Marina Pizzi in una foto di Dino Ignani
Marina Pizzi in una foto di Dino Ignani

Di MARINA PIZZI

 

Il vestitino bizantino

2016-…

 

A un cuore in pezzi
Nessuno s’avvicini
Senza l’alto privilegio
Di avere sofferto altrettanto.

Emily Dickinson

 

1.

Uccidi di me l’occaso

La tragedia minuta di essere

Serva scolara logora

Sopra la gabbia che mi pulsa.

Gelateria del Corso non fu l’infanzia

Adulta dozzinale campare le esequie

Di dì a dì. Patria confiscata la mia tasca

Scaturita da elemosine angolari.

Mi amò un ragazzo giovane giovane

Valse per me un circuito di nulla

Ma da vecchia mi rovina vecchia.

Oggi il tempo vacuo che mi sperpera

Perpetua le rovine d’attesa

Le sabbie mobili che per collare mi stanno.

Regia d’inverno ormai la girandola

Questo pallore d’ergastolo nel sanatorio

Postremo enigma il saluto d’àncora.

2.

Ho 40 di febbre e mi sento una bambina

Volante alla faccia di tutti i certificati

Medici. Nessuno capisce cosa voglia dire il male

La gentucola che s’incontra in ogni istante

E la ferraia della garrota. Nessuna pietà è consentita

Dacché nemmeno Gesù esiste. Stamane farò

Una colazione da nababbo alla faccia della nevrastenia

Incombente molto piena di fruste

E sterminio di risate per salse di cuoco

Vereconda perla di una nazione.

Disastro di notte non basta morire

Sotto mimose appena fiorite

Nel febbraio che io do a discordia

Netta. Mai avuto un alibi, tutto vespro

Oltre misura vero. Stazione di gestapo

Il cuore a placche nere sotto cancrena.

I pipistrelli trascinano il mio stato

Strampalato alambicco intasato.

E’ presto per commettere un omicidio

Su me stessa micio senza ciotole né coccole.

Stasera mangerò il cacio dei topi

Augurandomi di non essere vista

Strega bontade in realtà se resto.

3.

Natalina portava la parrucca

Per nascondere la calvizie della chemio.

Era mamma da poco e le restavano pochi giorni.

L’ultima frase che disse fu “non voglio morire”.

Morì un po’ prima di Natale, Lei Natalina.

L’occiduo duolo svolazzò le ceneri.

4.

Gergale mostriciattolo lo specchio

Quando guardarsi è ignominia di lutto

5.

Il dolore le incise il petto

Come una sindone.

Un dono di rimedio fu la luce

Smeraldina di rubino e quanto sia.

Appresso alla Madonna di salvarsi

Si incise a fuoco il nome di battesimo

Temibile anacoreta oltre lo spazio.

L’infuso della nonna lo sconsolò

Sul far della sera freno all’inedia.

Staffile di tamburo chiedere aiuto

Quando la sfilata delle rondini morenti

Accorcia rimanenze rese dal faro.

Moria del gelo essere festante

Insieme alla lucciola più debole.

Con giacca e cravatta mi presento al trono

Per essere espulsa dal pulsar del petto.

6.

Il crollo nella ruggine è il mio ristagno

Satanico stato dove imbruna

La fola del partigiano in giro ovunque

Nessuno illeso, nonostante.

La donna della fuga fu caligine

Rapporto calloso contro la bellezza

La culla della gioia infante gaio.

Ritorna la sconfitta dell’origine

La gita satura di guardare dio

Ormai sottana tutta straccia.

Il boia di erigere la costa

È alto mare senza mai perdono

Donna cortese con i pirati.

Soglie di baci ebbi quando la darsena

Chiusa e stretta ripulito senno

Mi somigliò gemella della foce.

Finita la lettura delle sillabe

La corsa balenò la vita nova.

7.

Nella stanza augustea il vezzo di amarti

Io plurima sfinge di rantoli.

8.

