ed. Mimesis, 2016), progetto che ha trovato la sua più recete espressione in “Di più con meno” (Feltrinelli, 2020) di Andrew McFee, economista del Mit di Boston, che conclude: “Il capitalismo ha oggi tutti gli strumenti tecnici per risolvere i grandi problemi ambientali senza regolamentazioni pubbliche”. Una presunzione di onnipotenza che, dal punto di vista della linea rossa, Pasolini esprimeva in forma di preoccupato timore: ”Nel rapporto tra servo della gleba e feudatario e tra operai e padrone comunque si tratta di ‘rapporti sociali’ che si sono dimostrati egualmente modificabili. Ma se la Seconda rivoluzione industriale – attraverso le nuove immense possibilità che si è data – producesse, da ora in poi, rapporti sociali immodificabili? Questa è la grande e forse tragica domanda che oggi va posta. Da questo punto di vista le prospettive del Capitale appaiono rosee” (intervento al congresso del partito radicale del novembre 1975, scritto, ma non potuto pronunciare, perché assassinato ad Ostia, ora in G. Galli, “Pasolini comunista dissidente, Attualità di un pensiero politico”, Kaos edizioni, 2010, pagg.94-95).

Nella lunga storia delle classi dominanti della linea nera, quella formata dalla superclass dei vertici delle multinazionali del capitalismo globalizzato, “attraverso le possibilità che si è data”, è andata più vicino di ogni altra a realizzare quella “immutabilità di rapporti sociali” temuta da Pasolini; ma non l’ha ancora realizzata. Vi si è costantemente opposta una linea rossa che i nostri Autori scorgono anche nel cristianesimo (cfr. Ratzinger o fra Dolcino? – L’effetto di sdoppiamento nelle religioni occidentali” e in “Effetto di sdoppiamento”, ecc., cit, pagg.113-128), e di cui tracciano il cammino, a partire dalla domanda e risposta: “Cosa hanno i comune il mito di Faust e i fumetti dell’Uomo Ragno, gli sciamani del paleolitico e Superman, il grande poeta comunista Shelley e il filosofo anticomunista Nietzsche, Marx e Pico della Mirandola, il mito di Icaro e quello di Frankenstein, il golem medioevale il temerario capitano Achab creato da Melville, Esiodo e il geniale Goethe, la torre di Babele biblica e il potente stregone Prospero della “Tempesta” di Shakespeare, i due splendidi film su Blade Runner, 2001: Odissea nello spazio e la saga di fantascienza dei Precursori ideata da Greg Bear? Che cosa hanno in comune Chretien de Troyes, Tolkien, Terry Book e Dan Brown, se non la ricerca affannosa del proteiforme Graal e delle sue sconfinate conoscenze esoteriche? L’homo prometeicus, la tendenza titanica. Il prometeismo costituisce una tendenza cultural-politica che ha come suo fondamento la trasformazione da parte umana dell’impossibile di ieri nel possibile di oggi”, tendenza la cui linea rossa dello sdoppiamento osteggia quella nera, a partire dal primo capitolo “Gli sciamani, primi Prometei” e poi in quelli successivi, sin dalle origini del capitalismo, di cui riporto i titoli, dopo “Il prometeismo rosso: ‘Sarete come Dio’ e Pitagora”: “Profondo rosso. Dalle streghe a Campanella”, sino ai capitoli finali “Il proteismo rosso da Weishaupt a Stalin” e “Alcune questioni relative al prometeismo”.

Qui, come culmine teorico della linea rossa, si cita Trotzky, secondo il quale l’essere umano riuscirà a superare la paura della morte grazie a modifiche biomeccaniche del proprio organismo, sino a che “si porrà il compito di diventare padrone dei suoi sentimenti, di elevare i suoi istinti al livello della coscienza, di renderli di una chiarezza cristallina, di portare i fili conduttori della volontà oltre le soglie della coscienza e con ciò di innalzare sé stesso a un livello più elevato di tipo biologico o se si vuole, un superuomo”. Commento: “Ecco infine la parola magica: il superuomo. Trotzky la pronuncia pur sapendo che essa, sulla scorta del pensiero di Nietzsche, è un elemento fondamentale del lessico e della ideologia della destra fascista e nazionalista. Evidentemente, prima dei campi di sterminio, si trattava di un concetto ancora nobile, anche per la sinistra”.

