Jacopo Masini
Jacopo Masini

Di SONIA CAPOROSSI

 

Jacopo Panizzi si addormentò tra le pagine di un libro.

–      Cosa ci fai qui? – gli chiese un giovane in uniforme.

–      Non lo so – rispose Jacopo – credo di essermi perso –

Poi si guardò intorno: era in cima a un’altura, a fondovalle era in corso una battaglia.

–      Lei è fuori di senno – disse il giovane in uniforme – deve andarsene…O rischierà la vita. –

Jacopo fece una faccia perplessa e disse:

–       Non vale, prima mi fate arrivare fino a pagina 375, poi mi dite che rischio la vita. Questa è malafede. –

Il giovane lo guardò pensieroso.

–      Ha ragione – disse-, ma non è colpa mia. E sappia che a pagina 379 morirò.-

Jacopo Panizzi lo abbracciò, poi si scostò e lo guardò negli occhi.

–      Tranquillo – disse – non ho intenzione di arrivare oltre pagina 378.-    

  (Jacopo Masini, Polpette, p. 74)

 

Jacopo Masini è un giovane narratore, parmense come il parmigiano ed il prosciutto buono, che ha acquisito già un enorme bagaglio di esperienza sulle spalle, dalla collaborazione con la scuola Holden, a quella con HoldernArt, con l’Istituto Storico della Resistenza di Torino fino ai lavori editoriali più disparati, in ultimo, la collaborazione con Epika Edizioni e vari contenitori letterari come ad esempio Unonove. E certo, se dovessimo render conto del significato del “mestiere” letterario, laddove, per virtù di costruzionismo filosofico, è in gioco il potere dello scrittore in quanto Autore di determinare il segno ed il significato del proprio lavoro scrittorio (la differànce, per dirla con Derrida, di contro al logocentrismo), essere un giovane narratore parmense con esperienza sulle spalle e collaborazioni varie potrebbe anche, come del resto il termine differànce, non voler dire nulla o voler dire tutto. È questo il motivo principale per il quale la sua scrittura deve essere analizzata, un poco logocentricamente (non ce ne voglia Derrida) e molto poco decostruttivamente, attraverso l’indagine testuale pura e semplice, senza ribaltare le gerarchie dell’analisi; codesto è certamente un buon modo attraverso cui la scrittura, qualsiasi scrittura, può venire dipanata nelle sue modalità espressive, senza costruirci sopra una iperteoria ad hoc e, quindi, mantenendosi nell’onestà della critica impura, la quale si attiene, innanzi e sopra tutto, alla pratica del leggere.

Jacopo Masini, Polpette, Epika 2010
Jacopo Masini, Polpette, Epika 2010

Ed è proprio, semplicemente leggendo Polpette (Epika Edizioni 2010), che si scopre una scrittura permeata, filogeneticamente, dall’impronta di uno sperimentalismo scrittorio un poco di scuola (sembra Oulipo in primis, con il forte ascendente di un Queneau qualsiasi, a dirla tutta; altrimenti che c’è andato a fare il nostro alla scuola Holden?). Una scuola, però, in cui la letteratura potenziale passa all’atto, in cui il gioco non è mai fine a se stesso.

Ecco allora il gusto per la sfarinatura semantica, per il fulmen in clausula, per la slabbratura prospettica dell’ellissi nei termini situazionali sottintesi, presenti ovunque in questo degno esordio sperimentale, raccolta costituita da una sequela di raccontini fantasticati come fossero microteorie di logica dell’assurdo in forma di bocconi da masticare e mandar giù d’un fiato, di cui il seguente è un degno esempio: “Ettore Manfredi ha iniziato molti anni fa a scrivere un romanzo in cui raccontava istante dopo istante tutto quello che gli accadeva. Cominciava così: Mi siedo al tavolo, accendo la lampada e inizio a scrivere. Nel romanzo raccontava quando e cosa mangiava, con chi usciva, se gli veniva la febbre, e tutto il resto. Gli ultimi dieci raccontano di un uomo seduto a un tavolo che scrive un romanzo in cui racconta quello che gli accade, ovvero che è seduto a un tavolo che scrive” (p. 20).

