Il connettivismo come “sensibilità sottile” e archetipica del Sé. Un’intervista impura con Giovanni Agnoloni

Giovanni Agnoloni in una foto di Antonio Ancarola

Giovanni Agnoloni in una foto di Antonio Ancarola

Di SONIA CAPOROSSI

Siamo i Custodi della Percezione, Guardiani degli Angeli Caduti in Fiamme dal Cielo, Lupi Siderali. Un gruppo di liberi sognatori indipendenti. Viviamo nel cyberspazio, siamo dappertutto. Non conosciamo frontiere. Questo è il nostro manifesto.

(Dal Manifesto del Connettivismo)

Sonia: Una sorta di panteismo postorganico, o panorganesimo posteistico, che fonde la percezione animale con l’intero universo, con la sua scia energetica, con la sua sostanza quantistica indecidibile. Una sorta di fusione e abbandono generale al senso più riposto del proprio esserci, calandosi negli ariosi ed estatici inferni del tutto, nella goccia dell’oceano cosmico vero padre delle acque amniotiche che tengono a culla l’intera umanità, l’oceano di cui anche Osho parlava, insieme al Lem di Solaris, che non a caso l’aveva reso vivo e pulsante, in forma di pianeta senziente. Questa la mia prima ed immediata percezione del connettivismo come movimento innanzitutto filosofico ed esistenziale. Giovanni, mi potresti adesso dare la tua?

Giovanni: Direi che hai colto delle vibrazioni fondamentali della poetica connettivista. Il senso di appartenenza al tutto è la chiave del termine “connessione”, che peraltro ognuno di noi membri di questa avanguardia coglie da un suo specifico angolo visuale, tanto che recentemente Giovanni De Matteo ha sottolineato come, più che di “connettivismo”, sia opportuno parlare di “connettivisti”. Personalmente, eviterei di classificare la nostra esperienza artistica in senso panteistico o panorganico. Preferisco guardarvi come a una varietà di declinazioni della presenza della Fonte creatrice in tutto ciò che esiste. E questo è un tema presente in tutte le grandi tradizioni spirituali, compreso il cristianesimo, dove Dio è Padre e Madre, ma anche Figlio (dell’Uomo) e Spirito Santo, dunque compresente a tutto ciò che esiste nel mondo materiale. Lo spirito è coessenziale alla materia; è quanto di più concreto esista (come sottolineo anche in un mio articolo che presto uscirà nel numero 17 di NeXT, il bollettino ufficiale del movimento, per la rubrica HolYsTolk, gentilmente affidatami da Sandro Battisti). Ecco perché il mio approccio connettivista tende a concentrarsi sulle atmosfere dei luoghi, le energie degli oggetti, l’intuizione primitiva – e per questo non filtrata e necessariamente genuina – dell’identità di una persona; e sulla radice intuitiva della vera sapienza, che sgorga dal profondo, dal Sé, dall’emozione nuda e dalla ferita dell’anima.

Sonia: Considerato un movimento letterario italiano cardine, se non l’unico d’avanguardia presente oggi in Italia, il connettivismo ha subito attirato l’attenzione degli addetti ai lavori. Dapprima legatosi fortemente ad una letteratura a contenuti e formule specifiche, in special modo alla fantascienza distopica di Philip K. Dick e al cyberpunk di maestri quali William Gibson e Bruce Sterling, adesso lotta per svincolarsi dalle definizioni restrittive di genere e per essere considerato una corrente autonoma da schematismi e correnti precostituite. Attraverso quali forme e quali contenuti?