Tornando dal camposanto vidi un’edera

Sgangherata e giallognola. L’aria crepata

Fece male ad anch’essa, io simile malatino

Di scarpata dove la rondine non osa. Veneranda

La rotta di fuggire un indice di nuvole

A-geometriche o corrotte dal vento.

La genesi della volpe mi rasentò il collo

Bravura simmetrica alla resistenza.

Dove giammai eruppe commozione

Si stazionò il geco ultra vedente

Pauroso allo sguardo del vedente.

In meno di una gimcana ho stretto l’angelo

Delicato oltre il gelo della terra.

Mi si spezzò e io con lui scolammo invisi

Financo al cipresso che non ci accolse.

9.

Atlante sotto sforzo il mio cammino

Cessato al primo scoglio tutto straccio

Nomea di sé per morire adesso

Intralcio pure a dio questo mio corpo

Sentiero in far di cella con le tacche ai muri.

Ventaglio sulla voce andarmene

Tra cresime credulone e aloni angelici

Sotto il treno finirci tutti insieme.

E’ male il tuo dettato di tradurre

Financo le preghiere fanciullesche

Quelle bravate ai bordi del letto

Con il pigiama ad aghi.

Vespertina la mattina di darsi morti

Il piglio sul sudario di staccarsi

Per finalmente tegole di cocci.

Con resine santificate per bracciali

Ti supplico di tirarmi in braccio

Più in alto del possibile morire.

10.

I doveri del coraggio affrontano

I rantoli della fosca cometa

Scatola vuota al sipario del nulla

A teatro di stucco. A felicità di mensola

I libri sbilenchi chiocce di sé a forza

Di polvere. Di alma ritornami

Bambino, gatto dagli occhi lucenti

Da Nobel sul buio. Dove il sì risuona

È un sillabario botanico, sottile

Alberato da sogni in far di mandorla

Alberetti pronti per la primavera

Domanti la neve retta dal diavolo

Con le ciotole colme di vaiolo.

11.

La luce della scorribanda quando l’alone

Promuove almeno un angelo

E dal lontano lo disgela

Per apparire vero tocco ecumenico

Sopra tutta una vita. Allacciai le cinture

Di sicurezza per uno svolazzo di prova

Una passione svestita di cielo

E subito avvenne che me ne andai

Felice lince di aver visto chissà.

Genia del panico la nenia

Della febbre alta quanto un panificio

Di sassi. Corresse amore il rantolo

In genio metafisico di guardare l’epitaffio

Già pronto senza la cadaverina dell’occaso.

Fammi la casa in braccio alla cuccagna

Canaglia ormai di ogni avvenimento

Presto salutato per lenimento

Del ben oltre stato e vuota la caserma

Con le carceri spalancate.

12.

In un aculeo di estasi vermiglia

Si narra che vide Dio. In una valigia

Stracolma di versi si narra che vide

Il Diavolo. Dio e Diavolo a darsi le mani

Per la febbre di esseri umani avvinti

Creduli al fango di sé godereccio.

Miliardi di perle nel pozzo

Confiscano poveretta la luna

Così adagio ne crepò il cerchio

Così generoso da farsi accalappiare.

Poi i papiri tornarono per la gioia

Di studiosi singoli al vento di non capire.

13.

Muri di crepe sequestrano chi sono

In un pendio di salme appena state.

14.

I frac delle rondini commuovono sempre

Soprattutto quando sono stati presi a noleggio

Da altri volatili già sfiniti al

Giorno di collasso alla balaustra

Intorno al cavalcavia di notte

Si presentano le truppe di secoli

Le sconnessioni di abiti mal stirati.

Allora l’eleganza della rotta

Si fa trambusto contro lo sfacelo

Di altre bestiole umili e solitarie

Ritte ad aspettare il rancio da qualcuno.

Ora le ciotole si spaccano al veleno

Giammai lenito il dolore del nido.

15.

In mezzo alla cena di dirti addio

Dimentico chi fosti forse aquila cieca

O scoiattolo senza denti. Minaccia di aquilone

Starlo a guardare per farlo volare

Attonito di sé. Domani esisterò senza pace

Né apice di storia la conca delle mani.

