Anteprima editoriale: Antonio Bux, estratti da “Sativi” (collana Sottotraccia, Marco Saya Edizioni, 2017)

Antonio Bux, “Sativi”, Marco Saya Edizioni (uscita: Settembre 2017)

Di ANTONIO BUX

Anteprima editoriale della quinta uscita per la collana “Sottotraccia”, diretta da Antonio Bux per le Marco Saya Edizioni: Antonio Bux stesso con “Sativi”. Per il blog un assaggio di poesie più la quarta di copertina del libro e la relativa cover. 

***

Sativi (dall’aggettivo che indica un qualcosa adatto ad essere coltivato) è una silloge divisa in sette sezioni, dove ho provato a dare una lettura trasversale su cosa può essere, per me oggi, poesia. Nella prima sezione del libro vengono presentate delle terzine dai toni spesso epigrammatici e aforistici. Nella seconda sezione invece si alternano distici a quartine o sestine in versi liberi, cercando una più sottile leggerezza. Nella terza sezione, che a sua volta si divide in due sottosezioni, il dire poetico si fa dapprima ragionato, freddo; per ritornare poi, nella seconda sottosezione, ad un tono più vivace. La prima parte del libro si chiude con la quarta sezione, che presenta un esercizio puramente sonoro, praticato con lo stile delle coblas capfinidas. Dalla quinta sezione si va verso una poesia più prosastica, colloquiale; in alcuni testi, come spesso mi accade, vi è una sorta di “poesia nella poesia”, rimpallando tra margine destro e sinistro versi in corsivo ad altrettanti in tondo, e alternando riflessioni ad istantanee quotidiane, specie nella sesta sezione, dove vi sono i testi più singolari della raccolta. Raccolta che si chiude con un poemetto ambientato nel cimitero di un ipotetico paese di confine, dove un mio alter ego letterario seppellisce quei morti che pare non vogliano morire e quei vivi che non hanno mai voluto davvero vivere. In definitiva Sativi è proprio porsi questa domanda: chi siamo noi, tra la vita e la morte? E la risposta è che forse siamo solo un campo, dove gettare i nostri semi aperti.

Antonio Bux

(alcune poesie dal libro):

dalla sezione “Sativi”

 

15.

Il muro è dentro
il lento di ognuno
sopportata l’altezza

 

18.

Se fede non è
forza ma resistere
solo contemplando

 

24.

Se una domanda
ritorna per sempre
la sola risposta

 

dalla sezione “Diario d’ali”

 

8.

Vivono di bugie i rami

guardali attraversare l’aria

come questi mentono

così le foglie così i fiori

muti tra le corolle

umane di cervelli d’alberi

e sentieri donne

 

13.

Provocare un limone
farlo luce sanguinante

non è verità a stringere
il braccio ma la pietà

tra filamenti e fibre
perdendosi in vena;

ah com’è stato giallo

esserci

 

23.

Aggrappati alle mele

avete mai visto voi
così tanti serpenti

addolcire il veleno?

Vorrei essere stato Eva
per cambiare il pene d’Adamo

e farlo liana d’azoto

 

dalla sezione “Claustrofobiche (monofonie)”

 

1.

Una sola porta è il cervello bruciando
altrui finestre accampate a fiotti oltre
il tempo comune inimicandosi la morte
attardata sul ciglio delle ore non godute
che più fa presto e sempre è tardi troppo
dopo ancora o mai lasciandosi tra i vivi

 

3.

Per etimo si annida negli anni il metodo
accavallando masse d’odio e radio onde
fin dentro un mare che è la mente rame
mentre offende il cuore d’osso assente
in noi di frusta come rabbia delinquente
calunnia orale che si ottiene nell’inerzia

 

7.

Il vento verso sera soffia dentro
l’atmosfera condensata o nel ricordo
e non in tempo vi misura la sua pena
diventando prima fuoco poi chimera
ma quel vento verso sera che rientra
come fioco in ogni ombra della terra

 

dalla sezione “Claustrofobiche (plurisilenzi)”

 

1.

Verrebbe da ridere se la pioggia
ah se la pioggia venisse dalla terra
quante risate guardando il cielo
riempirsi di specchi sul fondo

 

11.

Ho sognato un gigante
così grande che ero io
ma ero troppo grande
in sogno per vedermi

 

14.

