Gianfranco Basso, " Dualismo postumanistico locale" – Tecnica mista su tela – 69×101 cm
Gianfranco Basso, “
Dualismo postumanistico locale” – Tecnica mista su tela – 69×101 cm

Di ANITA TANIA GIUGA

La stanza

Non posso arredare la stanza, disse la ragazza. Dovrò andare via. Meno peso avrò meglio sarà. Lui teneva gli occhi bassi e giocava con le perle di legno del bracciale africano. La ragazza cominciò a spogliarsi, in silenzio.

Il silenzio era subentrato alla fine della playlist di Youtube. Si sentiva il fiato di entrambi. Le note della ragazza erano diventate alte, quelle del ragazzo gutturali.

« Come stai?», disse la ragazza

« Adesso bene », disse il ragazzo

Nella stanza il calore si era propagato e le coperte erano diventate fastidiose. Il ragazzo, nudo, fra le lenzuola di colore indefinito, si era disteso sul fianco e stava guardando i dorsi dei libri vicino al letto. Li accarezzava con l’indice e nella mente diceva: Addio Salinger, addio Bernhard, addio Trevisan. Fuori da là una distesa di rabbia con le conviventi velenose della ragazza, pressava sulla soglia della stanza.

« Riavvieresti il Mac?», disse la ragazza

« Sì. Hai Antony? », disse il ragazzo

« Qualcosa. Cerca su Spotify», disse la ragazza

 « Ci rivedremo? », disse il ragazzo

« Non lo so », disse la ragazza

Fuori il buio si allargava come una macchia di risentimento. Il ragazzo sapeva che oltre al freddo lo aspettava una sera senza cena. Aveva terminato i soldi che i genitori gli mandavano per il mensile. Li aveva finiti a causa della ragazza. Si erano divertiti, ma non l’aveva fatto per questo.

Per uscire dalla stanza doveva attraversare uno stretto corridoio fra la porta e l’ingresso. Un budello stipato di cianfrusaglie che andavano da una bicicletta senza una ruota a un’enciclopedia di cucina.

« Perderai il notturno», disse la ragazza

Il ragazzo si rivestì. Uscì dalla stanza mentre la ragazza lo salutava con un cenno della mano; gli occhi incollati al cellulare. Oltrepassato il corridoio, restò a guardare le altre porte con le chiavi infilate nelle rispettive serrature. Si diresse in cucina. Aveva sete. Per un attimo, solo per una frazione infinitesimale di tempo, pensò di aprire il gas e chiudere le tre ragazze a chiave nelle loro stanze.

Poi se andò via, lasciando il rubinetto che gocciolava nel lavabo. Non prese l’ascensore.

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Ripensamenti

« Vieni da papà, su vieni… »

L’uomo lo sussurrava al suo orecchio sfiorandole il collo con la punta del naso. Le stava dicendo che quando faceva l’amore gli piaceva quella frase. Gli piaceva ripetere quelle parole, scandirle, pronunciarle a voce bassa e perentoria. Così, aveva provocato in lei un moto di eccitazione alla quale non aveva fatto seguito nessuna avance. Nessuna mossa né dall’una né dall’altra parte. Forse, si era detta, lui l’aveva fatto per capire quale reazione avrebbe avuto. Oppure aveva detto quella frase, che nascondeva qualcosa di ambiguo e incestuoso per farle capire i suoi gusti.

La casa era invasa di mosche. Puliva da quattro giorni. Riordinare e lavare le aveva dato modo di sciogliere i pensieri. Eppure, quell’odore di frutta marcia e decadenza sembrava averle inondato anche il cervello. Chiuse il telefono in un cassetto, ce lo lasciò scivolare dentro, in modo da impedirsi di controllarlo di continuo. L’uomo non l’aveva più chiamata e lei non voleva sottostare alla semplice legge del più forte. Alla legge che fa ammattire chi insegue e sfuggire chi viene braccato. La luce era obliqua fuori, le colpiva gli occhi e le regalava un tepore felice.

Quella sera stessa era andata a cercarsi un amore giovane, di quelli che hanno il profumo che ti rimette al mondo. Lo sguardo di un pischello vent’anni più giovane che dice: Ti proteggo io. Poi si era guardata intorno, aveva posato tutto il suo peso sullo squallore della prima periferia. Si trovava a Cornelia, coi pantaloni in similpelle neri, e a tarda sera. L’altro peso, quello della paura schiacciava il suo. Anzi, la spazzava via. Un amico del pischello le aveva chiesto la tessera sanitaria per le sigarette e l’aveva mollata in mezzo a un gruppo di albanesi di vent’anni. Una di loro le aveva detto: Che ci fai qui? Se lo era ripetuto in testa senza risponderle: Che ci faccio qui? Aveva mollato pischello e compagnia e si era ritrovata ad aspettare la metro. Cornelia è una stazione anomala, sembra che le scale mobili non finiscano mai. Continuava a scendere e il fiato le diventava sempre più affannoso. Angoscia e vergogna appiccicate alle mani che non la smettevano di rovistare nella borsa, in cerca di niente. Ridicola, si rimproverava. Sei una carampana ridicola, hai l’età di sua madre.

A casa l’odore di marcio continuava a impregnare le pareti, i divani e le lenzuola. Qualcosa che prima era vivo si stava decomponendo da qualche parte.

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