Permesso di candore voglio amarti

Simile al regno del dolore immenso

Dentro la conchiglia che non si apre.

Brevetto invento la vittoria

Dell’esile baluginare quale una fetta

Di torta. Se mi starai accanto

Svelerò la bava di darmi morta.

Tu risolviti da solo, io non ci sarò.

16.

Le fauci del sale in tutta rima

Ridono a pallottole. Meringhe di addobbi

Starsene felici contro il domestico fattore.

E tu intruglia con la vergine la gioia

Quella canuta stazza di aspettare

Perché la nuda epoca è finita.

Imparo a sentire le manette

Le ambulanze danzanti

Verso calunnie di rumori.

Vetuste e canterine le pratoline

Prime ospiti di marzo.

Allora si eterna la sfinge del dolore

La lirica esangue della staffetta

Protetta dal fato di resistere strenua.

Un’attrazione di fare mi storpia scalino

La stoffa di lino è per il sudario

Corrotto da genesi di morti.

Ecumene di scompiglio reggere la vita

In un siparietto di strazio cacciato via

Dalla cometa bellezza senza eco.

17.

A piedi nudi ci somigliamo un poco

Quasi ci venga addosso la stessa

Vita sazia ché ubriaca di sé.

Tirannide di vento gemme rapprese

Questo salotto nitido di dolo

Interrogato germoglio di mogio fato.

La musica qualunque è sottobraccio

In un cimelio di eclissi.

Sì dimmi di sì alla pallottola alla nuca

Allo scempio di finire il rivolo votivo.

Perdura e aduna la vicinanza

Con lo zero del filo spinato.

Ammicca al tuono la maestà divina

Sala da aspetto dove tutto accade

Seguìto dalle frottole di spine.

18.

Gendarme cavernoso questo suolo

Silente con i dannati muscoli di terra

Le vie dell’abaco non contano più

È finita la crepa della sala d’aspetto.

La giornata va perpetua al tramonto

E il pazzo che gira in biblioteca

Sonnecchia camminando senza leggere

I dorsi  dei libri che brillano al sole.

Quasi di versi è ramingo il dolo

Fasullo sull’edera di  attaccarsi al petto

Per condannarsi colpevoli. Regole da conoscere

Non ce ne sono: si sparisce e basta

Come un bastione senza faro e mare.

Fulmini saette strali l’insonnia del baretto

Per il pretino che non sa dir messa

Agli analfabeti peggiori di lui. Lo attendono

E non sanno che Carmine è rosso.

Sotto la pioggia la gatta

Cerca stazione per la partenza

Dal cerchio delle stimmate:

Infine non doliamo già più

Sotto la finestra della gattara regia.

19.

Veronica la luna mi scompiglia il viso

Così sostanza d’acqua sempre senza

Piangere.

La carrozzella per via grida elemosina

La silloge del genio è senza madre

Comunque soli. E la rendita del seno

Invoglia la giara a spaccarsi si sparge

Olio per volare un poco.

In cella mi presento benestante

Quasi la giacca di morire appesi

Alla gloria del rantolo tuttofare.

In perno alla fatica di resistere

Si sfrangia la nomea d’io.

Mi sta la morsa del fato

Che mi gestisce satura marina

In gobba di sterpi ormai il cammino.

Con molta poesia ho vissuto poco

Dove rantola la ruspa della casa

Da abbattere. Busso per farmi uccidere

Silente bambagia della polvere regina.

20.

Venne il sangue che mi spalò bambina

Venuta appena alla luce la sciabola

Di amarti. La mia vita è ricoverata

In uno stallo. In una parvenza di abbraccio

Ho visto esalare amore l’ultimo sfratto.

Tagliole di elemosine guardarmi

Così starò stonata dentro il rantolo

Idillio di addio finalmente la morte

Contro la scaturigine maligna.

Ricordati di me quale amplesso nuvolo

Mi sta addosso cliente il mio occaso

Silurato da ogni diavolo di sorte

Distorta me ne vado tutta salina

Arsa si accalca la via dello strepito

Il nuovo fulmine di non capire niente

Nemmeno le frottole del filantropo.

