Alla ricerca della paranza: il mare di Saviano. Un saggio critico di Riccardo Tammaro

Roberto Saviano, "La paranza dei bambini", Feltrinelli 2016
Roberto Saviano, “La paranza dei bambini”, Feltrinelli 2016

Di RICCARDO TAMMARO

Un romanzo che sembra già sapere cosa raccontare, come raccontarlo: dove e quando immaginare ciò che propriamente succede e sta succedendo all’ombra del Vesuvio, nel luogo in cui, per dirla con Don Feliciano Striano detto O’ Nobile, contano, non il sangue (siciliano-mafioso-rituale), ma le parole. O forse anche le espressioni: un napoletano parlato, riportato con precisione nella scrittura, che è il linguaggio di un racconto altrettanto calcolato e delineato: la storia di Nicolas si fa trama, intreccio compatibile con altre storie, quelle di strade, quartieri, boss, famiglie, processi di tribunale. E così, laddove il sangue fa spazio alle parole, le parole usano il sangue appunto come una parola, come un’immagine sua: come un rito cinematografico, pescato da Il Camorrista (1986), sempre riproducibile, estraibile da YouTube.

Poi ci sono le parole collegate e connesse di WhatsApp, i likes su Facebook che puniscono il povero Renatino (vd. il suo smorzamento iniziale nel primo capitolo) e poi, ancora, il cinema: la tentazione fantasiosa di assistere, dopo Gomorra, anche a degli attori-bambini su un set, sullo schermo internazionale e globale: la paranza virtuale che, come il sole, è diventata elettrica. Il mare di Saviano, quello che fa da scorcio introduttivo al romanzo, è, infatti, divenuto appunto elettrico: le lampare della paranza delle barchette da pesca ingannatrici dei pesciolini. Attirarli per prenderli nella rete: accecarli con la luce per oscurarli di morte.

Il mare romanzato di Saviano è sì morte, è sì costellato di omicidi, umiliazioni, violenza: del ribrezzo che invade anche noi lettori; eppure, accanto a questa forma letterario-libresca di morte camorristica, c’è la vita dei bambini, le ambizioni, i progetti di Nicolas: il desiderio infantile di divenire boss potente, ben visto e rispettato da tutti. Di qui, è così sottile il confine che separa la natura del bambino dalla natura del desiderio del bambino: come se desiderare fosse, certo, legittimo, ma il desiderare-qualcosa diventasse, per determinati – sociali e sociologici – motivi, sbagliato. Il modello è sbagliato: la forma-di-vita è sbagliata. Ovvero, il modo in cui la vita di questi bambini si esprime, si sviluppa, si dispiega viene recriminato e discriminato nella stessa maniera in cui è possibile separare la loro stessa vita da una forma: da un’immagine: da un modello.

Ed è a questo punto che il giudizio si fa, diviene quello che è: krisis, divisione: ferita. Entra in gioco la tela del romanzo da dover squarciare, la sua verità da dover smentire: il poter concepire creature del genere in una prospettiva anche diversa: quella della possibilità di una vita: di una forma-di-vita diversa. Noi, lettori, sottraiamo ai protagonisti la possibilità di essere quello che sono, perché in gioco ci sono i valori di una società camorristicamente morente e da dover, quindi, curare e ri-vitalizzare. Ma cosa fanno questi valori che inevitabilmente emergono, come per contrasto, dalla pagina di Saviano? Presuppongono ancora morte. Non potendo che ridurre i modelli e forme di vita propri della, di una paranza a delle categorie moralmente sovra-determinate, la società che li legge e rilegge, li guarda e li tocca – ne ha paura e ribrezzo, vergogna e imbarazzo – li esclude non solo da e per se stessa, ma anche dalla e per la comprensione degli stessi personaggi scenici. Non solo la scrittura del romanzo, il romanzo della scrittura muore, ma con esso muore anche la sua lettura: il romanzo che la lettura è, produce, crea. Si rischia, in questo modo, di far morire la scena di una possibilità di vita violenta brutale assassina spietata. Leggendo come interpretando, traducendo come immaginando, muore il romanzo, perché questo soccombe alle esigenze concrete della realtà.

