“Orazione in morte di Nevolo, devoto e sfortunato cliente”, di Danilo Laccetti, dalla satira IX di Giovenale

Di DANILO LACCETTI

Orazione in morte di Nevolo, devoto e sfortunato cliente *

Con voce flebile e occhio a stento asciutto siamo qui per compiangere la tristissima scomparsa del nostro infelice e tanto amato Nevolo, per noi altri, amici e compagni, nient’altro che Nevetto.

Si loda l’onestà ma patisce il freddo, soleva ripetere, ed è indubitabile quanto la dea Fortuna, sebbene da lui invocata e con grani di incenso grossi come pomi più e più volte presso l’altare venerata, neppure il più miserevole voto, una vecchiaia al caldo, gliel’abbia voluto esaudire; a certi richiami, se le stelle stanno storte, la Fortuna inchioda le orecchie con tappi di cera, gli stessi scovati sulla nave che scampò i dolci canti siciliani, sorda essendo la ciurma. (Hai voglia i sapienti a dire che la Fortuna noi la creiamo, noi la collochiamo in cielo come una dea; quando si concede venia ai corvi e si tormentano le colombe, quando uno lo si mette in croce appena devìa e un altro sgavazza sfrontato contro tutto ciò che è giusto e sacrosanto, alla faccia e delle leggi degli uomini e dei decreti degli dei?).

Bastone e stuoia, lurido nel corpo e dal fiato impestato, lo si vedeva, tra i bottegai dell’Argileto o confuso fra le bettole del rione Etrusco, stendere, tutta un tremito, la mano dalle unghie lunghe e sporche, un fascio di ossa dalle midolla succhiate, piangendo, spalla contro spalla, quei suoi lamentosi giorni in compagnia di un qualche naufrago, la testa rasata e il solito legnetto appeso al collo, oppure di un vecchio storpio, che va contando meraviglie dei tempi di Traiano in Dacia; seppure spenta ogni speranza di un invito a cena — per un uomo la speranza più dura a morire — certe mattine, sconciato a quel modo, lo si avvistò persino lassù, alle Carene, davanti ai vestiboli più lussuosi, quelli che una carovana di portantine e lettighe insiepa: mariti che trascinano la moglie languida e gravida, chi indica una seggetta, vuota, con dentro a suo dire la sorella afflitta da un morbo oscuro, pregando di ricevere il conquibus prima degli altri, due o tre, al solito, che ci provano a gabbare il nomenclatore, dicendo “ma sì, sono io quello nella lista che hai appena chiamato, spetta a me, che non mi riconosci più?”. Cosa sperava mai, in mezzo a quell’orda agguerritissima di clienti, lui che neppure poteva più contare su un mantello bucato, soltanto sulla clemenza impartita da un sottoportico, da una cantina in disuso? Quando fra quelle gole, tutte quelle lingue e bocche affamate dalla toga stropicciata, sudaticcia, stretta sulle cosce, trovavi addirittura un grechetto con tre lavanderie giù ai Fori o un egizio che dà in affitto un’osteria alla Suburra, unta di grasso di montone, affumicata dalle tettine di scrofa abbrustolite?

Anni fa, quando forse allora la sua rovina ebbe a principiare, lo ricordo e con voi adesso mi piace riandare a quell’antico incontro, nel rimpianto assai amaro che nulla si potè fare per cavarlo fuori da quel precipizio che su di lui, con la sapienza degli antichi misteri, incombeva.

Con che faccia il nostro povero Nevetto mi capitò davanti: un Marsia battuto, le rughe in fronte, mesto, neppure Crepereio Pollione, quando va in caccia di babbei cui affibbia un’usura al trentasei per cento, avrebbe portato in giro un grugno tanto meschino. Anzi, che dico: pareva tale e quale il Roco quando lo pizzicarono, ancora bagnaticcia la barba, mentre gliela strofinava alla Rosina (e noi che appioppiamo un manrovescio a uno schiavo se lecca le mollichine di una ciambella!). Che gli era successo, da dove sbucavano tutte quelle rughe? Lui, poi, che, contento di poco, tirava avanti la sua vita di cavaliere decaduto, ospite di banchetti cui donava le spiritosaggini, i lazzi, tutto il sale e il pepe di chi è nato dentro le mura di Roma. Ora? Tutt’al contrario.

«Guarda qua» gli faccio «questo viso incupito, i capelli un bosco arruffato e ispido, non più su questa pelle riluce lo splendore che le davano gli strati di pece calabra calda; le tue gambe, mio dio, che cespuglio trascurato e irsuto di pelacci! Hai la magrezza, mio caro, di uno allettato; uno che l’ha bruciato la quartana, che quasi quasi ci convive. Lo sai, no, che i supplizi dell’animo li puoi scovare in un corpo afflitto, come anche le gioie, lo sai, no, che la nostra faccia assume l’uno e l’altro aspetto? E tu, parola mia, hai cambiato lo stile, la rotta della tua precedente esistenza.»

