Facce e culi
Facce e culi

Di VLADIMIR D’AMORA

NOTE DESULTORIE PROVVISORIE CANZONATORIE su PUBBLICITA’ E POESIA

1. Come, e cosa, riflettere – di e in tale situazione della forma e della vita? C’è o non c’è, lo iato? E come si dà – lo scarto inerente a, esistente in ogni messaggio che insieme ci campeggia e scorre di lato? Facendosi tale, ossia scarto e resto, proprio il lato stesso?

Lo schermo è scisso: insieme invita a comprare un’altra merce, a oltrepassare lo schermo per un mondo, per una fetta di mondo ridotta a merce, e a consumare non altro, che questo stesso messaggio come merce bastante a se stessa… La pubblicità, (se) elevata a tal livello di imposizione-e-impianto – è (come) la poesia… Ma, come stanno in-differenza la poesia e la pubblicità? Fanno, entrambe, l’unica via d’uscita di volta in volta riconoscibile ed esperibile… Come può essere che, poetica, sia un’intensità insistente ed esistente anche in un bacio, in un sorriso, in un romanzo, in un testo di legge, in un gelato, in un passo di danza, in urli e urla e nella noia e nella morte e nel morto e nel ricordo e nel fantasma e nel capello caduto nel fango…?

La pubblicità, nel darsi, fa a meno di se stessa: nella pubblicità: in ogni schermo: in ogni situazione mercificata tutto c’è tranne la merce stessa… Ogni dispositivo e impianto pubblicitario-capitalistico cela, per potersi vendere, e cioè per poter esistere, perché qui the business is the life…, cela se stesso: la sua artificialità e artificiosità…

Ora, se è tale la pubblicità, cioè celante se stessa, un po’ come dio, come un dio restio a farsi fare le esequie…, cosa resta alla poesia, alla poeticità anche di una prosa, all’arte o alla cultura…?
Né di celarsi né di esibirsi – e quindi? Che cos’è il doppio movimento di questa duplice negazione?

Com’è un evento?

L’evento si eventua – l’accadimento accade. E questa è una tautologia. E una tautologia è o non è – un giudizio… – essendo il giudizio un mettere insieme soggetto e predicato, ma: tu sei tu… – è un giudizio? E se lo è, che giudizio è?

Dunque: in che modo la poesia non è altro che se stessa? Com’è che la parola poetica, all’immagine che la poesia è, riesce di lasciar insorgere né una identità né un’alterità: ma la trascendenza verso non altro, che verso il sé dello stesso? Perché la poesia non è, ma può una inemendabilità: una inaffidabilità indifettibile? Cosa la poesia può, se non accordarsi e accostarsi alla pubblicità che nella presenza, e solo nella presenza la pubblicità può stare, ci sta escludendo da questa, ossia da se stessa, non altro che l’assenza: la sua assenza?

Come – la poesia – può abitare la famigliarità di assenza e di presenza e insistendo e insorgendo e durando nella presenza senza saperla, come invece la pubblicità, come un’unicità di presenza, ossia una presenza senza (alcuna) assenza?

Sia la pubblicità che la poesia – abitano, entrambe, la presenza e non altro che questa… Eppure alla pubblicità riesce di essere se stessa senza alcuna intensità interna: senza nessun tremito e rischio e tentazione di abitare (anche) la (sua) assenza – mentre la poesia, abitando la presenza, si rende a tale abitare non insieme sottraendosi alla (sua) assenza: la poesia è l’unicità della sua presenza sempre esposta sì all’altro dalla presenza, ma questa alterità è appunto l’assenza della poesia stessa. Della poesia, cioè, sempre insorge il rischio che se ne possa fare a meno… Mentre è della pubblicità, poi, che se ne fa a meno. In cambio di una mera, assoluta réclame…

2. Non c’è, dunque, da sollevare sollecitare il discorso, procedendo per definizioni e argomentazioni probanti e provate… Purtroppo le definizioni sono cose d’immarcescibile gloria sacrale: e sono dispositivi psico-retorici assai ingombranti e sintomatici – perché servono a eludere quanto recintano e lasciano in una speciosissima luce di merce. E la merce, in fondo, è proprio questo – è un effetto di definizione…