La separazione della realtà dal romanzo, del mondo dalla sua scena, della vita dalla sua immagine, produce e conduce – inevitabilmente: irreparabilmente – il distacco del lettore da ciò che legge: non riesce (più) a viverlo: più a interagire con esso: a dialogare con esso. Non esiste più vuoto nella lettura… Il mare di Saviano diventa, dunque, non più navigabile, perché già catalogato e categorizzato come scena di camorra: scena da poter (solo) vivere nello schermo, da relegare in esso: pensarlo come altro da noi proprio perché in un romanzo-schermo immerso, caduto: segregato. (E la pagina di Saviano ha vita dura a funzionare, ammesso che un romanzo, una lettura possano, debbano, ancora oggi, funzionare…) Eppure, il gesto dello spettatore-lettore è e non può che essere innocente: io leggo nella mia diversità, in quanto sono altro da ciò che leggo. Sì, ma come eludere la gabbia in cui noi, lettori, sempre ci ritroviamo? La gabbia della distanza, del distacco di lettura, della nostra forma-di-vita diversa, se non contrastante e contraddicente proprio con il testo? Come, invece, vivere (finalmente) gli elementi e le marche che segnano questa separazione tra noi viventi e il romanzo morente? Come evitare che la nostra attività di lettori possa volgere, all’opposto, in una specie della passività, l’altro-da-noi, il camorrista che, in qualche modo, è (in) noi?

Qui – consapevoli più o meno che non c’è rischio che possa essere veramente eluso – in gioco è, se un gioco con la lettura e con i testi si deve affrontare, l’immobilità, la fissità della scrittura: come dello schermo. Il rischio, cioè, di attenersi ad una passività di lettura e di scrittura la quale non può che attivare, in noi, già un giudizio-ferita: una Vor-verständnis, una pre-comprensione di senso e di significato. La coincidenza di scrittura e schermo è coincidenza di attività e passività: può essere spiegata in seno alle reazioni, consce o inconsce, di ogni lettura, di ogni ascolto, di ogni veduta appunto riflessa e schermata. Infatti, se abbiamo un testo davanti a noi, lo leggiamo, cerchiamo di assorbirlo perché lo percepiamo come altro da noi: la nostra, possibile-eventuale, curiositas di lettori la si prende come diversità che (ci) esige, che richiede (anche) un nostro interesse, la nostra appunto lettura. Poi siamo noi come costretti a interpretare: già sempre ri-caduti in uno studium, in una lettura che ci rifletta e ci faccia riflettere. Ma cosa succede quando facciamo della nostra vita, che è (già sempre) forma-di-vita – cioè un qualcosa di storicamente e contingentemente dato: la vita in-formanteci come individui che si sono dimenticati di un oblio, della stessa possibilità di dimenticare: come bambini-di-paranza che già devono cadere ed essere risucchiati in una storia: la loro storia – proprio una lettura, una sorta di studium: come l’ennesimo luogo da interpretare e al limite giudicare: mettere in crisi? Cosa succederebbe se ci mettessimo a percepire e concepire la nostra vita come altro da noi e prendessimo il suo vuoto d’irreparabilità (il suo essere-così e non colì, il suo essere precisamente questo e non quello, un che d’impossibile da cambiare e da stravolgere) come un, il dato di fatto inequivocabile, proprio perché sempre leggibile-coglibile-riscontrabile?