Giovanni: Le forme e i contenuti sono diversi, e addirittura travalicano i “limiti” dell’espressione letteraria. Il connettivismo si esprime attraverso testi narrativi lunghi (romanzi e novelette), racconti brevi, versi (penso ai flussi poetico-connettivi di Sandro Battisti, alle poesie di Lukha B. Kremo e di Domenico Mastrapasqua, alle performance musicali dello stesso Kremo, ma anche ai cortometraggi di Francesco Cortonesi e al film Neuronica in corso di realizzazione ad opera di Gabriele Calarco e Roberto Furlani (autore dell’omonimo racconto), con il contributo dell’illustratore Tommaso Ragnisco (). Quanto ai grandi maestri a cui ci ispiriamo, onnipresente è il loro influsso, ma del resto niente nasce dal niente, neanche le innovazioni più geniali (penso alla musica dei Beatles, tanto per fare un esempio universalmente noto). Tra le nostre fonti di ispirazione, non dimentichiamo neppure, in un orizzonte italiano, i modelli del crepuscolarismo e del futurismo; ma aggiungerei anche il romanticismo, con il concetto e il sentimento di Sehnsucht, lo “struggimento” del “tendere a”, e quindi l’idea dell’Oltre, come ben sottolineato da Alex Tonelli in occasione del nostro panel congiunto al Fanta Festival MoHole del 31 marzo scorso. Pur tuttavia, ciascuno di noi attinge a un suo nucleo di ispirazione intimo e personale, seguendo logiche che non esito ad accostare a quelle della grande lirica greca classica, in cui la dimensione del “privato” diventava porta di accesso a una comprensione intuitiva del mare emotivo che è l’anima dell’uomo.

Sonia: Giovanni, ora ti offrirò il destro per poter puntualizzare la posizione del connettivismo come movimento d’avanguardia in modo definitorio e definitivo. Ci sono due domande scomode, da avvocato del diavolo, che ora vorrei farti, e sono le seguenti. Risulta in qualche modo difficile considerare originale un percorso tematico che nel manifesto NeXT enuncia candidamente: “Noi siamo rabdomanti cibernetici”, ripercorrendo l’iter semantico e segnico di un libro come Neuromante, uscito ormai nel 1984 (in questo senso non era già innovativo nemmeno Matrix, che è del 1997). Al di là dei proclami, insomma, l’impressione di chi vi osserva dal di fuori potrebbe essere che l’avanguardia in Italia sia in realtà la postguardia anglosassone. Nel vostro manifesto scrivete: “Noi siamo quelli che camminano da soli per strada, quelli sospesi tra l’illusione del mondo virtuale e l’inganno del mondo reale. Scorriamo i sentieri eterei della rete, navighiamo nell’oceano dell’informazione, siamo impulsi di adrenalina nei cavi che cablano la realtà.”. Come è possibile che tutto questo in Italia sia considerato avanguardistico quando la distopia, l’utopia, l’eterotopia, l’ucronia, la discronia sono campi già ampiamente solcati da decenni, non solo, ed eminentemente, dai filosofi postrutturalisti e dai maestri della fantascienza mondiale, ma anche, e peculiarmente, da fenomeni di arte popolare come il cinema o i fumetti? Mi viene adesso in mente, per esempio, il ciclo narrativo cosmico degli Avengers oppure saghe fondate su universi paralleli e realtà virtuali, come ad esempio Days of Future Past, la grande distopia mutante sorta dalla penna di Chris Claremont nel 1981, che ha rivoluzionato il modo di scrivere fumetti e romanzi in modo assolutamente radicale. Non è che le cose in Italia arrivano sempre dopo? Per ottenere dignità d’indipendenza e d’originalità, che strategie  e quali argomenti avete messo in campo?