Comunque, se per dire di poesia e di pubblicità, ci sarebbe da eludere ogni illuminante e rischiarante discorso e definitorio e progressivamente apportante nozioni e informazioni e tesaurizzabili acquisizioni di sapere, quasi che poi ci si debba di tanto armare per insediarsi meglio nella propria nicchia e tana: per potersi, cioè, meglio imprigionare nella dimora che uno crede di costruirsi a proteggersi e da cui poter rimirare il fuori… – ecco che, se valgono posizioni di teoria, allora sono quelle che sanno non solo dire di sé dicendo di questo e di quello, all’unisono essendo etero- e auto-referenziate, ma anche smentirsi e attentare sempre, sine die, a non altro che alla propria fondatezza e probabilità…

Allora, entro queste premesse, anzi, co-ordinate, che appunto non indicazioni previe solo, ma agiscono a ogni passo della cosa da dire, pubblicità e poesia: riescono sempre a mancarsi nel darsi: sono complicazioni e coimplicazioni di una presenza e di una assenza… Ora, se la verifica di ciò, alla poesia viene non da altro che da se stessa, ossia da un istante di sbandamento parodico: come se in una poesia ecco che, d’improvviso, proprio questa strana coabitazione e coappartenenza di assenza e presenza si smentisse: cedesse in termini proprio di assurdità e di problematicità: ma non, però, per affacciarsi alla più distesa e appianata comunicazione ed espressione, piuttosto per lasciare insorgere un vuoto: una kenosi: una vacanza: una patria mancata: una irresolutezza e una in-spiegabilità ir-reparabile… – alla pubblicità viene dall’esterno, dal fantomatico fuori: dalla sua essenza: dalla sua storia di réclame, da quello che la pubblicità si crede sempre sia stata all’origine, cioè come messa in scena di una mera strumentalità in vista di scopi da tutelare e da preservare e incentivare e accrescere…

3. Ora, se tale, come di seguito, è credibile sia il mondo della pubblicità – la poesia gli somiglierebbe, ma non lo dà mai a vedere… Funziona, la poesia, proprio pubblicitariamente, se appunto non dà a vedere di contenere in sé la sua somiglianza al mondo pubblicitario… Eppure, nonostante ciò, il vuoto di esposizione, di consapevolezza e confessione di pubblicitarietà che la poesia è, questo vuoto, questa omissione nella poesia non fa testo: non innesca appunto un mondo: ma resta come la terra-physis: chiusa: a dar sostegno… contegno… ritegno…

IL MONDO DELLA PUBBLICITA’

La pubblicità fa mondo. Come? Quale mondo?
C’è un mondo che tiene pubblicità, anzi funziona con pubblicità, se non proprio pubblicitariamente.
Questo mondo pubblicitario è tale, però, per un mondo senza pubblicità. La pubblicità, che è in un mondo di pubblicità, fa mondo.
Dunque mondo e pubblicità. Ricapitoliamo.
Doppiezza e vuoto. Un mondo pubblicitario e un mondo della pubblicità. Una pubblicità nel mondo e una pubblicità che è un mondo.
Com’è ‘sta coappartenenza? E’, poi, tale?
Come il mondo non è interamente pubblicitario, così la pubblicità è proprio questo mondo. La pubblicità mondeggia sì, e però non (solo) pubblicitariamente.
Come il mondo nella pubblicità si espone limitatamente, senza pubblicità; così la pubblicità del mondo, come di pressupposto, si appropria. Se, così, il mondo si potenzia appena, fragile; alla pubblicità resta non altro, che depotenziamento: mondo depubblicizzato.
Tuttavia tra mondo e pubblicità non vige facile specularità, quasi che non si arrischino, sempre e di nuovo.Il mondo della pubblicità è la pubblicità del mondo, soltanto.
L’epoca pubblicitaria, a differenza della filosofica, non può, finalmente, trattenersi in alcuna soglia, verificante e verificabile. Se la situazione platonica, quella della caverna, sul rischio dell’insignificanza ci contava; la condizione pubblicitaria lo lascia essere, lo spegnimento, il più scontato però.