Contemporaneo a questo livello teorico, è la costruzione staliniana del “socialismo in un solo Paese”, nel quale gli autori vedono elementi importanti della linea rossa, come pure nella successiva esperienza della Repubblica popolare cinese. E’ questo un aspetto dello sdoppiamento che, a mio avviso, può suscitare maggiori dubbi. E’ probabile che un giudizio più equilibrato sull’Unione Sovietica possa essere dato dagli storici dopo un millennio, come accadde alla “pax mongola” di Gengis Khan. Ma dubito che nei prossimi decenni il ricordo dell’Urss di Stalin possa essere un incentivo per chi volesse mobilitarsi per una alternativa critica al capitalismo delle multinazionali. Per quanto concerne la Cina, pur con indubbie caratteristiche autoritarie dell’eredità confuciana e mandarina presentata in termini “comunisti”, si tratta di una esperienza in corso da seguire attentamente, per verificarne la presenza della linea rossa del prometeismo, termine e mito propri della cultura “occidentale”, secondo alcuni messi in forse dalla pandemia del 2020, che mettono in forse non il prometeismo, ma solo la sua linea nera.

Questa attenzione alla Cina è resa difficile dalla carenza di informazioni, confermata dall’insufficienza di quelle sul virus e sulla sua origine. Nel 1970 aveva interpretato la rivoluzione culturale, ”l’assalto al quartier generale, ad opera delle guardie rosse”, promosso da Mao Zedong, come un ritorno al leninismo (cfr. “La tigre di carta e il drago scarlatto – Il pensiero di Mao Zedong e l’Occidente”, ed. Il Mulino). Mezzo secolo dopo, nella postfazione al libro di Sergio Bellucci “L’industria dei sensi”, Harpo edizioni, 2019), una rigorosa analisi dei ritardi della cultura di sinistra di fronte alla travolgente avanzata del “capitalismo cognitivo”, segnalavo il ritardo mio di fronte a quanto accadeva in Cina: “Avevo ritenuto che con quel pensiero riprendesse vigore il marxismo rivoluzionario di modello leninista, ‘contro un modo di vedere che attribuisce alla Cina rivoluzionaria il ruolo tradizionale di tutte le grandi potenze della storia. Può darsi che questo modo di vedere sia giusto. E in tal caso l’alternativa rappresentata dall’attuale Cina rivoluzionaria verrebbe meno’ “mentre il capitalismo cognitivo stava costruendo la sua egemonia” (pagg. 330-331).

Personalmente condivido con Sidoli, Leoni e Burgio (che vedono nella Repubblica popolare cinese elementi della linea rossa del prometeismo), l’opinione che il corona virus non smentisce il prometeismo, bensì, come detto, la sua linea nera.

David Quammen, l’autore di “Spillover”, che ha previsto la pandemia sulla scorta di scienziati minoritari, quando essa è esplosa dice che il suo principale insegnamento è che la Terra non è solo dell’uomo, ma anche di altre specie. E’ vero, ma l’egemonia di quella umana sul pianeta è dovuta a qualità ben evidenziate nella citata confutazione di specisti e transumanisti. Dobbiamo tener conto dei “compagni di pianeta” (come definisco i gatti che vivono con mia moglie e con me), ma senza sentirci in colpa per la nostra superiorità. Se mai la pandemia ha confutato la presunzione di onnipotenza della linea nera del capitalismo dell’era delle multinazionali, la quale faceva dire alla scienza maggioritaria, per bocca di William H. Steward, Surgeon General degli Stati Uniti, alla fine degli anni Sessanta: “E’ tempo di dichiarare vinta la guerra contro le epidemie”. Questa presunzione (propria del periodo nel quale il politologo nordamericano Francis Fukuyama proclamava, con l’abbattimento del muro di Berlino, la “fine della storia”, col trionfo sul comunismo del capitalismo basato su economia di mercato e democrazia rappresentativa), era una presunzione che contraddittoriamente si intrecciava col pessimismo del paleontologo Richard Leakey, che scriveva con Roger “La sesta estinzione” (ed. italiana Bollati Boringhieri), nel quale si sosteneva che, dopo la quinta estinzione (quella dei dinosauri, mezzo miliardo di anni fa), la specie umana sta preparando la sesta, la sua, attraverso la distruzione degli ecosistemi durante gli ultimi secoli, che hanno avviato una crisi della biosfera paragonabile alle peggiori catastrofi del passato. Le quattro precedenti estinzioni risalivano a 450 milioni di anni fa (fine del periodo Siluriano), a 376 milioni (fine del Devoniano superiore), a 260 (fine del Permiano), infine a 200 milioni (fine del Giurassico). Nel 2011 la rivista “Nature” e nel 2014 “Science” stabilivano autorevolmente che la sesta estinzione era cominciata, dato che, dal Cinquecento ad oggi, si sono estinte 350 specie di vertebrati terrestri. Gli “ultimi secoli”, “dal Cinquecento ad oggi”, sono quelli dello sviluppo del prometeismo capitalistico, la cui linea nera sta sfociando nella sesta estinzione. Oggi Leakey “sulle capacità umane di rinsavire” è pessimista: sostiene che se non ci sarà un cambiamento radicale nelle politiche ambientali globali nel prossimo mezzo secolo, la sesta estinzione ci travolgerà (Telmo Pievani, “La Lettura”, 24 maggio 2020.