La galleria di ritratti di cui è composta la raccolta sembra possedere la pregnanza esperienziale di un détournement situazionista, per dirla con Debord, e consiste, attraverso un sapiente uso dello straniamento di sklovskijana memoria, nello spostamento condensativo di situazioni narrative in nuce, al limite estremo che separa il bozzetto fotografico, lo schizzo a carboncino e lo spirito pseudomanganelliano del racconto – fiume, in una totale o parziale sospensione della funzione narrativa pura e semplice, in direzione di una filosofia dello sketch e dell’esercizio di stile su argomenti di metaletteratura conclamata, come quando l’autore ragiona di letteratura mentre surrealisticamente l’edifica: “Sandro Zuffoli divenne noto come attentissimo esegeta della propria opera letteraria e poetica. Scrisse almeno una cinquantina di saggi su se stesso, che cominciavano tutti con: “La magistrale opera dello Zuffoli” e proseguivano con accuratissime analisi testuali, lunghe almeno una quarantina di pagine. La peculiarità dello Zuffoli era quella di non avere mai scritto un’opera, né narrativa né poetica. Perciò tutti i suoi saggi si concludevano con: “Ecco il segreto dell’ineffabile grazia dell’opera di Zuffoli”. Le sue opere complete sono custodite in una credenza della madre, che giace da anni vuota nella discarica del suo paese natale” (p. 120).

Altre volte, i testi metaletterari di Masini sembrano rimandare direttamente alla teoria della morte dell’autore di Roland Barthes, alla concezione dell’estrema libertà del lettore di fronte al testo laddove l’autore si dia per morto o dissimulato dietro le quinte iporealistiche di un tendone che di teatrale non ha nulla; per cui il lettore, in Polpette, non è solo libero di cortocircuitare i procedimenti narratologici e semantici del textus, spalmando il significato sul significante a proprio piacimento, ma è anche, in un certo senso innovativamente, obbligato a farlo, per ampliare il con-testo d’uso della microstoria d’accatto che di volta in volta, scorrendo le pagine, gli si offre alla lettura, immolata come sulla tavola non di una mensa aziendale, ma piuttosto di una ben più invitante e casereccia trattoria, dal non – autore nascosto, che non si fa mai cogliere, è proprio il caso di dirlo, con le “mani in pasta”; nonostante, a ben vedere, il non – autore nascosto, che è poi l’autore conclamato, non parli ironicamente che di sé, del proprio mondo e delle proprie esperienze, della propria identità di genere (anch’esso letterario) e specie, un’identità metaletteraria proprio perché sempre, continuamente iperletteraria. Non foss’altro che descrivendo come proprio lui non vorrebbe mai essere o diventare, come nel caso dello Zuffoli, iconico scrittore millantatore del cui tipo sembra ricolmo, ultimamente, il panorama internettiano di coloro che si autoinvestono pretenziosamente del titolo di scrittori saltando le staccionate del riconoscimento critico altrui; altre volte rendendo esplicita la propria compartecipazione umana al textus universalis, come nel caso del personaggio di Jacopo Panizzi, nella microstoria che ha aperto questo articolo.

Il Barthes di S/Z ci viene incontro per dipanare alcune iporealtà masiniane che esulano dal naturalismo, quando in Polpette la fuga dalla realtà nel mondo della fantasia si rende esplicita e dada (lui commenterebbe: “dadaumpa!”), inducendo ancora una volta il lettore, da semplice fruitore, a rendersi creatore, ed il testo (nei sottintesi dell’ipertesto o negli ipertesi del sottotesto?), da leggibile, a farsi scrivibile.

Tuttavia, a ben vedere, l’arte scrittoria di Jacopo Masini non si chiude tutta qui, nello sperimentalismo laboratoriale di scuola; bensì, s’apre ad una ispirazione altra, poco battuta e frequentata dall’orda indistinta di presuntuosi perseguitori odierni di ciò che Emilio Garroni chiamava l’ “opera infaticabile”, aspirazione al capolavoro a tutti i costi che si vuole ardua e tronfia per definizione. E allora, di quale altra ispirazione altra si tratta?

Jacopo Masini, La bambina più bella della scuola, Epika 2011
Jacopo Masini, La bambina più bella della scuola, Epika 2011

Il fatto fin troppo evidente è che Masini conosce l’arte e ce ne vuole rendere parte, come tutti i veri scrittori che aspirano al raggiungimento di una compiuta semiosfera comunicativa col proprio pubblico; e quasi per farcelo capire, si getta a capofitto, nel suo successivo La bambina più bella della scuola (Epika Edizioni 2011), in un libro che per protagonista ha un bambino, scritto come un bambino,  da dare in lettura a bambini. Ma che bambino lo scrive? E di che tipo sono i bambini che lo leggeranno? Detto così, sembra troppo facile identificare codice, autore e destinatario. Ed invece la legge di fruizione di questo libello gradevole e gentile, a mio modesto modo di vedere, lascia trasparire che le cose sono più complesse di così. Cercherò di chiarificare cosa ho in mente, anche se, apparentemente, la prenderò un poco alla lontana.