Misantropo invece dio che non intrattiene

Veritiere le storie dell’ultimo miglio

E il carrettiere se ne va colmo sbadiglio.

21.

Gerundio occaso ergere la tomba

La breve raucedine del rantolo

Tutto curvo a spalar la fossa.

Il mare è anziano di maree

Nessun innamorato lo salva

Dalle derive plastiche di scarti.

Indovina di me chi fui quando

Dovetti quasi perdere una gamba

Per la scellerata scelta del motore.

La luna provvisoria conosce le tenebre

Le bravate del nullo bene nullo.

E’ buio il cielo con l’occaso sul groppone

Le ponenti eresie della notte

Quando il sogno bestemmia.

Del terriccio sono erosa salma

Maledetto cipresso che non aiuta

A salire Angeli. Perdono sangue le staffette

Votive. Sarà di notte il giglio velenoso

Il sudario al tatto di sentirsi inghiottire.

22.

Velocista d’occaso il mio manubrio

Brio nudo brio come quando seppi

Purezza d’origine le fosche stesure

Di poeti per caso ché fantasmi

Ogni tanto s’inumano.

23.

Un criterio sonnambulo mi aggredisce

Stratega del rantolo. Al capezzale c’è una darsena

Che emigra ogni volta che viene abbracciata

Dal cigolio delle suole l’infermiere

Mi fa dormire finalmente

Oltre il tempo. Prima del sonno gli dico

Grazie compagno del nulla la frottola.

24.

Io ne vomito baraccata e semplice

Fionda di pozzo. Nessuno accorse al

Lato del fato. Miseranda calunnia

Mi ha arresa. In agosto agonizzo

Più del solito. Nella cisterna annegano

I cuccioli non desiderati. Mondo d’infamia

Mia è la voce che ti garrota tutto.

Permeata dal silenzio della torre

Vago alla foga delle buche

Dove scivolano i gorghi delle tenebre.

Mi trasmetta occaso un atrio di bellezza

Aloe il profumo di non nascere.

25.

Veronica di lino mia madre

Quando la febbre brevettava aquile

Quantunque le finestre chiuse.

Gemme d’occaso mi diede sonno

Sul patibolo invisibile.

Morivo con l’abito festivo

Stipata dentro lo sterno

Notarile della morte.

26.

Abbrevio il mio tormento

Con l’alunno che non impara.

Passeggio il mio distacco

Con il dileggio delle auto

Capestri targate con il diavolo.

Non sono d’accordo con l’età

Megera raucedine di strazio.

Acrobata la gerla delle uova

Sbadate badanti del termine

A vita le fandonie delle fate.

Vessilli girandole con verdetti

Catastrofici addetti all’alto panico.

Speranzielle sgridano le pratoline

Che annunciano la primavera.

Respiro piano contro le trappole

Che incidono l’incidente allo scatto.

27.

Il mio arazzo si è spento

In un tappeto liso,

E’ incombenza di panico rivederti

Io che ti amai ambulanza piena

Di dolore al petto di guardarti

E l’emozione stupìta di amarti

Nonostante il cruccio di chi fosti

Bavero impiccante la nostalgia.

Veri discepoli annessi ai polsi

Quando ci amammo popolo di diluvio

Vetta con le stimmate toccarci.

Ora la genesi di perdere le ceneri

Al Nulla fuga la carezza ancora antica.

28.

E’ senza amore il seme alla nascita

Scivolosa lotta egoista

Stramba leccornìa per altre ceneri.

Silvestre bramosia tornare indietro

Dove giacciono le Veneri del ghetto

Con le memorie insite nei mattoni.

Il tufo della casetta proletaria

Trattiene solo muco con fandonie

Di sorprese. A scuola apprese che la

Migliore stanza è il battito del petto

Senza contare i versi a migliaia nascosti

Dietro la lavagna ché non è più tempo

Leggerli per nessuno. Siamo operai dotti

Soltanto di sussurri e battiti di martelli

Per appendere i chiodi di cappotti senza

Tasche con immensi brividi di freddo.