Giovanni: Io non credo che si debba lottare più di tanto per distinguersi da qualcosa e dire “Io”. L’arte vera nasce (anche all’interno di temperie culturali diverse, ciascuna con i propri stili e modelli di riferimento) come risposta intima a esigenze che sono individuali, ma al tempo stesso pertinenti all’umanità nel suo complesso. Detto questo, come anticipavo anche nella risposta precedente, il connettivismo è sicuramente figlio in gran parte dei cyberpunk e di modelli letterari del mondo anglofono, ma si pone anche in linea di continuità con la tradizione poetico-letteraria italiana e classica. Il connettivismo è una sensibilità sottile, che ricorre spesso – ma non necessariamente né sempre, soprattutto in questa fase in cui sta “virando” verso il mainstream, ovvero infiltrandosi anche nella letteratura non “di genere” – a stilemi propri della fantascienza ambientata nel futuro prossimo, in un mondo postumano e invaso dalla rete in tutti i suoi anfratti, ma in fondo rappresenta soprattutto la più innovativa corrente archetipica del quadro letterario italiano (almeno). Nel senso che, come faceva il mito classico e come hanno fatto anche grandi autori classici e della contemporaneità (penso ai miei grandi maestri, Platone, Dante Alighieri, J.R.R. Tolkien e Roberto Bolaño – da me recentemente approfondito grazie alla traduzione di che ho realizzata insieme a Marino Magliani per Senzapatria: “Bolaño selvaggio” , senza dimenticare il tanto scioccamente deprecato Charles Bukowski), questo movimento coglie nelle vicende di uomini del nostro tempo riflessi e anticipazioni delle componenti più radicali e profonde della psiche umana, aprendosi potenzialmente (e quantisticamente) su un orizzonte filosofico-spirituale. In altre parole, anziché sforzarsi di “esistere”, il connettivismo punta all’“essere”; consapevole, per dirla molto banalmente in musica, che le note sono comunque sette, e che quello che conta non è tanto cosa dici, ma il come e il dove lo attingi, ovvero non il quid, ma il quomodo e l’ubi. E, soprattutto, non l’Ego, ma il Sé. In questo è fortemente innovativo, perché tutti i riferimenti letterari del mondo anglofono che sono stati da te giustamente richiamati fotografano un mondo in cui qualunque tensione all’Oltre è scomparsa, qualsiasi valore etico o slancio ideale sono morti. Invece, come ho sottolineato nell’intervista fattami dallo scrittore cubano Amir Valle (di cui sono onorato di essere il traduttore italiano) per la rivista Otrolunes, i connettivisti, sia pur scevri da qualunque tentazione moralistica o “catechistica”, vanno a recuperare la radice energetica, naturale e (almeno nella mia prospettiva) spirituale che resta quando l’“umano” sembra essersi del tutto consumato e resta soltanto il “post-” (o il “trans-”) umano. Così facendo, escono dalla Caverna di Platone senza commettere l’errore del suo prigioniero: rientrarci. Forse è anche per questo che i connettivisti hanno incuriosito una studiosa americana del Bowdoin College, recentemente, Arielle Saiber, che ha dedicato al movimento un suo articolo di ricerca.

Sonia: Nell’introduzione al movimento che hai pubblicato sulla rubrica di Luigia Sorrentino, scrivi: “La Rete, gli ologrammi, gli innesti bio-meccanici e il tema del post-umanesimo sono prismi di osservazione di aspetti già in essere della nostra realtà. Riduttivo, dunque, parlare di letteratura fantascientifica, anche se gli appassionati di questo genere possono qui trovare “pane per i loro denti”. Siamo nel territorio del mito postmoderno, di fronte a manifestazioni aggiornate a oggi – o ad un prossimo domani – di archetipi del pensiero e dell’emotività dell’uomo. È forse l’ultimo grido di una Natura che cerca di non soccombere davanti alla Macchina che avanza impietosa (come avrebbe detto Tolkien). Il post-umanesimo, in questo senso, è un nuovo umanesimo: residuale e resistente, indomito e pronto ad affrontare la sfida dell’(ultima?) notte oscura dell’anima.” Giuseppe Panella, critico letterario e studioso di estetica che vi ha tenuti a battesimo, ha anche però varato in Italia il superamento stesso del concetto tradizionale, lyotardiano di postmoderno tramite l’accoglimento del transmoderno. Ma che cosa si intende per transmoderno? Per dirla con le parole della filosofa Rosa Maria Rodriguez Magda, “la Transmodernità è il postmoderno senza il suo ingenuo discontinuismo, è la galleria museale della ragione che, per non dimenticare la storia e per non finire nel barbaro inselvatichimento cibernetico o massmediatico, si è in qualche modo mummificata. La transmodernità è il proporre i valori come limiti o come favola, per non dimenticare, perché siamo saggi, perché il nostro passato lo è stato. La Transmodernità ricupera l’avanguardia: la riproducibilità e la commerciabilità, certo, ma nello stesso tempo ricorda che l’arte ha avuto ? ed ha ? un compito di contestazione e di sperimentazione, ci dice che qualcosa non va. La Transmodernità annulla le distanze tra le élites e la cultura di massa e mostra come i loro sentieri si incrocino;  insomma,“La sua cifra non è il post-, la rottura, la discontinuità, ma la transustanziazione vasocomunicante dei paradigmi” (Da R. M. Rodríguez Magda, Transmodernidad, Anthropos, Barcelona 2004, p.9, traduzione di Marco Baldino). Alla luce di questo concetto, come si pone il connettivismo?