Gianni Rodari, l’indimenticato romanziere e narratore “per ragazzi”, nell’introduzione a Il libro degli errori (Einaudi 1964) ebbe modo di definire se stesso come un “fabbricante di giocattoli”; per lui, infatti “la maggiore ambizione di uno scrittore per bambini”, come si legge nella Nota Introduttiva di Favole al telefono (Einaudi 1962), era “quella di scrivere un libro che impegni tutta la personalità del bambino come la impegna un buon giocattolo, un bel gioco”. In questo senso, le storie di Rodari si smontano e si rimontano come un giocattolo (una costruzione Lego, poniamo), per coglierne il nucleo intuitivo fantastico, la suggestione primigenia, la sostanza narrativa priva di enfasi che sta alla base dell’invenzione creativa improvvisa, del lampo di genio coinvolgente, nel suo gioco festoso, il mondo tutto. Allora, si capisce bene che la letteratura di rodariana ascendenza e memoria non dovrebbe essere imputata di appartenere bellamente, per esclusiva e diritti di immaginario, all’universo dei “bambini” senz’ulteriore determinazione punto e basta; no, essa  si intrattiene in feconda conversazione con il macrocosmo degli adulti, in special modo con la loro parte che troppo spesso rimane più intima e nascosta per timore di essere accusati di conclamata immaturità, cioè col fanciullino pascoliano che non vuole restar chiuso nella casa di Castelvecchio insieme alle sorelle e a un buon litro di lambrusco, ma s’apre all’altro, alla comunicazione pervasiva, alla sostanziale alterità del dialogo metanarrativo fra le età, al senso e alla bellezza delle cose, facendosi il bambino più adulto che ci sia.

Non troverei definizione migliore, in un parallelismo che spero criticamente fecondo, per l’arte scrittoria messa in campo da Masini in La bambina più bella della scuola, testo narrativo fondamentalmente diverso, per impianto ed intenzioni, da Polpette, e per il quale tuttavia non vorrei mai che, da un qualsivoglia cappello introduttivo al libro, si evincesse solamente una verità parziale, troppo parziale; ovvero l’ipotesi, bieca perché mezza orba, che la scrittura masiniana di La bambina più bella della scuola rientri nel novero esclusivo della narrativa per l’infanzia, malinteso da sfatare immediatamente con un ulteriore parallelo (nobilitante): Masini scrive per i bambini come e quanto Italo Calvino quando pose mano a Marcovaldo (anche? Non solo? Più di quanto sembri? Quasi per niente?).

I bambini di Masini, di fatto, sono quella sottospecie etiologicamente e culturalmente determinata di adulti cresciuti a pane e Kant. Beninteso! Non il Kant raziocinante e freddo, troppo cresciuto, ma quello pascoliano, fanciullesco, quello che si occupa del proprio senso di meraviglia, del bello e del sublime. Questi adulti kantiani sono individui dotati di un comprendonio di natura estetico – intuitiva che bypassa felicemente la ragione nuda e scabra, per andare a ritrovare il senso delle cose nel pastiche, nel non senso, nel gioco linguistico, nella natura naturante rigenerata continuamente di una lingua che dietro l’apparente semplicità lessematica, nasconde il rischio del baratro nel vuoto di significato continuamente salvato dall’accorta basculazione del saltimbanco sul filo della logica. I bambini di Masini, come dire, sono adulti alla Bartezzaghi, sono adulti a cui piace giocare, “di lingua, di poesia e di virtù, a vostra scelta”, per parafrasare Baudelaire.

“Ho l’impressione che nella rete di rapporti che si è stabilita all’interno di questa classe ogni tanto qualcosa si inceppi. Che si crei una sorta di cortocircuito, a causa di un inciampo, una occlusione nel flusso di energia che circola liberamente nella pelle, nei corpi e nei cervelli di noi bambini. Non so spiegarle meglio, cara maestra, ma ogni tanto avverto la sensazione di un repentino cambiamento nella carica elettrica che ci lega, una variazione nella membrana dell’aria (a proposito, l’aria ha un contenitore?) che poi ha delle ricadute dentro lo spazio concluso della classe o della scuola” (p. 57).

