Guido Turco, “Un’ultima cosa prima di partire” (inedito)

Di GUIDO TURCO

UN’ULTIMA COSA PRIMA DI PARTIRE

SENZA TITOLO

Non accendevamo le candele in casa.
Oggi, nell’era di What’s App e delle diatribe con i colleghi che qualcuno insiste a chiamare Team Building,
io e mia moglie le accendiamo,
per dare un segnale a qualcun altro che ci siamo anche noi
o perché la nostra codardia di fronte all’Assoluto si è impossassata
della scatola dei fiammiferi.
C’entrassero tutte le contraddizioni che mi tocca di far entrare nella mia vita,
ma nemmeno a saperne, quelle vengono avanti
maleducate come poche (non bussano, non mandano sms prima, vedi mai) e io devo preparare gli aperitivi
i salatini e gli insetti commestibili altrimenti si offendono, ed è peggio.
Com’è che non riesci più a risolvere questi problemi ? Una volta non era diverso dal riparare finestre rotte. Ma una volta non c’è più, è questa questione del tempo
devo dire che mi ha stancato, una buffonata messa lì per farmi girare
in tondo, e impedirmi di mettere su i dischi di Max Richter o le colonne sonore dei film western
tutte e due con una leggera vena depressiva intrufolata tra la melodia e le copertine.

SENZA TITOLO

La tendenza a scrivere pesante deve essere parente della pratica con cui mangiamo.
Mangiamo troppo e troppo in fretta, non digeriamo niente e abbiamo soltanto voglia di chiudere gli occhi.
L’evoluzione linguistica da pisolino a pennicchella a mindfullness non l’ha ancora studiata nessuno.
Attaccati a diversi alberi si trovano gli annunci per ritrovare cani e gatti. Niente da fare per mogli e mariti. Ancora non c’è l’usanza, che è anche una forma di pubblicità. Far sapere che avevi un cane, un marito, un pappagallo d’Amazzonia che è volato via.
Il cielo resiste molto in alto nella classifica delle cose più guardate e meno capite. Ma è sempre qualcosa accorgersi di un aereoplano, rendersi conto che basterebbe dargli uno schiaffo per farlo cadere. Stavo con il naso all’insù quando è arrivato il postino, carico di pioggia, ma non sembrava importasse granché. La penna per la firma sulla raccomandata gli scivolava, « come una trota » ha detto.
L’ultimo bestseller che ho comprato è una storia dell’umanità, qualcosa scritto per far concorrenza alla Torah. Si scopre che non siamo poi tutto quel ben di Dio.
Mia moglie si concentra sui libri di ricette, dice che c’è un disegno dentro, che il senso delle cose sta nascosto e una volta fatto poi scompare rapidamente.
Non riesco a darle torto, le ho solo consigliato di andarci piano.
Poi ha ripreso a piovere. Gli ombrelli se ne perdevano un sacco, la poesia più stanca raccontava quasi sempre in treno.
Ora non ne ho mai a portata di mano. Tutti persi, i magazzini delle ferrovie stracolmi di parapioggia chiusi.

SENZA TITOLO

I miei fratelli mandano messaggi. Raramente delle mail. Ci telefoniamo per i compleanni e facciamo dell’ironia sul tempo che passa. Ridiamo per due minuti, e siamo contenti.
I miei fratelli sono lì da sempre, si riconoscono dalla polvere che si è posata su di loro, hanno strati più grigi. Non solo tra i capelli.
I miei fratelli hanno un nome, qualcosa che mi assomiglia. Le cose che ti assomigliano ma non sono tue, ma che non sono te, mettono un certo imbarazzo.
Quando io e i miei fratelli ci telefoniamo, oppure ci mandiamo delle mail, si sente un certo imbarazzo tra di noi
che cerchiamo di attenuare ridendo, per due minuti
così da restare un po’ contenti.

SENZA TITOLO

Come segnalibro uso gli scontrini del supermercato. Le carte di fedeltà dovrebbero rilasciarle come gadget ai matrimoni, caricate a 100 punti che consumi un giorno dopo l’altro.
Nel carrello virtuale di Amazon sono sei mesi che ho messo una macchina fotografica. Non me ne faccio niente, ma mi rassicura che qualcuno creda il contrario.
Fotografo soprattutto i cieli. Lo faccio a distanza di mesi, addirittura di anni. Un’opera estenuante, per un soggetto che in sé ha una certa qual levità. Nessuna novità.
Ora che ho più soldi, mi illudo che servano a qualcosa. Li spendo e basta. E’ quello che vogliono, a me non me ne importa un fico secco. La vita sarà forse quel tempo indifferente tra due pasti ? Me lo chiedo spesso. Indifferente è un sinonimo della bellezza, lo dico perché ne ho le tasche piene (le tasche) del pensiero debole.