Dopo la pandemia, la componente culturale della linea nera che possiamo definire estinzionista si esprime ancora attraverso il libro di un autorevole biologo mentre l’onnipotenza si è stemperata nel relativismo del libro di un importante matematico; mentre la linea rossa può ancora riallacciarsi a Marx, per giungere alle conclusioni di un aggiornatissimo fisico quantistico.

Il primo libro è di Nicholas P. Money, docente di biologia presso la Miami University dell’Ohio, dove dirige il Western Progr, si intitola “La scimmia egoista. Perché l’essere umano deve estinguersi” (ed. italiana Il Saggiatore, 2020) e sostiene: “Siamo già sulla strada per un pianeta molto più caldo. Stiamo già correndo verso l’estinzione. Invece il Sole, la fonte di energia principale del nostro mondo, si trova a circa metà del proprio ciclo vitale. Questo significa che se qualcuno potesse tornare sulla Terra tra un miliardo di anni, troverebbe certamente vita biologica, ma nessun essere umano”. Infatti, alla domanda se vuole inviare un messaggio per l’umanità futura, risponde: “Il mio libro può essere visto come un messaggio agli alieni che visiteranno la Terra dopo che ce ne saremo andati. E’ stato scritto da un umano come una sorta di necrologio anticipato per la propria specie e spiega chi siamo stati e perché abbiamo condotto noi stessi verso l’estinzione” (“La Lettura”, 12 aprile).

Il secondo libro è del matematico Jan Steward, che riprende la frase di Einstein, il quale si rifiutava di credere che dio giocasse nella quinta a dadi le sorti dei mondi, per chiedersi: “I dadi giocano a Dio? – La matematica dell’incertezza” (ed. italiana Einaudi 2020). Anche Steward propone sei ere, ma non geologiche, bensì della storia dell’Homo sapiens: la prima arcaica, con una interpretazione religiosa dei fenomeni; la seconda con una loro spiegazione logica; con la terza si entra nella modernità, con il calcolo delle probabilità; con la quarta, all’inizio del Novecento siamo alla fisica quantistica, il cui probabilismo sfocia nella quinta, col modello standard della scuola di Copenaghen (Bohr), che ci porta alla sesta era, quella che spiega il sottotitolo: l’homo sapiens è nell’età dell’incertezza, vista come non solo utile, ma necessaria per la comprensione della realtà. A questi esiti culturali della linea nera, quella rossa della teoria dello sdoppiamento risponde che, lungi dall’estinguersi quando il Sole è ancora alla metà del suo ciclo vitale, l’umanità lo supererà in durata, perchè, prima della fine del ciclo, avrà trovato il modo di trasferirsi in blocco su un altro pianeta ove sia possibile la vita, magari in un’altra galassia, convinzione che supera l’incertezza e che continua il cammino, che ci porta dall’ultimo Marx al superamento del modello standard e della scuola di Bohr attraverso l’opera di un fisico quantista di scuola marxista, Emilio Del Giudice.

L’ultimo Marx è quello del 1880, tre anni prima della morte: egli pone quasi una alternativa all’entusiastica versione engelsiana della classe operaia come erede della filosofia classica tedesca (da Kant, a Hegel, alla sinistra hegeliana e allo stesso Marx del materialismo dialettico). Sono trascorsi dieci anni dall’epopea della Comune di Parigi e proprio sulla rivista del Partito Operaio Francese “Revue Socialiste” (di Paul Lafargue e Jules Guesde), il filosofo di Treviri pubblica (20 aprile 1880) le cento domande per una “inchiesta operaia”, che già aveva proposto, nel 1866, alle “Istruzioni per i delegati del consiglio centrale provvisorio dell’associazione internazionale dei lavoratori”, riunione tenutasi a Ginevra nel settembre di quell’anno.

