Sonia Caporossi, "Shoah n. 1", 2014
Sonia Caporossi, “Shoah n. 1”, 2014
Sonia Caporossi, "Shoah n. 2" (2014)
Sonia Caporossi, “Shoah n. 2” (2014)
Sonia Caporossi, "Shoah n. 3" (2014)
Sonia Caporossi, “Shoah n. 3” (2014)

 

Di CECILIA SAMORE’ *

CS: Perchè questo cruciverba del male anticipa scie di scale di grigi?

SC: E dire che la mia dedizione alla digital art, che è annosa visto che comincio ad interessarmene e a praticarla graficamente nel 1998, è cominciata all’insegna dei colori accesi. L’argomento della Shoah da me toccato in questo trittico non poteva, a mio parere, essere espresso che evocando il colore grigio in tutte le sue forme. Questo colore storicamente ha subito una serie di incomprensioni feroci da parte dei fruitori d’arte. Non è vero, ad esempio, che si tratti di “bianco sporco”, perché questa concezione, se data per buona, sminuirebbe l’autonomia estetica e la valenza autodeterminantesi del grigio come forma, in senso latino, in quanto tale. È vero che si ottiene mescolando blu rosso e giallo, ma l’essere questi tre dei colori primari ne oscura quasi l’intima indipendenza, la posizione risoluta e risolutiva di colore cardine dell’esistenza, rappresentazione  immaginifica di condizioni impresse nell’événementiel, col suo essere in ciò grigio neutro, laddove invece, se lo otteniamo mescolando ciano, magenta e giallo, sembra già più corporale, spurio, ordinario e normalizzato. Il bistro tipografico non renderebbe ragione della mostra delle atrocità che il nazismo e la Shoah sono state e sono ancor oggi. Ecco perché il grigio, in questo trittico, l’ho un po’ maneggiato e scardinato, in virtù di un uso abbastanza oculato di Photoshop, perché si piegasse al mio desiderio di rappresentare simbolicamente il conflitto sospeso nel tempo di un dolore, pasolinianamente, masochistico e sadico insieme (penso a Salò o le 120 giornate di Sodoma in questo momento).

CS: Le linee oblique che sottostanno alle caselle bianche e nere della vita e della morte sembrano annunciare la scelta di terzi sull’una e l’altra, sulla vita di altri popoli. Perché gli individui diventano informi poligoni oltre alcun caleidoscopio nella seconda immagine del Trittico?

SC: Non c’è alcun riferimento a Goya, alla fucilazione del Tre Maggio 1808, se è questo che intendi. L’humanitas antihumanitas, l’umanità disumana di Goya nel mio trittico è portata all’estremo livello della decostruzione in forme prima squadrate, che rappresentano simbolicamente le prime leggi antiebraiche in Germania e Italia, e poi, dopo la conferenza di Wannsee e la Soluzione Finale, crassamente sinusoidali. L’uomo, all’interno della semiosfera del nazismo conclamato, non è più uomo, figuriamoci essere disumanizzato, ovvero sottratto del modo e dell’attributo dell’humanitas in se stesso. Diciamo che il trittico è incentrato su uno sviluppo temporale e simbolico: la scacchiera bianca e nera rappresenta evidentemente la costituzione interna di una società a compartimenti stagni, all’interno della quale, come disse Hitler in persona la notte fra l’11 e il 12 luglio 1941, “quando il nazionalsocialismo avrà regnato per un periodo abbastanza lungo di tempo, non sarà più possibile concepire una forma di vita diversa dalla nostra”. E poi, pian piano, prende piede anche graficamente la fenomenologia della catastrofe: i campi di sterminio e quindi le curve sinusoidi della Storia ubriacata dall’ideologismo. Anche, perché no, dell’ideologismo controrevisionista, in base al quale nella coscienza collettiva dell’umanità si vuol far passare la falsa notizia, avallata dalla compiacenza colpevole delle Istituzioni, che siano morti solamente sei milioni di ebrei, in barba agli omosessuali, agli zingari, ai prigionieri politici, agli handicappati, ai malati mentali, agli asociali, alle lesbiche…

CS: In un disegno in cui il mare non si vede più perché non esiste più il blu. Nel disegno, nel piano di terzi. Il cielo è nero, le onde non sono onde quando diventano nere, sempre perché non esistono. Intanto, si compie lo sterminio.

SC: Si compie ineluttabile ogni giorno, ogni volta che qualcuno dice “ebreo” o “frocio” in tono dispregiativo. Siamo tutti ebrei, siamo tutti gay. “God is gay”, trovai scritto per terra, nel parco antistante al Museo della Scienza di Glasgow nell’estate del 1993 quando, ventenne, andai a visitarlo insieme al mio uomo d’allora. Giacché niente, davvero, esiste ancora oggi di maggiormente cristallizzato e sospeso, rispetto a questo mastodontico enigma della Storia che ancora chiede ragione del perché e del come sia potuto accadere, come un punto interrogativo che anela risposta, un palo aguzzo confitto nelle brulle asperità della Storia, al di là delle Joy Division, delle Atrocity Exhibition, delle Notti e delle Nebbie. È per questo che noi siamo qui, a ricordarcene ogni giorno. Siccome il giorno dopo potrebbe anche benissimo non darsi e non essersi dato mai.

CS: Nella terza immagine è troppo tardi, piovono onde di morte. Il cielo è di legno, derivato mortale della cenere morta.

SC: Esatto, è troppo tardi. È come quando Stalin disse “una morte è una tragedia; un milione di morti, statistica”. Non c’è più sensazione né sentimento, manca l’aisthesis, volatilizzata assieme al senso intrinseco delle cose. L’universo è cullato dolcemente dalle curve di un’esistenza anestetizzata, siamo come addormentati col Ritalin, niente importa più in un mondo in cui i bambini imparano a sfogare i propri istinti omicidi primordiali ed ossessivi con i first person shooter. Siamo abituati, assuefatti al dolore. Un tempo in Grecia c’erano la tragedia, la commedia e il dramma satiresco. Oggi si parla genericamente di dramma giacché la commedia ormai, irrimediabilmente, è un’altra cosa: si confonde con la satira. Quando i generi si mescolano, non esiste più il genere; la letteratura, l’arte, la poesia non perdono il proprio gender, lo rimescolano in un’identità teratologica simile a quella della scena finale de “La mosca” di Cronenberg. Abbiamo semplicemente agglutinato gli arti carnacei scomposti del senso delle cose. Dopo Auschwitz, niente è più come prima. E questo non è neanche un insegnamento, non è neanche un monito, è bensì una constatazione. L’umanità salverà se stessa solo se recupererà un individualismo sano e maturo al di là del generico e qualunquistico stato sociale indistinto in cui tutte le vacche sono nere. Per essere meno egoisti, è questo il paradosso, bisogna tornare ad esserlo: perché le dittature, anche quelle taciute e sottese, la Storia ce lo insegna, sorgono solamente quando la propria individualità viene vilipesa, oppressa ed annullata nell’indistinzione del mucchio, disintegrando l’identità in un numero di serie o in un codice a barre. Come del resto, nel berlusconismo postrepubblicano attuale, accade biecamente ogni giorno. Senza che nessuno se ne accorga se non da compiacente.

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* Intervista a Sonia Caporossi pubblicata su Spazio Virtuale Occupato il 21 febbraio 2014.

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