Giovanni: Il connettivismo non è letteratura d’“impegno”, nel senso politico-fazioso del termine. Non è un movimento di parte, non ha connotazioni politico-sociali (non come prima istanza, almeno), anche se può toccare e in effetti tocca problematiche politico-sociali, nelle sue storie (penso al tema dell’inquinamento e dell’omologazione indotta attraverso il cibo in Antidoti umani di Francesco Verso, o all’invasione inglobante del kipple – proliferazione auto-indotta dei rifiuti umani – in Sezione π² di Giovanni De Matteo). Tuttavia, non diventa per questo un movimento elitario-snobistico, per il semplice fatto che è profondamente umanistico: attiene cioè al cuore dell’uomo, alla sua natura profonda, messa a repentaglio (ma anche davanti a un’esaltante sfida) dalla tecnologia che avanza. In questo senso, è profondamente egualitario, e riguarda allo stesso modo tutti gli strati sociali e tutti livelli di percezione culturale. Ma non è né sarà mai, per come la vedo e come spero, espressione della cultura di massa (mi riferisco ai modelli televisivi e alla letteratura e alla filmografia “di cassetta”), che è in sé non-cultura, cafonaggine urlata a scopi commerciali. Mentre (e in questo faccio eco alla distinzione recentemente proposta dallo scrittore polacco Krysztof Varga) può essere, nel senso più nobile del termine, espressione di una cultura pop(olare) che affonda le proprie radici nella tradizione dell’alta letteratura.

Sonia: Quale è la vostra produzione al momento e di che cosa vi state occupando in quanto connettivisti?