Marx proponeva dunque un questionario di cento domande da sottoporre e far compilare dagli operai raggiungibili, per accertarne le reali condizioni di vita, dal salario alla durata dell’orario di lavoro, dall’affitto ai consumi della vita quotidiana, alle forme improprie di apprendistato. Sembra quasi che Marx volesse ripartire da fattori elementari per accertare, al di là delle idealizzazioni, la supposta capacità rivoluzionaria della classe operaia, il salto di intelligenza e di volontà necessarie per trasformare la quantità dei produttori di plusvalore nella qualità indispensabile per realizzare un nuovo modo di produzione. Di fatto l’inchiesta non ebbe luogo, ma il termine ebbe qualche fortuna nelle vicende del marxismo creativo. Celebre è quella di Mao Zedong, le domande rivolte, alla fine degli anni Venti, ai contadini cinesi, dalle cui risposte dedusse che non erano conservatori o addirittura reazionari, secondo il marxismo dogmatico della vulgata, bensì potenzialmente rivoluzionari, in vista della conquista della terra. Fu dagli studi di Plechanov e dei menscevichi sulle condizioni di vita e di lavoro e sull’evoluzione culturale degli operai di Pietroburgo, che Lenin trasse la convinzione che quell’evoluzione non portasse la classe operaia oltre il combattivo rivendicazionismo sindacale di maggiori diritti e migliori condizioni di lavoro. In Italia, negli anni Settanta, al culmine delle lotte dei lavoratori della Fiat, a Torino, mentre Mario Tronti (come poi avrebbe detto) scambiava il rosso di un tramonto per quello di un’aurora e polemizzava contro la sociologia borghese in nome del materialismo dialettico, Raniero Panieri proponeva, coi suoi giovani compagni, un’inchiesta operaia, sostanzialmente di tipo sociologico, per verificare il possibile sbocco politico di quelle lotte.

E oggi? Nei giorni del capitalismo globalizzato delle multinazionali e dopo la pandemia, che ha messo in luce le difficoltà della sua superclass nel garantire l’egemonia della specie umana sulle altre del pianeta, si può pensare alla classe operaia come componente essenziale di uno schieramento sociale più vasto, popolare, in grado di fronteggiare e condizionare quella superclass? E’ una domanda che mi pare implicita, quando si propone la persistenza di una linea rossa, sempre minoritaria, all’interno del prometeismo sdoppiato.

La risposta può consistere nel seguire attentamente quello che avviene in Cina nella competizione tra i “Continental States”, quello che avviene tra gli operai, mentre sono finite le grandi fabbriche e si afferma lo ”smart working”, forse “agile”, ma certamente pesante; ma nello stesso tempo, quel “seguire attentamente”, a tempi presumibilmente lunghi, dovrebbe essere accompagnato dalla disponibilità a utilizzare gli imprevisti, a tempi più brevi sempre presenti nella storia. E avendo presente, dopo quello di Landes, l’ultimo libro citato, quello, appunto, di un fisico quantistico marxista, a conferma che è la stessa struttura della realtà a dimostrare la prevalenza del principio collettivo (egualitario) su quello individualistico (la ”scimmia egoista” votata all’estinzione, di Nicholas Money).

David S. Landes è uno storico liberale, che parte da ”Prometeo liberato”, titolo del suo libro che ha per sottotitolo “La rivoluzione industriale in Europa dal 1750 ai giorni nostri” (ed. italiana Einaudi 2000), per concludere così, dopo 733 dense pagine: “Nessuno può essere certo che l’umanità sopravvivrà a questa stretta difficile, soprattutto in un’epoca nella quale la conoscenza che l’uomo ha della natura ha sopravanzato quella che egli ha di sé stesso. Possiamo però essere certi che l’uomo seguirà questa strada e non l’abbandonerà, perché se egli nutre dei timori, possiede altresì l’eterna speranza, quella speranza che era l’ultimo dono rimasto nel vaso di Pandora”.