Il bambino che qui parla, o meglio, che scrive le sue lettere diaristiche alla propria maestra esponendogli le proprie esperienze e i propri sobbalzi d’amore in nuce per la bambina più bella della scuola, il protagonista del romanzo insomma, è un democriteo, un anacoreta del senso, un filosofo immediato, ovvero non mediato dall’intelletto, perché dotato di una risolutezza assolutamente priva di qualsiasi cogitazione intellettiva che non passi primariamente dalla sfera estetica della percezione e dell’emozione. È un adulto che sa porsi in dubbio in quanto bambino in atto, è un bambino che sa porsi in questione in quanto adulto in potenza. Succede che, nel corso della narrazione, composta ordinatamente dalle proprie lettere alla maestra, il protagonista passi attraverso una serie di catarsi, di epifanie, di rivelazioni concrete e di risoluzioni (come quella che dovrebbe soccorrerci narratologicamente nel comprendere come possa un bambino, che all’inizio del libro è al suo primo giorno di scuola nelle elementari, poter scrivere già delle lettere di argomento pertinacemente riflessivo fin dall’inizio, e senza neanche l’ausilio immediato dell’abbecedario; ma questo è un altro discorso, e neanche tanto importante).

Dei vari incontri, delle varie sensazioni ed impressioni che il protagonista ci vuole comunicare attraverso il suo surreale italiano da enciclopedia del filosofema infantile, fra un battito di cuore e l’altro, il più emozionante, certamente, è quello col “Bambino delle giostre”: un compagno di classe a tempo, a scadenza come lo yogurth, che di settimana in settimana cambia classe, scuola, città, spostandosi col carrozzone delle giostre insieme ai genitori; un bambino rom, o sinti, come si intuisce chiaramente, o forse più semplicemente svantaggiato a livello sociale, eppure pettoruto e ricolmo del vantaggio immenso ed indicibile di esser già quasi adulto per ascendenza esperienziale, con quegli occhi grandi, vispi e previdenti e quella consapevolezza, destinata a rimanere senza speranza, di voler davvero restare per tutto un anno in una classe, in una scuola, in una città, di poter mettere le radici zingaresche di un’esistenza non residuale e non grama; lui, i cui genitori sono analfabeti e, per questo, gli fanno rincorrere incessantemente l’alfabeto della vita.

Non c’è modo migliore per farsi cogliere dall’intuizione improvvisa, dall’epifanizzarsi della scrittura di Jacopo Masini che descrivendo, a mio parere, le ultime tre pagine del libro; quelle in cui i bambini si fanno i gavettoni durante l’ultimo giorno di scuola, il bambino e la bambina si recano alla fontanella con i palloncini da riempire e lì accade l’estremo ed insieme primitivo miracolo, quasi una tragedia dell’infanzia saviniana al contrario, una farsesca commedia delle parti rivoltata come un calzino in forma e sostanza di Bildungsroman.

Nelle pagine finali del romanzo, manco a dirlo, la bambina più bella della scuola aveva già ammesso di amare il bambino più dolce della scuola, con un’epifania a termine che era avvenuta in classe fra applausi e vertigini; tutto è bene ciò che finisce bene, ma nelle ultime tre pagine si manifesta compiutamente la rivelazione: lei a settembre cambierà casa, e forse anche scuola, e forse non si vedranno più. Ecco perché il bacio sospeso, nella proiezione immaginifica di un futuro fra vent’anni, li vede condensarsi nei giovanotti che saranno, nei ventiseienni che siamo stati e che saremo tutti, alla fine, come quando ci si crogiola nel lungo flashback che scorre sugli occhi durante l’ultimo minuto di vita, oppure quando il suono della campanella è agli sgoccioli e la scuola finisce,  e tutto ciò che è accaduto per la prima volta nel corso dell’anno, la prima elementare, la prima scrittura, la prima amicizia, la prima antipatia, la prima ragazza, la prima scazzottata, la prima promozione, il primo bacio, si condensa in un grumo temporale e rimane lì, sospeso, mentre scivola via l’ultima prima cosa che rimane: il primo ultimo giorno di scuola.

Ecco perché in questo Masini regressivo e realista della visione c’è della poesia: ma non è altro che poesia del verosimile (e dici poco!), funzione narrativa fondante che appartiene alla parola che si fa letteratura, alla letteratura che si riconduce alla funzione poetica della parola; come dire, ad una letteratura in cui, calvinianamente, si condensa la vita.

 

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