Giovanni: C’è tanta carne al fuoco. Partiamo dai fondatori, Sandro Battisti, Giovanni De Matteo e Marco Milani. Sandro Battisti è impegnatissimo nella chiusura del numero 17 di NeXT, bollettino ufficiale del movimento, oltre che nel suo lavoro di redattore della casa editrice Kipple Officina Libraria, nella preparazione del palinsesto della NeXT-Con (convention del Connettivismo) che si terrà nell’ambito della ItalCon (Convention della fantascienza italiana) di Bellaria il 25 e 26 maggio (con al centro Sergio “Alan D.” Altieri, e alla quale avrò il piacere di partecipare anch’io) e nella cura del programma radio settimanale Tersicore. Inoltre, si occupa del suo blog Hyperhouse e dell’altro blog connettivista a cui collabora, Hypernext. Periodicamente scrive racconti: è da poco uscita la versione inglese del suo La mappa è una contrazione. Giovanni De Matteo ha recentemente pubblicato un suo romanzo breve su Robot Il lungo ritorno di Grigorij Volkolak, e sta lavorando a due romanzi (di uno dei quali sarà coautore) e a vari racconti. Sempre attivissimo su http://www.fantascienza.com e http://www.next-station.org, oltre che su http://hypernext.wordpress.com. Marco Milani continua a curare il sito www.domist.net, storico portale legato al Connettivismo e al fantastico in genere, oltre alle Edizioni Diversa Sintonia. Abbiamo poi Mario Gazzola, recentemente organizzatore del Fanta Festival Mohole, che sta preparando con Sandro Battisti un cineforum connettivista per l’Italcon di Bellaria. Inoltre, nell’aria c’è un progetto di debutto nell’ebook con un trittico di racconti diciamo surreal-new weird inediti. Intanto porta avanti il suo secondo romanzo, Buio In Scena, un noir/horror carcerario/teatrale, distantissimo dalle atmosfere del suo debutto Rave di Morte, in cui tenta di creare una connessione fra le teorie sul teatro come rituale sciamanico di Artaud e Jodorowski e un horror occulto “alla Arona”. Con elementi onirici ispirati a Castaneda e deliri alla Burroughs. Francesco Verso, redattore di Kipple Officina Libraria, è attivo sul fronte connettivista ma non solo, come dimostra la recente pubblicazione (anche in lingua inglese) di Due mondi, un suo racconto lungo che si può definire di future fiction. Sul suo sito (http://www.francescoverso.com/homepage.php) è possibile seguire la sua attività in tutti i suoi dettagli. Lukha B. Kremo dirige Kipple Officina Libraria e porta avanti la sua produzione e i suoi recital poetici (ho assistito a quello, veramente molto bello, in chiusura del Fanta Festival MoHole), con sperimentazioni sonore. Grande successo di vendite, su Amazon Italia, ha recentemente ottenuto il suo racconto Il gatto di Schroedinger.   Alex Tonelli, con cui ho recentemente tenuto il ricordato panel al Fanta Festival MoHole di Milano (con il preziosissimo contributo di lettore e autore di testi poetici di Domenico Mastrapasqua), continua la sua ricerca sui padri putativi e letterari del Connettivismo, soprattutto fra i poeti contemporanei, e la propone sulle pagine di NeXT nella sua rubrica Ermetica Ermeneutica; inoltre, su Next-Station analizza autori vicini alle sensibilità connettiviste (per esempio, José Saramago, peraltro anche da me trattato nel mio saggio Nuova letteratura fantasy) in brevi saggi monografici, e cura la sezione di poesia, in cui scopre poeti nuovi anche non affini al movimento. Da un punto di vista creativo, sta cercando (come me) di capire dove possa andare la sua penna nelle evoluzioni mainstream del Movimento, anche se per adesso ha sviluppato solo un embrione di idea per un racconto di stampo carveriano. Anche Fernando Fazzari, seconda voce “fiorentina” (di adozione), con me, del Connettivismo, collabora al blog HyperNext, e inoltre sta scrivendo un romanzo e un paio di racconti. Roberto Furlani è  impegnato a migliorare e proseguire la sceneggiatura di Neuronica, il ricordato progetto cinematografico del regista Gabriele Calarco ispirato al suo omonimo racconto il cui materiale di pre-produzione è stato presentato al Fanta Festival MoHole. Intanto, continua a occuparsi di Continuumla rivista web da lui fondata nel 1999 e tuttora diretta, con 36 numeri pubblicati nell’arco di dodici anni. Continua a collaborare con Delos, a cui offre contributi narrativi e saggistici. Sta anche preparando un racconto destinato ad un’antologia connettivista di prossima pubblicazione. Sempre in ambito di sceneggiatura, ricordo l’attività di Francesco Cortonesi, uno dei primi aderenti al movimento, che è anche autore di racconti, come peraltro anche Marco Moretti. Sono invece autori anche di romanzi in fase di realizzazione Marco Marino e Maurizio Landini. Per avere una visione d’insieme più generale sui connettivisti, e visionare anche dei video, vi rimando alla nostra convention fiorentina del dicembre 2011Su di me e la mia “carne al fuoco”, vi dico subito dopo.

Sonia: Ecco, parliamo un poco di te. Il tuo libro su Tolkien (Tolkien e Bach. Dalla Terra di Mezzo all’energia dei fiori, Galaad Edizioni, Giulianova, TE, 2011) si pone come una pietra miliare riguardo la critica relativa al grande autore fantasy per via di un vertiginoso accostamento di cui ti chiederò fra poco. Intanto puoi spiegarmi come è nato in te l’interesse nei suoi riguardi e in quali prospettive ermeneutiche poni la sua opera in genere?