La speranza è il riferimento anche di Ernst Bloch, l’ultimo marxista al quale si richiamano Sidoli, Leoni e Burgio. E per quanto riguarda la conoscenza della natura, la sua caratteristica, quantistica e collettiva, è così presentata negli scritti di Del Giudice, raccolti, dalla moglie, Margherita Tosi, dai colleghi e dagli allievi sotto il titolo “L’anima passionale della ragione scientifica” (Biblion edizioni, 2019): “La fisica quantistica diviene perciò una teoria olistica dell’universo, in cui nessun corpo è isolabile, e ogni corpo vive e diviene nell’ambito dell’interazione risonante con gli altri, il concetto di individuo così perde forza, fino a svaporare all’interno di una fondamentale unità dell’universo” (pagg. 259-260). Segue un fondamentale collegamento culturale: “Ma non era questo il sogno di Carlo Marx, che scrisse la sua tesi di dottorato sulla contrapposizione tra la visione di Epicureo, che assumeva la fluttuazione degli atomi come origine dell’unità dell’universo e la visione di Democrito che considerava gli atomi come oggetti inerti che potevano essere guidati solo dall’esterno? Guardando agli esseri umani come oggetti naturali e perciò promossi dalla fisica quantistica a soggetti, Marx vide nella storia umana il volgersi della transizione dell’umanità da insieme di individui non cooperanti e confliggenti attraverso l’uso della forza, a specie quale soggetto unitario capace di autoregolamentazione spontanea in cui la forza perde ogni razionalità, e questo come fatto spontaneo e non come ordinamento da mantenere con la forza, alla Stalin. Cosa vuol dire altrimenti il passaggio dal regno della necessità a quello della libertà?. Di fatto l’esistenza dell’individuo come soggetto indipendente dagli altri è legata all’organizzazione di un mondo economico in un’epoca in cui la produzione della ricchezza richiede lavoro umano. In un contesto sociale dominato dalla competizione vengono sacrificate tutte le esigenze poste dalla dinamica della vita… La contrapposizione tra economia e sviluppo psico-fisico emotivo della specie umana, l’elemento caratterizzante della storia degli uomini fino ad ora, che perciò Marx chiama preistoria” (pagg. 260-261).

L’accenno a Stalin ci aiuta a capire la teoria dello sdoppiamento, se riteniamo l’Urss ancora parte della preistoria, con l’uso della forza, ma anche un’esperienza positiva, in quanto mossa dalla convinzione di preservare, nel mondo ancora sulla linea nera, una componente di linea rossa. Del resto, lo stesso del Giudice conclude su questo punto. “Non è escluso che gli storici del futuro dovranno indicare il periodo storico corrispondente alle rivoluzioni nate nel Novecento non il ‘secolo breve’, ma come ‘il lungo millennio’ “ (pag. 263), nel quale collocare pure il giudizio sull’Unione Sovietica staliniana. Con questo approccio, possiamo compiere con del Giudice l’ultimo balzo concettuale, nel paragrafo finale che richiama il titolo: “Prometeo, ovvero l’anima passionale della ragione scientifica”, dove compare il concetto di “doppio”: “Il cervello umano esiste e funziona perché l’insieme dei suoi oscillatori risuona con un corrispondente insieme di oscillatori esterni, che è appunto il suo doppio, che ne assicurano la dissipatività, condizione fondamentale della vita” (pag.308). Così, “seguendo questa strada, ci siamo, negli ultimi anni, trovati di fronte a fenomeni affascinanti: non solo le origini della vita, ma anche la fusione fredda tra nuclei atomici. In questa ricerca ho trovato molti amici. Questo nuovo sapere trova nel suo cammino ostacoli da parte del mondo scientifico istituzionale, a cui dobbiamo ripetere ciò che Prometeo disse a Ermete, messaggero di Zeus: ‘Io ti assicuro, non cambierò mai la mia misera sorte con la tua servitù. Molto meglio stare qui legato a questa rupe, che essere fedele messaggero di Giove’ ” (pagg. 326-327).

La teoria dello sdoppiamento è, appunto, un “nuovo sapere” che speriamo trovi, anch’esso, ”molti amici”.

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* introduzione inedita di Giorgio Galli al libro di Daniele Burgio, Massimo Leoni e Roberto Sidoli Il prometeismo sdoppiato: Nietzsche o Marx? che uscirà a novembre con la casa editrice Aurora.

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