“Fa’ la guerra, Lucio Sergio”, una prosa storica inedita di Danilo Laccetti

Di DANILO LACCETTI

Fa’ la guerra, Lucio Sergio, falla, dai, crediti nuovo Silla, il destino ti invita. Ricchezza, potenza ovunque solleticano, corruzione guasta te come già impestato ha da tempo il bel corpo di Roma, corpo antico, di quercia; salvatore dei galantuomini, fra il popolino umiliato caporione di sfollati, falliti, carne marcita da tribunali e usurai, tu, re degli accattoni, crediti pure imitazione dei Gracchi, dio degli oppressi, e lascia a Crasso il fruscìo dei suoi denari; ti pagò l’avvocato per assolverti dalle tue ruberie in terra d’Africa, oggi ai tuoi compari lance, spade che ammonticchiano nelle cantine, adunate tra coloni e zappaterra di Fiesole e dintorni. Il pontefice Caio Gulio con l’ombra divina della sua onoratissima famiglia ti benedica; quel frenetico campagnolo, console in carica, Marco Tullio, il senato lo circonda, ospizio di serpenti, dei Catilina timidi, vili, opportunisti, inerti e balbuzienti se provocati, nel buio, covati dal silenzio, perfidissimi. È tempo, Lucio Sergio, è tempo, va’.

So, Lucio Sergio, chi sei: due soldi e mezzo di veterano, quattro moggi di baldoria e promesse e smargiasserìe, digiuno di sagacia, in perenne carestia per il pane dell’odierna malizia; nero più della notte t’hanno dipinto, fiero quanto un montanaro, scaltro come nemmeno Ulisse, crudo e blasfemo oltre l’umano, bimbissimo sei a fronte di troppa canaglia inghirlandata che ti corona intorno; lingua arrabbiata, cuore invelenito, fegato spaccato sei, Lucio Sergio; t’hanno pitturato signore del male per truccarsi loro padroni del bene. Ci pensi a quella commediola che metteste su pochi anni fa assieme a Pisone? Povero ragazzo: il senato, Crasso annuendo, lo spedì questore novello dritto in bocca ai cavalieri ispanici di Pompeo. Entro nella Curia prima io o prima te, così vi diceste? Chi comincia a scannare senatori come pecore negli stazzi? Impiallacciaste da meschini, tutti lo sapevano, non una, due volte avevate rimandato; le comari al foro, anche loro mormoravano “Ma non era per oggi? Sarà il mese prossimo, che peccato”. Dai, non avertene a male: hai imbandito una nuova congiuretta che di segreto conserva unicamente il giorno e il luogo della tua morte.

Marco Tullio dai rostri al popolo, dagli scanni ai nostri padri ha cantato le tue lodi. Tromboneggia. Mezza tacca di politico, ma pelliccia assai arguta d’avvocato, ha avuto la buona sorte, la sorte in sogno di incrociare te sulla sua strada, tu lo farai eterno. Gonfiando nuvole con le parole, una carta, astuta come poche va detto, se l’è saputa giocare, una di quelle saporite, altroché: in senato, così, come a una riffa un merciaio, t’ha piazzato una figurina d’uomo, tale Lucio Tarquinio, perché trascinasse nel fango appresso a te niente meno che Crasso. Hai capito il buzzurro? L’ha sburgiadato in pubblico per stanarlo, farlo domestico ai suoi progetti; vedessi, certe facce di gesso, l’occhio in fuori di alcuni senatori, sbavanti ringhiandogli contro, al poveretto, che poco mancò e ti finiva appesso, per infamissima calunnia condannato, per giunta ai danni dello Stato, a un albero fuori del pomerio. Capirai, tutti i prestiti, la generosità degli affarucoli che quel grand’uomo di Crasso va elemosinando pure all’ultimo fra quei padri della patria: chi conta ansimando sulle dita e chi scambia l’ambra per miele rappreso.

Siamo onesti: una, che dico, due manovre abili le hai tentate anche tu, Lucio Sergio, te lo concedo. In pro della tua buona fede, a stornare i sospetti, ti sei offerto agli arresti domiciliari, ricettandoti, dopo tre rifiuti, da Marco Metello, un galantuomo, sia detto. Eppoi al console hai chiesto che relazionasse in senato, formalizzando l’accusa, avviando il processo: non lo fece, non poteva, non avendo le prove, allora. Attendeva che tu gliele procurassi.

Dimmi un po’, Lucio Sergio, quale dio ti ha accecato, quando hai tirato dentro la congiura Quinto Curio? Sbruffone, nevrotico, al guinzaglio della sua amichetta, al pari suo pettegola, le loro gole erano l’orecchio di Marco Tullio, quotidiana informazione ai suoi sgherri, persino mappando le minute convulsioni della tua truppaglia, dentro e fuori la città. Lucio Sergio, quale dio ti ha strappato il cervello, quando hai detto ai tuoi “Sì, firmate pure il documento richiesto dai galli allobrogi, la nostra parola, il nostro giuramento, dateglieli, portatelo fino a casa loro”. La tua condanna a morte, redatta in bella copia, sigilli inclusi. Poi, dimmi, tutto quel budello di liberti, clienti, operai, contadini schiena fiacca, artigiani stomaci larghi, ragazzotti di provincia tutta febbre e mani sudate, coloni esausti e lamentosi, quanti e quanti soldatini sciancatelli e vocianti, Lucio Sergio, ti stupisci che quando comandasti le rivolte in Puglia, nel Piceno, in Calabria, quelli agissero da forsennati, una roba da ridere a vederla? Con manine simili ti credi di strozzare l’oca velenosa del patriziato?