SENZA TITOLO

Le contraddizioni della vita (o dell’esistenza, non so mai bene la differenza)
si riassumono nel fatto che più anni si hanno meno sono i capelli e ancor meno le erezioni.
Per gli uni e per le altre si sa cosa fare. Niente da fare con gli anni, invece. Questa è una meta-contraddizione.
Per l’esistenza (o per la vita, non so mai bene la differenza) si usano metafore diverse e variate. Il « corso », il « quadro », « il fiore » (questo si dice degli anni, soprattutto quando si necrologiano i morti).
Gli italiani alla vita hanno associano spesso l’aggettivo Bella, anche se hanno una vita di merda. Molte pubblicità lo confermano, soprattutto all’estero.
A volte si azzardano con Dolce, che era il tiolo di un film, ma nessuno se ne ricorda, o lo sa, soprattutto all’estero.
Poi, quando arriva una nevicata improvvisa, tutti sono contenti perché sono contenti i bambini. Nessuno lo ha mai chiesto ai bambini se lo sono veramente.
Ma le nevicate improvvise fanno bene alla salute, e anche i commercianti di pneumatici passano un buon momento.

SENZA TITOLO

Stai composto.
Chi lo dice lo è.
Dì buongiono buonasera arrivederci grazie.
Speriamo bene, male che vada.
In fondo in fondo alla fin fine così così.
Ti ho chiamato ma tu non hai risposto,
volevo dire
un’ultima cosa prima di partire.

SENZA TITOLO

Case nuove crescono come funghi, sorvegliate da gru multicolore. C’è un odore di bitume e polvere, molta polvere da far concorrenza alle nuvole, o alla nebbia.
La farmacia si è già installata. Biosgna sbrigarsi, stiamo più male che bene, e ci sono i bambini. I lampioni. Cartelloni pubblicitari. Sul più grande qualcuno ha disegnato un grafo, si direbbe la testa di un androide. Forse è un cazzo mal fatto.
Dietro ai cespugli trovi sempre qualche bottiglia vuota. Birra, soprattutto. Faccio questa constatazione e mi coglie quella sensazione di sdoppiamento
qualcosa che doveva essere appannaggio dei santi, degli squilibrati, ma che adesso è uno degli stati della normalità.
Entro e esco, la coda al centro commerciale ha l’apparenza di un verme. Qualcuno lo schiaccerà.

SENZA TITOLO

Ho cominciato a lasciare libri nelle cassette del book-crossing. Mi irritava la dominanza di David Forster Wallace. La cassetta che ho scelto non è delle più scassate, solo l’asta è un po’ bruciacchiata. Sono subito arrivati due piccioni, titubanti.
Ai bordi delle strade la dominanza delle spontanee sono i papaveri rossi. Durano poco, hanno uno stelo ridotto e cosparso di peluria, si scuotono incessantemente. C’è anche l’orzo selvatico, appiccicoso. Sono i segni dell’estate, del suo giardino spontaneo.
Direi che è venuto il momento, non so mai troppo bene per che cosa. L’importante è saperlo, come la storia noiosissima di Castorp e Settembrini.
Al book-crossing volevo prendere un libro molto stropicciato sulla poesia occitana. L’ho lasciato pensando ai piccioni, e anche perché aveva una macchia bruna sul dorso. Ho pensato: caffè, ma nessuna sicurezza in merito.
Il cellulare ha vibrato tutto il giorno. Ma è sabato, io non rispondo.

SENZA TITOLO

Prima di andare a letto faccio un ultimo giro di perlustrazione.
Nel letto poi mi sento come Edmond Dantes gettato nel mare dal castello d’If.
Dormo con gli occhi aperti. Non se n’è mai accorto nessuno, questo mi rassicura. Anche le indagini intorno al concetto di verità hanno questo tratto ambiguo. La verità non si sa mai fino a che punto sia vera.
I jazzisti sono uomini molto noiosi, il genere che la ripetitività non li spaventa, e la chiamano in mille altri modi.
Venne poi un idraulico esperto a diagnosticare il male estremo della sala da bagno, i suoi cattivi odori, le sue resistenze a liberarsi, quel sordo disagio, inapparente ma decisivo per il suo stato. Non ci ho messo piede per una settimana, non osavo disturbare la terapia.
Le case si riempiono di cose inutili, una palla mappamondo non so proprio come sia arrivata fino a noi, com’è che sia finita sopra l’armadio del mio studio. Sono due settimane che alzo gli occhi e mi trovo in faccia l’Australia, un canguro beige e un boomerang che sembra una banana.

SENZA TITOLO

Certo, non dovrebbe essere così.
La dolcezza, è lei, che ci colpisce più di ogni altro sentimento. Non ce n’è più, da nessuna parte. Penuria. Quando capita, è tutto così inaspettato che rimani senza parole.
Intorno alla mia finestra si aggirano diversi insetti. Bussano con la testa, con quella cosa che in quel loro corpo patatoso regge le antenne. Quasi tutti sono neri. Anche d’inverno.
Un giorno o l’altro. Chissà mai. Chiamami quando avrai finito.
Io non mi muovo. Poca roba, andate e ritorno su astronavi che non ti immagini.
In fondo anche l’anacronismo è scaduto. I paesaggi, le strette di mano, le monete contate sul palmo della mano. L’anacronismo è una compiacenza da vecchi, da evitare a meno che.
Lo sapevo che non avrei dovuto, che ci avrei messo qualche ora, qualche giorno. Leggere, già di per sé. Ma rileggere Carver a volte è puro masochismo.

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