4. In somma…

Da un lato, s’ha da evitare che, parlando di schermo e di pubblicità, li si riduca a mere contingenze, meri supporti accidentali, ancora della espressione e della forza epocale, di quelle che, eghelianamente, son state nella tradizione d’occidente, e oggi globale, le così dette potenze storiche, e cioè: religione e arte e filosofia (/scienza)… Come se queste ancora valessero e fossero prima veicolate da cose, per esempio, come il libro, e oggi da una cosa come lo schermo…

Dall’altro lato, parlando di poesia e di pubblicità, ossia anche provvisoriamente standosi a questa che sembra una dicotomia, una opposizione di insanabili contrari, c’è da badare a che non si dia per scontato che, in fondo in fondo, poesia è il bene e pubblicità è il male… E se ciò può suonare persino ovvio scontato e ingenuo, una delle prima cosa da fare, è proprio mettere a pensiero questa parvenza di ovvietà…

Comunque, proprio riflettendo sulla storicità à la Hegel verrebbe da pensare così… Religione e arte e scienza/filosofia sono prese in una sequenzialità tutta occidentale, ossia tutta destinata, cioè tutta tesa alla sua fine: al suo occaso: a permanere nel tempo della fine… nell’esaurimento… In vero, prima che scienza/filosofia si dia come una univocità di svelamento del vero, accade la morte dell’arte… Ora, proprio lasciando da parte la specificità del dettato speculativo egheliano, verrebbe da dire, anzi, chiedere: cos’è l’arte, se si vuole la poesia, se è destinata a morire, cioè a cedere verità, forza svelativa, alla scienza/filosofia? Perché la poesia è un’immagine della fine: dell’esaurimento? E com’è che quanto succede, segue alla poesia, a questa immagine della fine – e la fine è proprio un’immagine, l’immagine è ciò che abita cioè non la fine del tempo, ma il tempo della fine: il tempo, che il tempo impiega a finire… – eredita dalla poesia questa vocazione che più che escatologica, ossia riguardante la fine del tempo, è messianica, cioè investe il tempo della fine? Perché scienza/filosofia, in termini ora non egheliani ma heideggeriani, la tecnica: perché queste forse apicali e terminali della verità e della storia che un occidente è, risentono della ultimatività poetico-immaginale?

Cioè: in una, nella poesia cosa si compie? Cosa compie una poesia, la poesia? Ch’è chiedere: perché, com’è che la poesia ha tanto a che fare con la morte, col tempo della fine, da contagiare di tale finitezza e mortalità anche la pubblicità, ossia ogni tecnica scientificamente e filosoficamente destinata e congegnata e supportata…? Perché l’immagine poetica, l’immagine che la poesia è, ha a che fare – col silenzio: con il non-detto? Ossia: così con quanto è da sempre già-detto in ciò che si dice, e che la presenza deve memorare…, come con quanto resta sempre da dire nella e dalla parola presente, che appunto ha da rischiare l’afasia?

5. Se, dunque, la poesia, l’immagine che la poesia è, vige e insorge come una vacanza del senso e della voce, come un esperimento di nulla, anzi, di vuoto, allora la poesia, questo statuto, questa fattura arrischiatissima, perché appunto vacuamente segnata, dell’immagine – è rima di silenzio… Ma non rima, la poesia, col silenzio perché se lo tiene fuori come un rischio, una tentazione, né perché lo commemora, sacralizzandolo quasi mistica origine cui tornare proprio nell’andamento di versura che le è connaturato… Questo, cioè una tale sigeticità, alla poesia di Pindaro ed Eschilo e Sofocle e Ovidio e Lucrezio e Dante e Shakespeare e Leopardi e Hoelderlin e Celan e (Rosselli), a questi si è dato di arrischiarsi e di attestarsi in una vacuità ontologica, ossia tanto attesa quanto mentovata, da assumere, essa stessa, una consistenza di storica tenzone, di storico appello… Ma, per noi…? Per noi c’è stato Auschwitz, ossia il luogo atipico, cioè il non-luogo dissimulatissimo e negabilissimo, che nella cenere ha dato esistenza irrisoria e fragile al nulla stesso: la prova di quella testimonianza, di quella parola ormai solo votata al possibile: a tenere sempre aperta la porta all’inumano: all’abisso non già dell’afasia né dell’analfabetismo: ma di chi sopravvive alla propria vita che non abbia fame… Per noi, allora, la poesia è rima di silenzio perché testimonia di un vuoto di rappresentazione, ossia di un contatto in cui la stessa immagine che la poesia è, decede e non muore, ossia non progetta la sua fine, ma scade nella impersonalità: nella irreparabile mutezza di ogni presenza: di tutti i visi senza volto, ossia senza segreto, se non proprio questa stessa vulnerata frontalità: faccialità di ogni incompiuto evento di spettacolo, e non c’è spettacolo, che non sia incompiuto… Quindi: alla poesia, oggi, alla nostra poesia – non (re)sta che il silenzio pubblicitario.

P.S.

 … Auschwitz, poi, è un mito… Realiter un mito…