Giovanni: Il mio interesse per Tolkien nacque ormai quindici anni fa, quando, ex giocatore di ruolo e amante dell’immaginario fantasy, mi accostai per la prima volta a Il Signore degli Anelli. Quanto alle prospettive ermeneutiche, il motivo di fondo che mi ha avvinto a Tolkien fin dai primi momenti è stato quello delle assonanze significative con altri grandi autori, dalla classicità ad oggi (come evidenziato dai miei due saggi precedenti, Letteratura del fantastico – I giardini di Lorien, e Nuova letteratura fantasy, ed. Eumeswil/Sottovoce, 2010. In seguito, e parlo della fase di gestazione di Tolkien e Bach, ma anche del mio saggio breve Tolkien. L’Ombra della Paura e la Luce del Desiderio, per la raccolta da me curata e in parte tradotta Tolkien. La Luce e l’Ombra (ed. Senzapatria, 2011) – finalista al Premio Italia nella ricordata ItalCon di Bellaria –, le valenze dell’opera del Professore di Oxford che mi hanno conquistato di più sono state quelle emotivo-archetipiche, ovvero consonanti con le sfaccettature più profonde dell’animo umano, in una prospettiva psicologicamente di tipo junghiano e spiritualmente di tipo mistico-contemplativo.

Sonia: Puoi spiegare ai nostri attenti lettori che collegamento c’è fra l’opera di Tolkien e i fiori di Bach?

Giovanni: Apparentemente nessuno, se non che entrambi hanno trascorso una parte della loro infanzia a Moseley (Birmingham) e sono cresciuti nelle ridenti campagne dei dintorni, assorbendo quell’amore per la natura che avrebbe segnato le rispettive opere letteraria e terapeutica. Sono stato fortemente criticato, tutte le volte che ho voluto accostare Tolkien a scrittori che non risultava che lui avesse letto (tipo Manzoni o Leopardi, per intenderci); figuriamoci dunque quando l’ho fatto con l’opera di un medico che per tanti è soltanto un ciarlatano. A tutte queste persone sfuggiva e sfugge un aspetto importante: che la comparazione – come la vita in genere – non  si muove solo su livelli macroscopici, strutturali e razionali, ma anche e ben più decisivamente su livelli archetipici, emotivi e intuitivi. In altre parole, sul livello sottile su cui operano (efficacemente, checché se ne dica) i rimedi trovati in natura da quel geniale dottore che fu Edward Bach, non a caso studiato e seguito da fior di medici in paesi più aperti mentalmente e meno segregati lobbisticamente del nostro. Il principio di fondo è lo stesso: ogni archetipo, ovvero modello di pensiero/comportamento colto nella sua radice intima e intuitiva, è in sé una variante del principio che permea di sé l’universo: l’energia. Ogni parola, ogni suono è esso stesso una variante energetica unica e irripetibile, e attingere alla parola “perfetta” per una certa situazione (con quel processo di riconduzione all’unità di significante e significato di cui parlava l’Inkling Owen Barfield, seguito da Tolkien e grande amante del pensiero di Jung) significa non far altro che raggiungere l’intuizione pura dell’archetipo che in quel momento opera in noi in modo più forte. Ovvero, compiere un’opera di individuazione (in senso junghiano) tradotta in termini letterari. Lo stesso lavoro che fa un compositore con le note, o un pittore con i colori. Il Legendarium tolkieniano, e in particolare Il Signore degli Anelli, offre un campionario di luoghi, personaggi e oggetti che sono varianti simboliche di una ricca tavolozza archetipica affatto simile a quella dei trentotto rimedi trovati dal Dr. Bach, ciascuno dei quali “copre” uno spettro di frequenze riconducibili a specifiche gamme di emozioni disarmoniche, da riportare ad armonia per realizzare un percorso di autentica guarigione. Con un processo sostanzialmente analogo a quello con cui la “subcreazione” di cui parla Tolkien nel saggio Sulle fiabe conduce, attraverso l’Evasione e il Recupero, a ritrovare la consapevolezza della luminosità e della bellezza intima del mondo stesso in cui viviamo (ovvero, ce ne fa uscire per ricondurci poi ad esso con occhi rinnovati), arrivando perfino a poter cogliere un’intuizione di Oltre (“una gioia oltre i muri del mondo”, ovvero la Consolazione), che è assolutamente consonante con l’idea di Connessione di cui parliamo noi connettivisti. Ecco perché sto preparandomi a condurre, insieme alla counsellor Marina Menichelli, presidente dell’Accademia Italiana Ricerca Rimedi Floreali – Accademia Centaurea, dei laboratori di scrittura creativa su basi archetipiche, fondati sul raffronto tra i simboli tolkieniani e i modelli dei Fiori di Bach (la data di Firenze del 13 maggio è stata rinviata a data da definire, causa un’influenza che mi ha costretto a casa; dunque la prima data adesso diventa quella del 3 giugno a Bettona, PG, presso Casa Calidonia