Quello, mogio mogio, mi fa:

«Lo so, m’affligge il ricordo di qualcosa che ancora di recente…ma, ti scongiuro, quanto ti dirò tienilo per te. È un nemico mortale, lo sai bene, un pervertito che si depila con la pomice. Il suo segreto, appena lo possiedi, lo fa bruciare d’odio e già riflette sulla mia testa presa a bastonate, su un coltello da infilzarmi nello stomaco o, che so, di far appiccare il fuoco alla mia porta. Eppoi per chi ha i quattrini non c’è mai penuria di veleno; lo comprano all’ingrosso. Ti prego, tieni nascosto quello che ti dirò, come fossi il tribunale di Marte ad Atene».

«Andiamo, Nevetto» gli ribatto «pensi davvero che i segreti dei ricchi possano a lungo restare segreti? Tacciano pure gli schiavi, non terranno la bocca chiusa i muli, i cani, gli stipiti, i marmi, le finestre, le porte; tutt’al buio, tutti dormono, al canto del gallo, stai certo, l’oste di fronte saprà e ascolterà quello che, vero o falso, metteranno in circolazione il pasticciere, lo chef, i camerieri. Chiedi a loro di tacere non a me. Ma se gli schiavi hanno una lingua cattiva e a un mezzo litro di Falerno preferiscono spifferare l’arcano degli arcani dei loro padroni, la vera causa è chi libero non è pur essendolo, ed anzi è più schiavo dei suoi schiavi, il cui silenzio compra a suon di focacce e monetine.»

Il labbro tremolante, si mordicchia la lingua, la faccia appesa.

Roba da non crederci: lui, proprio lui, che fino al giorno prima era il più famoso gigolò di tutta Roma; quando devotamente bazzicava il tempio di Iside all’Aventino, come la statua di Ganimede nel tempio della Pace, oppure la Dea Madre al Palatino, dove, la notte sana sana, le donne si offrono prone, infiammate, e lì talvolta (cosa che non diceva, però) gli riusciva di mettere a pancia sotto, tra una preghiera e l’altra, pure i loro mariti.

 «Eh» mi flauta dolente «tutti questi che s’atteggiano da Catoni e vivono una vita di Baccanali.»

La vita, eh sì, bella vita che aveva fino allora fatto, mi comincia a dire; a molti era stata vantaggiosa una vita simile, ma a lui? Sì, di quando in quando un mantello di lana, quelli di fattura gallica, rozzi, certi colori, poi, aveva anche ricevuto un po’ d’argento, un vasetto sottile sottile, per carità, e di una lega scadente. Se è vero, com’è vero, che il fato governa gli uomini, un fato ci deve pur essere per quelle parti che la toga nasconde; e se il fato t’abbandona, a che ti potrà mai servire la sproporzionata misura del tuo lungo gingillo? Virrone, ch’era il suo patrono, il labruzzo tutt’una schiuma, pendula la lingua, bastò che una volta sola lo vedesse nudo e via, lo tampinò notte e giorno con una pioggia di bigliettini e dolci promesse (dans cette manière le pervers attire le mâle). Quale cosa terribile, però, è una checca avara! “Questo te l’ho dato” comincia sculettando a fare i conti “poi t’ho dato quest’altro e molto di più ti sei portato via”.

«Ma quando mai?» sbotta il povero Nevetto, gli occhi al cielo: «dai, chiama, gli dico, il tuo schiavetto, pigliamo il pallottoliere, facciamo pure che in tutto m’hai dato cinquemila: elenca un po’ tutte le mie fatiche, avanti. Perché a lui gli sembra una roba da ridere, facile facile, capisci, spingere fin dentro le viscere un pene come dio comanda e poi tranquillamente presentarsi a cena. Credi a me: lo schiavo che ara il campo è meno disgraziato di quello che ara il padrone. Chi si crede, poi? Un ragazzino tenero e bello, magari uno degno di mescere in cielo il vino agli dei?»

Povero Nevetto, che sventura gli era capitata e quanto l’aveva afflitto; figurarsi, una “fidanzatina” simile, che alla festa delle donne magari pretendeva persino di ricevere un ombrellino verde o, chissà, delle palle grosse di ambra, per rigirarsele di nascosto tra le sue ditine sudaticce e tozze. Eppoi, quel passerottino gottoso per chi mai conservava intere montagne, i latifondi in Puglia, pascoli tanto estesi da stancare il volo di un nibbio? Quanto poco ci sarebbe voluto, due, tre ettari non di più, per ristorare i lombi esausti del suo povero cliente: un campicello ai piedi del Vesuvio, to’, anche una vigna a Cuma o sulle pendici secche del Gauro. Invece tutta questa roba finirà in lascito a un qualche amichetto suo, un castrato che batte il tamburello per la dea Cìbele; oppure troverà presto un altro asinello a due gambe e i sacrifici di Nevetto tutti in malora.