Penso di pensare
ed è l’unica via d’uscita

pensarsi pensati, in acque
dischiuse vite fermenti

 

dalla sezione “Uroboro (o del due di non)”

 

DUE libellule, a due mani
d’oro per due notti
di sete in due. A dire
il vero due, semi e fiori,
sono d’oppio gli attimi se
atoni, se i loro atomi
fan due più due, tu
ed io, libellula insieme,
due voli di dopo, ora
nel doppio

 

DOPPIO fuoco di due, io
del fuoco che sono tuo, se sei
tu dal fuoco a darmi me
fuochino fuocherello questo
è il gioco

 

GIOCO mano a mano
due giochi ad orologio
lancetta, ora, tempo
immagine che siamo
se stento io ti vedo
profumo ottuso e addio
ma tu che cosa sei, se poi
lo sono anch’io?

 

dalla sezione “Conoscenza del dubbio”

 

***

SE NON HO AVUTO UN PADRE
è perché sono senza figlio. Una crescita
sola si distingue come il ramo dall’albero.
Trasmigra dentro un nuovo frutto. Così pare
dimenticarsi il sole dell’eterna luce quando
contro di sé la rigenera. Ma forse nell’occhio
lucente di chi sarà dopo potrà esser di nuovo
prima del suo buio assoluzione verso l’alto

 

***

Qui non dorme più nessuno. Eppure
gli occhi non comandano, non
dirigono la mente o il corpo verso
l’alta definizione. Però si sogna,
ognuno sogna a vuoto, di andare
comunque, nel rimpiazzo delle nuvole.
Dove ogni saluto è aria che si sposta,
aria che fa massa, aria un po’ più eterna
se si saluta sognando, se è un sorriso
di sogno o solo un’eco il risveglio coperto.
Ma è un’eco, laggiù, il saluto che ci sveglia?
Qui non dorme più nessuno. Si dovrebbe
sbadigliare paralleli, o sbagliare atmosfera
baciando, perdersi come in un sonnifero
troppo dolce: chiuso l’occhio, aprirlo insieme,
scendere lentamente sottobraccio, nell’eclissi

 

***

Non fermeranno i colori.
Crescendo, saranno sempre
gli stessi a dire il daltonico
se muoverà il nero di questi
per un arcobaleno già cieco,
o se affermando invisibile,
imiterà quel momento e il cristallino
calcando e ricalcando più niente.
Sarà la stessa guerra di sempre,
grigiori contro ogni giorno,
ma nessuno muterà l’evidenza,
il sole scoprirà ancora tutto

 

dalla sezione “Metodo di avvicinamento”

 

***

L’ultimo mare che ho guardato
sulla tua schiena sembra il mare
che da bambino sognavo
dietro di me

ed è così reale, ora
saperti verso il tuo mare
dove tu sei bambina, insieme
con me a guardare noi sogni
svegliati dal mare

ma è la tua schiena
e tu non sei sveglia, ed io
sono ancora bambino
e il mio mare ti è dentro

 

***

Come sarebbe bello invecchiare:
e parlare ogni giorno con i morti,
vedere in loro chi sopravvive;
o il futuro già lontano, le scorie
ancora accese del bambino.
Ma come è stato un tumore
troppo svelto, però è stato;
si è fatto giovane qui dentro.
Lo sai, la gioventù non si paga,
ma è un debito: si restituisce.
E ora che gli amici sono morti,
ora che parlano, quanto è vecchio
il tuo modo di pensarli. Certo,
sarebbe bello vivere sereno
anche la morte e il loro tempo,
ma non c’è tempo per chi vive,
non c’è scampo; i giorni sono
rose, e le rose ammaliano

 

***

Il nemico ha occhi bassi,
non ti guarda mentre paghi
la bolletta. Storce sul muro
la tua ombra, muove per te
le dita tra i fogli del giornale.

Il nemico ha occhi fidati, ti sceglie
sin dal primo giorno. Guida
le tue mani, e nel cervello ti cresce
quella rosa. Sarai la sua vita,
perché morirai.

Il nemico lo sa, per questo ti ama,
ti fa vedere lontano, col tuo corpo
qui fermo. Ti dà cinque o sei ali
e alcune e strane donne, e qualche
nome infedele, da non ricordare.

Il tuo nemico ti vive nell’ombra,
il tuo nemico ti lascia e ritorna.
Chi è il tuo nemico, tu non lo sai,
ma parli con lui giorno e notte.
Il tuo nemico ti scrive e sei bianco.