29.

Manette alle tempie resisto

Celle stonate le caviglie.

Curva da formula uno

Vago murata in gola alla sembianza

Musa bianca di non essere

Che trebbia alla bilancia.

In un sassolino di nebbia

Piange il ciliegio rosso

E la stamberga ride

Le indagini del tempo di finire

Sotto i ponti che si spezzano.

Calura alla malora questa logica

Brevettata da ognuno in via d’andarsene.

Nessun calvario salverà le pene

Redatte dal credulo bersaglio.

Indigeno il cipresso mi sta dentro

Ad ogni ora squassa. Maestra la campana

Dello stonio mi abbrevia l’io.

Da adesso è addio

Il discolo più carico di frottole.

30.

Vecchie onde supplicano il mare

A ringiovanire placche di sangue

Di martiri annegati. Antenne di fate

Seducono colonne di templi

Per tornare al salmo. Invece qui il plettro

È dannoso solco nei profili degli angeli

Di pietra. Accudirmi da alunno

Benestante nonostante la staffetta

D’imbroglio. Maestà d’altare la regola

Del pane azzimo quando il figliolo

Si stacca dalla madre. In panico

L’estate plurima di pianto perché lo zero

Fa rotoli di polveri veneree le malattie

Di zattere coi buchi sinistri. Avvenga a me

Un ordine di ladro staffa di non morire.

Papavero se fossi in universo

Solidale con le stelle spente, vuote

Tremende evocatrici di uteri blasfemi.

31.

Il traguardo pallido del malatino

Irradia tutta la stanza. Quale augusto

Scempio lo ucciderà? Che gli sia pacato

L’estro e la carezza avvenga graziosa

Al volto terso. In mano alla notte blasfema

Dovrà resistere pregando l’inutile

Con il sorriso imposto. Tenero l’olivo

Lo benedice a Pasqua. Ma già lunedì

L’angelo lo morirà senza nessuna

Sillaba di resistenza in forma di preghiera.

Anche accanto c’è il paravento

Del rantolo, un altro strazio che s’imprime

Al letto. Amore mio tienimi le mani

L’acqua del bicchiere è fosca

Atta a raggiungere l’inumano.

Vicino a te piange chi rimane

Zucchero del giorno nonostante

Il veleno. Ho presso di me un

Misero occaso stralunato sguardo

Tetro nonostante nascondimento

Spavaldo alla luce vaga del giorno.

Agguato ti vedo prendere bella la persona

L’amata falla che scoprì la fine.

32.

Connubio di sillabe gridare

Adescati dalla nube in via di sangue

Guerriero esangue ormai rimanere.

In dacia viveva Boris il Grande

Con gli amori vissuti oltre le impiccagioni.

Ho un cipresso che ho battezzato

Unico fuori dal camposanto:

lo chiamo Veliero come le bestemmie

che volteggiano sopra i campanili.

Bisonte il mio amico Gerundio

Che non dà da morire almeno per ora.

Sarà di casa arrendersi santini

Dentro le tasche di ognuno

Sulle bagatelle che cimentano la prima-

Vera origine di morire. Stammi accanto

Altrimenti mi uccido col dolo della fronte.

Le dee di cuccioli e trucioli sappiano

Di me che tremo monolite di lacrime

Crimini perpetui di nessuna pietà.

33.

Gli occhi impuri di avversare il cielo

Ispezionano la notte per beneficenza

Per tornare perle di fiati

Cantanti. Tu che schiamazzi di angeli alla tromba

Stai tentando il maligno stelo

Che porti via la primavera

Dai fiori trasparenti. In mezzo alla scommessa

Di non esistere

Sta la terra disserrata di morti

Lo scolaretto sterile di non imparare niente.

Bello così il refolo del verbo

Tutto botanico di bruchi.

Venne da me l’alunno ancora scevro

Di qualsiasi lezione, perfido spione di chissà che.

A turno la memoria di disperdere la tema

Furto trasognato il resto da respingere

Dal feretro cavare farfalle vive patriottiche

vichinghe.

