Marco Bini, “Il cane di Tokyo”, nota critica di Sonia Caporossi

Marco Bini, “Il cane di Tokyo”, Perrone Editore 2016

Di SONIA CAPOROSSI *

Marco Bini, Il cane di Tokyo

“Così le zampe si fissano a terra / le unghie – dure – si fanno radici”. Un uomo si fa cane, un cane si fa uomo: le sue zampe affondano nella sostanza pavimentale sostratica del mondo e cercano un basamento di realtà per dirsi e per narrarsi, per farsi se non vita, almeno storia; le zampe si fanno mani, le mani si fanno strumenti di ricerca di un appiglio nei vuoti di realtà, nei vuoti di memoria, nei vuoti della nostra storia. Ne Il cane di Tokyo di Marco Bini si cerca di significar per verba un trasumanare analogico, metaforico, simbolicamente ancorato alla significanza universale delle cose. Sono versi di una metamorfosi che, se nella sezione eponima del libro trasmuta l’essere umano in un quieto animale più umano dell’umano, invece nella prima sezione, intitolata Inerzie, avevano iniziato col narrare (perché di narrazione in squarci lirici si tratta) di una trasformazione in qualcosa di meno-che-umano, allegoria patente (come suggerisce fra le righe Alberto Bertoni nella prefazione) di un’existenz, di uno stato culturalnaturale alterato e deformato dalle modificazioni imperscrutabili di una società postcapitalistica che simbioticamente si ritrova ad essere, allo stesso tempo, postapocalittica e postintegrata, oscillante concettualmente e tematicamente tra l’accettazione dello stato di cose e la ribellione alla condizione umana sociale e materiale precostituita. Quando l’essere umano è descritto come un “amico / evaporato in volo in una stilla / di stupore allo sprint per latitudini / cui la tua stella ha diretto la rotta”, che rinviene “in ogni dove come il radio / alle radici”, l’umanità si riduce a una trasecolazione radioattiva, a un’ostensione non empatica di emozioni grezze, composta di autoriferimenti e solitudine, in cui qualsiasi forma o volontà di comunicazione con l’altro-da-sé si manifesta come “un post dall’Armageddon”, un messaggio internettiano gettato nel mare del silenzio più profondo, nella chiusura asfittica di una bottiglia che traspare ma non dice e, quindi, proprio in virtù di una connessione virtuale assoluta, è un messaggio solitario e monadico, che si appaga del proprio contenuto e della propria forma, nella deflagrazione biblicamente mitica, molto poco stoica, di una catastrofe finale identitaria. “Nient’altro che un rimpallo di materia”: così Bini definisce i continenti alla deriva su cui un’umanità offesa da sé stessa formicola brancolando nella propria indecisa presa di coscienza, sempre parziale e in fieri; e persiste “fino alla crosta / atomica dei piani; è il pianeta / che espulso per igiene fa ritorno/ e generandosi ancora si addensa”. Si tratta di un pianeta “espulso”, estroflesso, un microcaos che non reca con sé nemmeno l’impronta confortante di un quieto senso del decoro e della stasi, un sacco rivoltato al contrario sul cui derma esposto alle ferite ci domandiamo tutti i sensi del senso; allora il mondo è come una sensosfera coinvolta in un movimento incessante, vorticoso, permeato di volontà d’impotenza, dove nemmeno l’impegno civile è qualcosa di più di un semplice darsi da fare per riempire il vuoto, “visto che dormono le armi in fondo ai pozzi / e gli striscioni fatti a brani stanno bene con il nodo / sopra la camicia. Ci sono rughe nette lungo il mento / e poche tenui parole; qui si ride ormai di tutto”. Ironia tragica, sarcasmo, umorismo nero e sagace: di chi è la colpa dello stato di cose in cui versa l’universo? “Ad altezza d’uomo si propaga un nuovo / e ribadito ordine reale mentre a milioni / di chilometri brilla un primo innesco / di luminosità incalzante: assieme imparano / a splendere di una celeste pace di Vestfalia. / Necessita ai superstiti un firmamento da incolpare”. E tuttavia, nonostante il caos cosmico, qualcosa c’è, là fuori, oltre il muro dell’indifferenza: qualcosa da dire e da ascoltare, da fare e da disfare, per poter ricostruire e, in qualche modo, abitare un luogo che possegga un nome che ci permetta di sentirlo nostro; ad un certo punto, diviene autoevidente che il libro di Marco Bini, nel suo moto circolare dalle Inerzie alle Resilienze (ultima sezione del libro) è una sorta di Atom Earth Mother quasi epico, in cui non c’è una mucca in copertina, ma un cane simbolico fin dal titolo, figurazione centrale del nostro modo d’essere: un cane che si volta, ad osservaci bieco e distratto, nella nostra farlocca obesità di ultracontemporanei che la musica non assorda, bensì ammalia con un quieto sussurro, giacché “compito del mondo è ridurre le parole in un sussurro / dove era piena voce”: compito della percezione del reale, sembra dire il poeta, è ricondurre a un’interpretazione morbida l’esagitato sommovimento del magma, affinché un filo conduttore si dipani nel senso del senso delle cose, attraverso lo scambio, il riconoscimento reciproco, la comunicazione; anche passando attraverso l’iconologia cinematografica delle poesie dedicate ai film della sezione seconda, intitolata Posto unico. In effetti, avanzando progressivamente nella lettura, diviene evidente come il cane che aspetta alla stazione il padrone che non tornerà, nella sezione centrale del volume di cui si diceva, sia il preludio antropomorfizzato di un reale che si fa ordinario e diuturno, nell’ultima sezione del libro, in cui il richiamo si concentra sull’erranza delle consuetudini, dei poeti preferiti, dei luoghi e delle scoperte interiori, delle storie-che-si-fanno-storia-concreta, nella perseveranza e nella convinzione che un senso, alla fine, nonostante l’Armageddon, l’universo un po’ ce l’ha, intuizione di significato improvvisa come quando accade di riconoscersi nell’altro pur senza conoscersi: “Da questo haiku espanso vi richiamo / non conoscendovi, figure siete / rovistate da aneddoti incompleti: /gente coi tendini di ferro e il nome /uguale al mio…”. E questo senso espanso in entropia non è altro che il sentimento comunitario, il quale, in fondo in fondo, senza falsi buonismi, come in ogni vera resilienza, ci unisce, ci rinsalda e, fondamentalmente, ci salva tenendoci vivi a abbracciati tra le nostre macerie personali; fino a presagire un domani. Come scrive Marco Bini in fondo al libro, a chiunque sia lì a fungere da destinatario: “Non vi conosco, ma per certi versi / magari penso in qualche modo forse / involontariamente vi proseguo”.

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Nota critica letta in occasione della serata del 5 Ottobre 2019 a Bologna nell’ambito del Festival Multidisciplinare di Letteratura Contemporanea Bologna in Lettere – VIII Edizione.

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