Pompeo, il nume assente, Pompeo il nuovo, unico Silla, non tu, Lucio Sergio. Ne desiderano, ne temono il ritorno, tutti. Si copre di onori in Asia, il senato vezzeggiandolo fin quando gli verrà utile. L’ordine di Roma, la salute dei potenti, dei ricchi lui solo può oggi garantirli; lui solo domani può mandarli a precipizio. Se qualcosa quest’ordine tormenta, qualcosa come la tua modesta trama, Lucio Sergio, i nemici del senato, tuoi complici, ti sostengono a riposo, sotto l’ombra, abbattuti e spenti, e possono accanto a te vittorioso sgambettare sul ponte, finalmente, per arrembare la Curia; ma questo, diciamo, turbamento, mi convinco ogni giorno, non disturba più di tanto nemmeno i tuoi nemici. Ne hanno bisogno, perché un secondo Silla, uno piccolo, al grande assente si giustapponga. Marco Tullio, chissà; ardentemente in cuor suo lo sogna. Eppure la nobiltà, il potere ama circondarsi di tanti pretendenti, cavalieri gentili che difendano nelle avversità, si fronteggino per lei; un corteggiamento sanguinoso con un premio che fingono di non vedere: non l’aula della Curia, Roma intera.

Piccolo figlio di Roma, Lucio Sergio, piccolo grano incastrato nell’enorme mietitura del popolo, popolo senza potere, senza riconoscimento, popolo che tu sei, senti ancora di essere, babilonia anonima, marea morta e rinata, insano termitaio, le decine, decine di dimore da re sul Celio e il Palatino, ci pensi, Lucio Sergio, montagne sane in Campania affettate per un portico e un giardino, per un approdo comodo bitumano un pezzo di mare, una fetta, una sola mangiare, in quel banchetto essere ammesso, anche tu fra quei soldati semplici diventati senatori, garzoni e ciabattini grassi più di un principe orientale, mediocri segretari elevati politici di gran nome e tu, Lucio Sergio, tu in un angolo, rifiutato, escluso da ciò che t’appartiene perché, ripeti, lo meriti più degli altri, respinto dalla loro arma formidabile: l’inganno. Stavolta, proprio stavolta che il consolato era tuo, lo recapitano a Lucio Murena; processato oggi per broglio elettorale, un intero collegio di avvocatissimi a difenderlo: Crasso e Marco Tullio, manco a dirlo, e, udite udite, la vecchia gloria di Ortensio Ortalo. Sarà assolto, come non dovrebbe? E tu non dovresti fare la tua guerra? Il console dice in giro di aver fatto tutto per fermarti e tu, Lucio Sergio, rimani fermo, non fai niente?

Taglia la testa a tutti questi corrotti, impostori, meduse ingorde, cancro e peste di Roma, fatti console del tuo esercito, arruola le tue legioni, mettici in cima quell’aquila d’argento, che fu di Caio Mario, dici, anche tu generalissimo al timone di questa femmina e puttana che l’esercito è diventato, che sarà il tuo esercito, la tua guerra; potere, ricchezza, gloria finalmente nelle tue mani. Fa’ la guerra, Lucio Sergio, falla, sei tu il nuovo Silla, tu l’anima vera di Roma, il preferito dal destino, con te il fuoco dell’onestà dalla cenere putrida del nostro tempo tornerà a brillare nella notte che ci asfissia.

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Danilo Laccetti esordisce con il “cortoromanzo ingannevole” Trittico della Mala Creanza (Leone, 2009), seguìto dal romanzo satirico Storie di Pocapena (Leone, 2010). Nel 2016 dà alle stampe, in un’edizione privata in cinquanta esemplari numerati, Unico viaggio. Sinfonia di racconti, prose e divagazioni per voce sola (ne parla qui il linguista Luigi Matt). Ha curato la pubblicazione di classici tascabili per l’editore Leone, la prima edizione annotata di Un viaggio a Roma senza vedere il Papa di Faldella (Greco&Greco, 2013) e Roma immaginaria (Arbor Sapientiae, 2014), un’antologia delle Variae di Cassiodoro con profilo storico dell’Italia ostrogota, recensito sul «Journal of Roman Studies» (2016). Suoi contributi sono apparsi sulle riviste: «Atelier», «Critica impura», «Il Segnale», «L’immaginazione», «Nazione Indiana», «Nuova Prosa», «Testo a fronte», «Zibaldoni e altre meraviglie». Un suo testo giovanile, Atalaricus Rex, è stato oggetto di una mise en espace di una settimana nell’aprile 1997 al teatro dell’Orologio di Roma per la regia di Valentino Orfeo; con quest’ultimo collabora alla messa in scena di testi di Cechov e Beckett. Nel 1999 viene invitato da Mario Martone, allora direttore del Teatro Argentina, a un seminario di regia. Di recente ha scritto due sceneggiature di brevi cortometraggi: Niente e nessuno, ispirata al racconto L’abisso di Leonid Andreev, e Il giorno di Matteo. Nel gennaio 2015, dopo quattro anni di lavoro e trecento pagine scritte, lascia incompiuto il romanzo storico La scoperta di Ortoppido, ambientato alla fine dell’età umbertina in un borgo immaginario sul lago di Bolsena; due estratti di questo romanzo sono stati pubblicati sul n.69 di Atelier (con lo pseudonimo di Francesco Anestia) e sul n.66 di Nuova Prosa.

 

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