L’ode lunga di campare dio

Non porta mai a gite fuori porta.

34.

Comparsa senza ordine di parole

Vo del sasso l’eredità.

In pancia mi metterò l’ossario intero

Così che sia difficile al padrone

Osannare chi muore.

Astrolabio di finestre essere madre

O padre, ma solitario comunque

Il fardello di permettere luce.

In cielo e sulla terra nullo il fratello

L’età canonica di perdere la vista

Nel simulacro danzante della noia.

35.

In un sillabario ho abusato

Di me. Con il crollo dello zodiaco

Sono apolide. Demente acquazzone

Per sempre foro atomico.

Mestizia del sole sono pallida

Per somigliare al fantasma

Asmatico per l’oltre.

36.

Con un giogo d’ombre

Il bivio di restare

Strampalata bavetta di neonata.

Col calcio d’angolo il goal

Non l’ho mai avuto

Ma bestemmia di vuoto

La catastrofe. Ferie al sole

Le ho viste seducenti

Soltanto ai soldati in congedo.

Gelo di rammendo il mio stare

Quasi un bagliore di dolo

Data la mia cupidigia a mo’

Di ginestra della sabbia del deserto.

Consolami un po’ con le lentiggini

Giovani le gote al tuo desio

Vallette. In genere urlo per gettarmi

Nel mirto di Sardegna la scontrosa.

37.

Questa pietà di favole corrotte

Da alfabeti scortesi mai prossimi

Verso il pagliaccio che piange

Veramente mente allo scacco.

Il paese dell’uomo sempre afflitto

Sentenzia lavagne di anacoreti

Indugi sulla rampa. In pace non

Avrò sentenza, ma albore chissà

Giacché morta sul sagrato della chiesa

Più sola, eremitica-ermetica di sé. Tu passerai

Ridendomi in faccia dato questo

Morire irriguardoso sempre viottolo

Di guado. Domestica la gatta mi comprime

Il petto oltre la piastra dove si può

Incontrare un apostolo seducente più e più

Mattinale. Gli asili delle frottole

Fiaccano lontanissimo dio.

38.

Terre nere apolidi dì del sangue

Letargie regine quali defunti

Furori senza armi ma militi ignoti

Vegliare le stanze sfregiate dalle famiglie

Perfide. Tu da sùbito mi perdi

Ché senza esilio non c’è santità

Di nervi scoscesi resi prigionieri

Di carceri ospedaliere di molti grovigli

Quando uscire era l’esito del Bello

L’arte tutta in attesa, attesa.

Minuscolo arrembaggio poeti adulati

Come bestemmia nella frottola

Della comune ignoranza. Partenza

È per sempre ricordare i dì maldestri

Delle rondini da oscar. Forestiero

È bello salutare chi non ci ha amati

E respinti sulla banchina. Autunno

È arrivato e la caduta è una statua.

Non c’è scampo.

39.

Speranzielle del lupo mansueto

Aver vita un poco. E dove avviene

Strage di agnelli opachi specchi

Oscurati da chi? Oscùrati da te

Per il presidio del viaggio senza rotta.

Appena dentro l’esilio del respiro

E’ erto l’apolide consiglio

Di simularmi viva. Ride l’idiota e

T’inquieta questa mansione con gli spilli

Di sartorie pessime. La mia stazione

Si chiama silenzio preso al laccio

Nei polsi innocenti. Ho festeggiato l’autunno

Con la Pasqua di non uccidere.

Meringa acrobatica la favola

Regalata da un rantolo felice.

40.

In un cantiere di prodigio

Ho sfiorato l’Angelo:

Gendarme di oggi la mia vita

Squalificata nonostante

Trillo d’Angelo la lotta del gioco.

I dirupi dei suicidi

Discorrono con le storie

Ammuffite delle premorti.

A muso duro l’esca di perdita

Conquista il mio stato non fertile.

Agio delle mosche il volto del cadavere

Stendardo del segreto giro.

A mo’ di modulo sbagliato

Il tirocinio stravecchio di resistenza.

41.

Col giorno in sudditanza

Ammicca il dolore

Pastrano estremo scempio nome.