Battuto e stracco sospira ancora:

«Se chiedo, mi dà dello scostumato, ci pensi? Ma la pigione chiede pure lei, e chiede il mio schiavetto, unico come l’occhio di Polifemo; quando soffia la tramontana di dicembre e gli frusta le scapole e non c’è niente da mettere in pancia, che gli rispondo? Resisti e aspetta il tempo delle cicale? La fa facile lui, eh sì. E pensare che, se non fosse stato per me, sua moglie oggi sarebbe ancora vergine».

Non era certo il primo, Virrone, a salvare un matrimonio la prima notte di nozze grazie al suo fidato cliente; la giovane e illibata sposina già pronta a rompere il contratto e lui piagnucoloso, implorante, fuori della camera ascolta, con crescente conforto, gli ansimi del piacere e del letto. Così gli era nato un figlio, così s’era potuto vantare nel vicinato addobbando di corone la porta, così era stato fatto padre a norma di legge e per legge capace di ricevere esoneri militari e eredità anche lontane, e, se Nevetto gliene avesse infornati altri due, avrebbe potuto ereditare patrimoni interi, porzioni caduche incluse.

«Che ti posso dire, amico mio?» gli rispondo. «Ne troverai un altro. Non disperare: finché questi sette colli staranno su, non ci sarà mai scarsità di finocchi. Da tutta la terra si radunano qui, arrivando su navi, carri. Tu l’importante è che te lo tieni duro mordendo rughetta.»

 Nevetto, sconsolatamente:

 «Un fiorellino fresco è il vigore e la giovinezza; s’insinua, non vista, strisciante la vecchiaia. Lascia questo conforto a chi è fortunato, non a me; a me il pene mi dà da campare. Ah, potesse toccarmi, un giorno o l’altro, la ventura d’infilzarne uno che mi garantisca una vecchiaia sicura! In fondo che diavolo chiedo mai? Una rendita, diciamo, di ventimila all’anno, dei vasi d’argento cesellato, due schiavi robusti della Mesia presi a noleggio, che quando è il giorno di recarmi al Circo, in mezzo agli schiamazzi, mi portino in lettiga, bello tranquillo. Non so, un paio ancora, uno che cesella e uno che sa dipingere; mi basta. Magari un giorno essere così povero e abbandonare questa maledetta fame, pagata a caro prezzo. Dimmi la verità: ti sembra che chiedo troppo?».

No che non mi sembrava, Nevetto mio; neppure oggi a ripensarci, oggi che ti celebriamo tristi, un istante prima che le fiamme di questo rogo ti abbraccino e nell’aria dissolvano il tuo corpo; oggi che troverai di certo quel benessere tanto a lungo, e tanto disperatamente, desiderato nella tua faticosa vita.

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* Saggio di reinvenzione narrativa dalla satira IX di Giovenale, con contaminazioni, qui e lì, da altre sue satire. Esperimento simile è stato da me condotto con Oraziana. Saggi di reinvenzione narrativa dai Sermones con contaminazioni dalle Epistulae, pubblicato sul n.62 di «Nuova Prosa» (giugno 2013).

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Danilo Laccetti esordisce con il “cortoromanzo ingannevole” Trittico della Mala Creanza (Leone, 2009), seguìto dal romanzo satirico Storie di Pocapena (Leone, 2010). Nel 2016 dà alle stampe, in un’edizione privata in cinquanta esemplari numerati, Unico viaggio. Sinfonia di racconti, prose e divagazioni per voce sola. Ha curato la pubblicazione di classici tascabili per l’editore Leone, la prima edizione annotata di Un viaggio a Roma senza vedere il Papa di Faldella (Greco&Greco, 2013) e Roma immaginaria (Arbor Sapientiae, 2014), un’antologia delle Variae di Cassiodoro con profilo storico dell’Italia ostrogota. Suoi contributi sono apparsi sulle riviste: «Atelier», «Il Segnale», «L’immaginazione», «Nazione Indiana», «Nuova Prosa», «Testo a fronte», «Zibaldoni e altre meraviglie». Nell’archivio autori dell’associazione per la drammaturgia contemporanea Outis è presente il copione del giovanile Atalaricus Rex, oggetto di una mise en espace di una settimana nell’aprile 1997 al teatro dell’Orologio di Roma per la regia di Valentino Orfeo; con quest’ultimo collabora alla messa in scena di testi di Cechov e Beckett. Nel 1999 viene invitato da Mario Martone, allora direttore del Teatro Argentina, a un seminario di regia. Di recente ha scritto due sceneggiature di brevi cortometraggi: Niente e nessuno, ispirata al racconto L’abisso di Leonid Andreev, e Il giorno di Matteo. Nel gennaio 2015, dopo quattro anni di lavoro e trecento pagine scritte, lascia incompiuto il romanzo storico La scoperta di Ortoppido, ambientato alla fine dell’età umbertina in un borgo immaginario sul lago di Bolsena; due estratti di questo romanzo sono stati pubblicati sul n.69 di Atelier (con lo pseudonimo di Francesco Anestia) e sul n.66 di Nuova Prosa.

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