L’alfabeto della crisi. Il senso formale e sostanziale di una poesia civile e impegnata oggi

Di AMILCARE BRONCHIELLI

Rileggendo le liriche dell’amico nonché autore del libro che accompagna queste mie riflessioni (L’alfabeto della crisi, ItalicPequod, Ancona 2013), ho ripensato con nostalgia al poeta Antoine Emaz. Una suggestione più che un paragone. Una comunanza più che una somiglianza. Lo incontrai qualche anno fa a sei ore da casa mia, al Bistrot Des Ducs della sua Angers; un veloce spuntino a base di fois gras. Se n’è andato l’anno scorso. Troppo presto. Mi parlò della stessa vita ordinaria da non nascondere sotto o sopra le proprie poesie. Senza alimentare troppo il proprio protagonismo biografico ma conferendo sempre alle parole il loro peso specifico. Il peso della terra. Spogliando il più possibile l’Io da ogni protagonismo. Vivere e scrivere per lui correvano paralleli, mai divergenti o convergenti. Mai in conflitto. Diceva che “ci si muove con ciò che si muove / si tace con ciò che resta // Non c’è un granché d’altro”. La realtà. La ricerca di una verità mai troppo prospettiva ma verso l’uomo. La giusta misura incartata in un vocabolario esperienziale apparentemente povero e di certo essenziale. Quel che basta a trattare di una condizione esistenziale ancora una volta, necessariamente, poeticamente ferita. Così da vendicarsi e scalfire con le parole. La poesia non innocua di cui discutiamo io e l’amico Raffaele Castelli Cornacchia. La poesia impegnata. Quella che a detta sua oggi spaventa molti intellettuali benpensanti.
Certo, quella che accarezzo nei miei peregrinaggi dalla casa della mia seconda patria a Venezia non è più l’Italia di Fortini o di Parini, di Ungaretti o di Quasimodo. Questa è un’Italia peggiore. Ma a cosa servono i paragoni. Fanno male i paragoni? In Francia, per dire, chi vuol sentir parlare di un libro è disposto a spendere 20 o 30 euro per farlo e poi si compera pure il libro. In Italia il pubblico ascolta la presentazione, lo spettacolo o il concertino annesso e poi spesso nemmeno si compera il libro. Paragoni. Uguali e diversi. Separati alla nascita oserei dire. Eppure la cultura è quella cosa lì. Se non la sovvenzioni non ci mangia nessuno. Come il bar sotto casa che se non ci vai qualche volta a fare colazione o a farti un aperitivo quello poi chiude. Ti rimangono il centro commerciale o McDonald, Amazon o Mondadori.
In questi giorni mi confronto spesso con il mio vecchio amico d’adolescenza torinese delle piole. Abbiamo condiviso una sezione universitaria estiva in Germania. Da lui, dopo che mi sono onorato di recensirgli recentemente l’ultima pubblicazione (La zona rossa, Transeuropa, Massa 2020), rubo il titolo (L’alfabeto della crisi) del libro di sette anni prima e gli spunti che ho trovato in esso in occasione delle felici presentazioni alla La Virevolte e al Cafés Littéraires. Un libro di denuncia e di testimonianza civile che là nessuno ha sentito il dovere di etichettare oltre il prezzo della qualità. Del resto, nessun autore ha mai etichettato le proprie opere, a farlo sono gli editori e i critici. I quali, nel loro prezioso e sfaticante lavoro orientato a stabilire il valore di un’opera, a mio avviso tendono oggi a seguire la stella polare meno utile al caso: il proprio gusto personale. Una specie di scorciatoia che evade la strada più difficile, limitandosi spesso a un seppur lecito giudizio estetico ma lasciandone in secondo piano le importanti interferenze storiche e sociali. Questa è la tendenza. Del