In un sordo teatro di avanspettacolo

Cola la noia nel residuo del tempo

Che boccheggia di più la vanità.

Ora spezzo le fionde ad una ad una

Per colorare i visi di calde vedette

Quelle che calamitano le preghiere degli angeli.

Il trattore sulle zolle ricorda egemonie

Lì attratti i fattori degli steli

Per far fingere beltà anche oltre la morte.

Qui m’inginocchio per vincere l’acredine

Quel fattore d’inedia tutta la vita.

Aquiloni gentili il mal di vivere

Soldati sconnessi un’altra baionetta

Ché la guerra è sinonimo di soldi

Manda indietro il latte alle puerpere.

Me cafona la sbadataggine

Di un altro compleanno.

42.

Veglia mi avviene come sonnambula

Radice marcia facoltà alla deriva.

43.

Non viene già più la rondine amicale

Calvizie di un dolore senza tempo

Quando giocava col mio talamo

La lingua celestiale di capire.

Impegno e struttura oggi lo scatolone

Dove è nascosto il micio di casa

Invece delle pallottole del suicidio.

A mano a mano torni la vittoria

Dell’esule campestre ridanciano

Contro le stasi delle morti accanto

Stasi attive quanto coriandoli al vento.

44.

Faccia moscia la statua della vergine

Questo avamposto che allude a dio

E scompone papaveri miti

Sul far del rigetto nominale.

Mi imiti la veglia di restare

Salutare baccano di cani

Lasciati soli sui balconi.

Atollo di bellezza abbreviare

Il viatico candore della morte

Simile almeno alle caste degli angeli.

Stagione soddisfatta la pingue primavera

Sta sfatando tutte le solitudini

Con un profumo fatato quale origine

Dal gelo di scordarsi la falla

Marina o lagunare, gusti guasti, le storie.

Vettore della notte ricordarti

Quale vestale rondinino discolo.

46.

Miserrimo dispaccio la spada dello sguardo

Qui rimasto ad odiare la sfinge che ci uccide.

47.

Cenere di me che vai gridando

Appestati sodalizi con il fango,

Madonna di coriandoli il sorriso

Appresso a me che non ho nessun incontro.

Così è morente l’estro del sole

La vendemmia nera senza succo

Dio del soqquadro molto indietro alla pietà.

Le dune marine con i gigli delle sabbie

Non consentono il disgelo sulla vita

Questa accozzaglia di bravure al vento

Dividendo cretino più del bebè o infante.

Dirottami da qui che sto sellando

Le bestemmie del lato guasto

Stormo maligno quanti pipistrelli!

L’occaso calunnioso è senza sosta

Pieno il verdetto di uccidermi chissà

Quando qualora rida il mio fantasma

In carne. Ottusa selva mangiami la vita

Sterrato viottolo logico di vermi.

48.

Un frastuono di sangue

Mi lacrima dagli occhi

Piango con la rima cieca

Della bestemmia mia unica casa.

Tra poco morirò con le pasticche

In tasca, gnomo violento più

Della tramontana e sdrucciolo veleno

Lo scivolo su i tacchi.

Gli scivoli delle giostre mi mancano

Molto, io volatile cerchio di lacrime.

Muoio con la camomilla addosso

Come i vecchietti culle di ferro arroventate.

Sullo zerbino di casa do calci pazzoidi

A zonzo più non vado ma mi faccio gatto

Imprendibile iena. Gli urli della notte

Mi battezzano zattera del corpo che se ne va.

49.

A me piace, forse bozzolo di pace

Starsene sembianze d’epoca.

50.

La nuca nella rogna di campare

Passeri di nidi fidi privi al volo

Ché forti istinti dolgono.

Goda la rupe non volerci

Mai rendita di morte la comune

Muta d’àncora camuffarsi.

Fulmineo occaso la sfera magica

Dove si gira contro il rapimento

Del collasso giovane maniglia di

Soqquadro.

51.

Il buio perfetto della luce

Rincasa il petto pulpito di veleno.

52.

[work in progress]