La possibilità di una lettura à la Saviano – per quanto ancora deve essere ridotta a mera impossibilità-di-vita: ad una forma che il più possibile ci in-formi come divergenti da essa? Come, cioè, accostare il vuoto della lettura di Saviano, dell’immagine del camorrista che (non) siamo o (non) diamo a vedere, al vuoto, invece, propriamente nostro, che s-fonda e s-fondi le fondamenta e i fondamenti del nostro vivere tanto biologico quanto storico: del nostro bios esistenziale come politico-sociale? Per via di tali interrogativi, forse, senza alcuna pretesa, il romanzo si dis-chiude. Perché lo studium che facciamo e faremmo di noi, il libro di noi che, aperto, si apre a noi, non sarebbe altro che il passaggio ad altra immagine, all’ennesima rappresentazione: allo schermo romanzato. Lo studio e l’interpretazione diventano ancora ciò che si ri-trovano ad essere: mimesis, produzione di immagini. Ma è proprio qui forse il nodo: accorgersi entro lo studium – magari entro l’osservare anche lento ma attento, entro un leggere stupito ma insieme insistente e continuato – di star facendo proprio dei passaggi da immagine a immagine, delle (anche) ripetitive ri-cadute in rap-presentazioni. Il gioco stesso delle rappresentazioni si mostra in un luogo come Saviano, in cui e per cui il leggere – un leggere come retrocedere alla lettura – significa distaccarsi sì da essa, ma anche in essa inesorabilmente perdersi. Una lettura così è produzione immaginale e immaginifica: un vuoto d’immagine, un continuo venire-meno della lettura stessa. Questa allora inizia forse a funzionare, a dirci qualcosa: diventa l’abisso dove non possiamo che precipitare: un falso orientarsi in un perenne disorientamento. Il che vorrebbe dire: vivere e leggere – vivere la lettura e leggere la vita – anche con cedimenti sì facili ma intermittenti, possibili quanto eventuali e ipotetici, normali quanto appunto deficienti, manchevoli.

Perciò, la prospettiva di una lettura come quella di Saviano ci è necessaria. Lo studium sempre possibile che ne potremmo fare ci permette in qualche modo di ragionare sulla stessa natura della lettura, della scrittura: della rappresentazione. Se la nostra vita in quanto forma è e deve essere separabile da quella della paranza fanciullesca, è, in realtà, lo studium a fornirci tale rappresentazione: a prepararci e predisporci in vista di essa. È lo studium a produrre la vita come se fosse separabile dalla sua forma storicamente vissuta: dalla sua rappresentazione schermante e schermata. La riflessione si fa, via il romanzo, schermo, e lo studium rappresentazione di rappresentazione: la messa in discussione dell’immagine in quanto inganno, del romanzo in quanto ir-realtà – o meglio: realtà impossibile o almeno lontana –, è essa stessa immagine di studium: di lettura. E ora un interrogativo sembra d’obbligo: come smarcarsi da uno, dallo studio sempre rappresentabile rispetto sia a sé che all’oggetto studiato? Ma: dietro letture e studi, non c’è un oltre – l’oltre sarebbe una possibilità soltanto ancora rappresentabile… – , forse c’è, allora, ancora un dietro, un retrocedere. O meglio: uno stare-presso arretrando sempre, un porsi accanto: un parà greco-antico. Dietro all’immagine si ritorna all’immagine, presso di essa: nei suoi dintorni. Non esiste, forse, un svincolarsi o slegarsi; solo un gestirsi, un sapersi e ri-conoscersi forzatamente studenti e lettori, interpreti di scena sulla scena… La verità dell’immagine sembra dunque l’immagine della verità, laddove, in entrambi i sintagmi formati così pretenziosamente e provocatoriamente, i genitivi sono sia soggettivi che oggettivi.

Il testo, Saviano, le paranze coincidono con noi: siamo noi: sono tanto l’oggetto da studiare quanto il soggetto che studia. La verità ha, è, l’immagine; la vita ha, è il romanzo. Vita e verità si rendono conto della loro scena, ma (solo perché) sono a essa come in preda: risiedono nel suo pieno. Questo pieno di immagini – di brutalitas camorristica: del mare di nome Saviano –, significherebbe, allora, restarsene pieni di un vuoto: il pieno aver-luogo del vuoto. “La corsa verso la luce è finita.”

 

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