resto facciamo questo sporco lavoro senza essere pagati, è giusto che ne traiamo giovamento. Capisco pure che non ci muoviamo nel pensiero globale dell’antica Grecia, ma nemmeno ad un défilé di manichini. I 15.000 editori italiani raccolgono sotto le loro ali, in maniera diversa i piccoli dai grandi ovviamente (cambiano le dimensioni delle ali), masse di promesse o di conferme che ben rappresentino l’idea di poesia dell’editore e che come tale la presenterà ai propri lettori. Non uno scopritore di talenti unici e in parte indefinibili, quindi, ma un collezionista di tipi. Quello politicamente scorretto o quello romantico, quello da foglio perennemente bianco o quello che spreca alberi, quello che sa scrivere, e a volte meglio se non sa scrivere. Oppure un mix di tutti per fare un catalogo variegato. Un menù per tutti i gusti. E tornando a noi critici? Ora. Se uno mi fa leggere una roba che fa schifo dico che fa schifo sia che parli degli occhi del suo amante, dell’inquietudine del vivere, dei viaggi mai fatti o di quelli fatti, del sesso o di enogastronomia. Il gusto semmai è nella forma, nella tecnica, nel coraggio, nel percorso e semmai in una certa coerenza di stile e di evoluzione. Non nell’argomento! E invece che fanno molti critici? Mettono l’etichetta al cappotto o alla maglietta, alle scarpe o ai sandali senza preoccuparsi troppo del tessuto o della concia. Il gusto personale. “Ho dei gusti semplicissimi ma accontento sempre al meglio” disse una volta Oscar Wilde. Un tarlo.
Per tornare all’ispirazione iniziale, che poi mi perdo nei meandri del discorso peggio di un poeta – ma d’altronde se il poeta taglia io cucio e aggiungo -, le parole de “L’alfabeto della crisi” dicono “Quanto costa caro, tutto quello che se ne sta nascosto / sotto questa terra // Così accomunati dall’età e la bocca dall’espressione / e il timbro di gelatina bello  in mezzo al viso d’occhi / sgranato a guardare un cupo tramonto”. Nessun critico potrebbe obiettare che non si tratti di grande poesia. Dovrebbe essere più probabile che sia il lettore, magari, a non capire. Quasi che la poesia non abbia ancora trovato quella che Benjamin chiamava “l’ora della sua leggibilità”. Anche se il suo autore di copie di quel libro ne ha vendute eccome e il pubblico ha apprezzato. La critica un po’ meno. O almeno quella che non si è occupata di lui. Siamo nel mondo dell’incontrario, del resto. I figli restano in casa e i genitori rientrano tardi la sera, le cose si rompono e non si aggiustano bensì si cambiano. Si comunica fra solitudini. La banalità della realtà è la più tragica delle commedie.
A vederle da fuori a volte le cose si vedono meglio. A dirlo Aristotele si rivolterebbe nella tomba. Eppure conoscere è anche guardare da lontano. Non ne senti né il profumo né il lezzo. Le vedi per quello che sono o almeno le puoi descrivere, le puoi rappresentare come non è tenuto a fare chi scrive, che dovrebbe invece gettarsi a capofitto come un mulo intelligente a codificare nuovi gusti, nuovi azzardi. Rinnovati fastidi per chi deve giudicare e rinnovati entusiasmi per chi deve pubblicare. Anche se le crisi, intendiamoci, come quella iniziata nel 2007 e ancora in corso, riportano in vita l’ibernazione dei mostri. Non se ne trae nulla di migliore. Non è mai stato così. Non è mai successo. Solo imbrogli della Storia di concezione positiva lineare contro quella, alla quale io aderisco, di impianto circolare, ciclico e ripetitivo. Le cose si ripetono, ma per ognuno è sempre una prima volta.