E tu sei lui, perché scrivi stanco.
Questo scrivere, fa il tuo nemico,
questo vedere chi sei e non togliere.
Il nemico che è qui ed implora
la tua vita per sé, e per chi non ne ha

 

dalla sezione “Cellevive (Il guardiano di Ponente)”

 

IL PITTORE SENZA FAMA

I teschi, folgorati, rotolano
sulla luce del pavimento. Le
formiche vi studiano la chimica
andata a male, l’impronta
ancora fresca della mazza. Com’è
chiara la brezza che sfascia
i corpi quando amano a notte.
Penso a questo e a quanto sia
del soffrire stare qui sul Colle,
a Cellevive spolverando
tutto il giorno le carcasse
lisce, le carcasse sotto le bare.
E penso che la sofferenza sia la manna
perché del peccato giova i corpi
e nei corpi brucia il mandato.
Ma poi penso a quanto sia sbagliato
morire colpiti da una spranga o andare
a piedi nudi a elemosinare, senza
chiedere armistizio, senza potere
biologico avere qualcosa
per dire “sia stanca la morte”.
Voleva questo, pare, Giuliano
Antenozio, pittore senza fama,
pittore che con la fame dipingeva,
tra le sue nocche vedo le trame
di un quadro di mosche rosicanti
la merda della sua tana. Se ne stava
così tra i liquami dove guariva
lo spazio mentre veniva fatto a pezzi
dallo zio. E quella testa di Giuliano
ora rotta così intaglia per gli ioni
delle farfalle notturne il volo
atrofizzato e i rivoli, e così le ore,
la sua testa che asciugo con i vermi
e le sue guance che spariscono

 

OTTAVIO E GIANNA

Gianna dorme tra i frassini,
è morbida come la neve
Gianna che amava perdersi
dentro le pietre tra gli oleandri
quando Cellevive era Novembre
e Gianna sognava la polvere
viola danzare sui tetti
coi topi per le grondaie
a ridere e Gianna
con suo marito Ottavio
il barbiere, faceva passeggiate
a rincorrere allodole, Gianna
che sapeva perché la pioggia
è in tempo la sua solitudine,
la pioggia calda sui marciapiedi,
la pioggia fantasma sulle scarpate,
la pioggia come un ricordo Gianna
lo sapeva che la pioggia è vita,
e Gianna vi moriva dentro la pioggia
di un Venerdì strappato all’amore.
E ora Gianna dorme sospesa
e i pini le ronzano i seni, i pini
strappati alla vita, e alle ali
di Ottavio, che alla fine del mese
viene a baciare la pietra di Gianna
ruvida, la pietra senza più nome,
la pietra che brucia strappata,
e Gianna pare svegliarsi, pare
che Gianna sia ancora a sognare
con il suo Ottavio le rondini rosa,
le rondini che strappano il cielo,
le rondini di ogni destino.
Io li vedo insieme volare, da soli
io li vedo e sono di pietra, io continuo
a vederli ridere, ogni fine del mese
senza più strappi io li vedo piovere

 

MARTINA

Dovrebbero esserci degli echi
qui, echi di tramonti. Come quando
il sole ammazza la terra, e invece
di sopire i morti li tiene aperti, feriti.
Dove finiranno questi seppellimenti,
io non so, né quando finiranno. Tra i
lembi e i filari, dietro i muri di cinta
le vetrate spengono l’aria, ed ecco
perché finiranno. Perché sono qui
da sempre gli avvoltoi. Ed io con i sandali
consumati, finirò come quelli. Dentro
le barche rovesciate, nella parola
dei diluvi a raccontare le notti tristi
sotto i calzari e le querce addormentate.
È lì che finiremo, come spezzati
in volo dai voli notturni. Ma poi
il dottor Quitadamo mi porta
Martina, Martina di soli
cinque anni, coi polsi e le nocche
bruciate. Con le caviglie storte,
e le anche elise. È stata aggredita
dal palazzo l’altra notte, in un cantico
di fumi l’hanno trovata socchiusa, come
un quadro in ombra, di Medusa eterna.
Il palazzo è caduto feroce di bestia,
e nel palazzo c’era solo Martina, io ora
sto con lei nell’atrio pomeridiano,
il laboratorio dove restauro i pazienti,
il dottore lo sa, che sua figlia Martina
sarà la bella Medusa, per lei la cella
è di giada, ne manterrà il profumo viola
di resine e pini, e lei Martina morbida
con gli occhi chiusi dentro le stelle, per
un attimo, quando il dottore è andato,
li apre e mi dice: “dovrebbero esserci
degli echi nei tramonti, nei vuoti
dei palazzi ci sono, ora li sento, e nei
volti dei vinti, ci dovrebbero essere
questi neri, io ora li vedo!”, e così
si è richiusa. Io le ho fasciato i polsi
con degli impacchi caldi, con degli oli
di felce le ho snervato i capelli, io l’ho
bendata di rosa, l’ho conservata, sei
così bella Martina negli echi, le dico,
sei così pura di vento, dovresti vedere
come la vita ti ha fatto, come la morte
dovresti vederti mentre ridi sparendo

 

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