Così, io vedo adesso tutto il dibattito e la critica odierna italiana, politica, economica, culturale, scientifica e quindi anche poetica, basarsi sostanzialmente sullo sterile e puerile conflitto dell’uno contro l’altro. La destra contro la sinistra, il ricco contro il povero, chi ha studiato contro chi no e l’intimista contro l’impegnato. Dove peraltro a criticare è chi dovrebbe essere oggetto di critica. Un lavoro tutto sporco, nel caso del panorama poetico, che si fanno fra loro i poeti diventati editori o critici alternando false adulazioni a critiche senza costrutto e spiegazione. Questa è la crisi intellettuale del mondo poetico. I poeti son tutti simpatici e di buoni sentimenti, quando cattivi risultano un po’ forzati e poco credibili, si fanno vicendevoli complimenti e si guardano bene dallo svelare la sana e sottaciuta invidia che li dovrebbe animare. Così spesso si imitano. Autodidatti di un’emulazione che non crea scuole o movimenti ma omologazione. Scontri ad effetti speciali. Poetry slam. Porco cane.
Raffaele Castelli Cornacchia dice “Cane d’un porco cane prova a dirmelo / che non è così e non ti cavi gli occhi / rispondimi, usa la tua voce a lutto / che avere ragione su tutti gli altri / è solo il potere di poterlo fare / impronte baciate su muri d’ospedale / dove insegno, per strada o al mercato / un po’ dove guardo e un po’ dove sparo / mirando ai pianeti e agli angeli / fra gatti volanti e cani ballerini / fra le file di birilli sparsi distanti / fiutando attendo i baci e gli schiaffi / e so che lo pensi”. Poesia pura senza cercare la purezza. Scorre da sola e non si stacca dalla vita reale. Ci affonda dentro eppure no, non invidio gli scrittori di oggi. Ai tempi di editori come Gobetti, Scheiwiller e Guanda quando arrivavi finalmente a farti pubblicare avevi superato le Colonne d’Ercole e quella era una tappa. La conoscenza e il portafogli si schiudevano all’imprevisto. Avevi più credito. Su cinque scrittori italiani a vincere il Nobel per la letteratura tre erano poeti: Carducci, Quasimodo e Montale.  Oggi è tutto un tira e molla dove l’unica cuccia è riuscire ad entrare nella squadra silenziosa della Bianca o de Lo Specchio e lì, finalmente, morirci dentro. Oh poi ci sono i social, ma non entro nemmeno nel tema perché non ho né fiducia né preconcetti in tal senso. Ma anche lì il poeta non ha contenitori o etichette. Il poeta se è tale ha motivi, forma e suono. Nella migliore delle ipotesi, quando egli avrà soddisfatto i nostri bisogni e le nostre esigenze, allora ci avrà suo malgrado irrimediabilmente deluso. Sconfitto dalla richiesta di una purezza formale fine a se stessa che non aggiunge e non toglie nulla. Non nella vita reale e nemmeno in quella virtuale – che peraltro ormai coincidono senza, loro, conflitto alcuno -. Come un vaccino che non funziona. Perché questi tempi malati in fondo ne hanno bisogno, delle provocazioni e dell’impegno di tutti a guarire. A non far finta che le cose belle restando immutate a se stesse possano migliorare quelle brutte. Dopo il lockdown la solidarietà è finita, si è passati alle ragioni e ai torti. Alle prove muscolari. Alle vendette e alle ripicche. Inutile dire che c’è più bisogno di poesia se non sporcandosi le mani con la realtà. Certo, io sono il recensore, e vi dico che tutto questo vale a patto che quello che leggiamo ci renda lo specifico personale di uno, ci faccia giungere forte e chiara la caratterizzazione di una voce mossa da un trauma, da una ferita o da un’ideale.  Su questo siamo d’accordo. La poesia può essere uno spazio alternativo di dibattito e di dialogo che però parta dal mondo, per arrivare al mondo. Sarebbe bello essere d’accordo anche su questo.
Un’ultima provocazione che è anche pura cattiveria. Se ci sono troppi aspiranti poeti in giro, allora ci sono anche troppi autoeletti editori. Così si è costretti a pubblicare chi scrive male. Ma scrivere male è come costruire un ponte male, poi qualcuno ci casca di sotto. La poesia non è solo bontà. La cattiveria non è solo distruttiva. Ma io sono il recensore erede di Orazio, e di quelli come me non ce ne sono mai abbastanza: “Hanno la forma dell’ombra d’un corpo sulla riva”.

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