Sonia: Due importanti saggi precedenti che hai pubblicato, come dicevi prima sono stati Nuova letteratura fantasy. Uno studio critico (Eumeswil, 2010) e Letteratura del fantastico. I giardini di Lorien (Spazio Tre, 2004).  Adesso hai annunciato che intendi smettere con la produzione saggistica per dedicarti interamente alla scrittura letteraria. Puoi spiegarci le ragioni intime di questa tua decisione?

Giovanni: Ci sono fondamentalmente due ordini di ragioni. Il primo ha a che fare con quanto dicevo alla fine della precedente risposta, ovvero che la scrittura deve attingere alla verità dell’emozione, “show, not tell”, e dunque lo scrittore, magari dopo aver compreso gli strumenti del suo lavoro attraverso un’opera tra il saggistico e il critico e un attento lavoro di introspezione – come ho fatto io –, deve scendere in campo e “sporcarsi le mani”, per tirar fuori quello che sgorga dalla sua ferita e dar voce alle sue emozioni, permettendo loro di intessere trame e disegnare profili di luoghi, personaggi e situazioni. Il secondo è che trovo che la saggistica, e soprattutto certa saggistica di nicchia, incida molto meno di una storia – intendo un romanzo – concepito per veicolare, attraverso un tramite narrativo, gli stessi significati, ma anche per coinvolgere il lettore. Era proprio Tolkien a sostenere che un autore dovesse fondamentalmente raccontare delle storie. E i livelli archetipici che mi stanno a cuore, scorporati da un supporto narrativo, rischiano di poter essere assimilati solo da menti e cuori già aperti, mentre io vorrei andare a toccare anche coloro che, com’ero una volta io, sono ancora bloccati nelle loro paure e nelle loro proiezioni o schemi razionali. Questo il senso del mio romanzo in prossima uscita, di stampo connettivista, sì, ma forse uno dei primi tentativi d’infiltrazione della sensibilità del movimento nella produzione letteraria mainstream. Un’opera difficilmente incasellabile dentro un “genere”, ma senza dubbio figlia di un’ispirazione del tipo di quella che ho delineata sopra.

Sonia: Oltre ad essere scrittore, saggista, giornalista e blogger, sei anche traduttore. Che cosa significa tradurre nel panorama letterario e saggistico italiano oggi?

Giovanni: Significa, per quanto riguarda la parte letteraria, caricarsi del compito di individuare – ancora una volta, nel senso junghiano – la nota specifica di ogni parola dell’autore che si sta traducendo, comprendendo il suo mondo e veicolandolo nel proprio. Per me è stato un onore lavorare alla traduzione di uno splendido romanzo dell’autore cubano Amir Valle, in prossima uscita in Italia con le Edizioni Anordest. E certamente l’averlo conosciuto di persona, a Berlino, dove vive in esilio, mi ha aiutato molto, perché ogni sua parola, dopo, mi è risuonata dentro nella sua verità. Quanto alla saggistica, vuol dire (e l’ho capito traducendo con Floriana Pagano Render unto Rome di Jason Berry, pubblicato nel gennaio 2012 da Newton Compton con il titolo di La cassa del Vaticano – La vita segreta del denaro nella chiesa cattolica -) entrare in contatto con la natura esatta dei problemi reali trattati nell’opera, riproducendola e trasponendola in italiano in modo il più fedele possibile. Esattezza e musicalità giocano in ambo i campi un ruolo decisivo, ma nella traduzione di un romanzo è la musica che ti guida, mentre in quella di un saggio è il significato.

Sonia: A che cosa stai lavorando nell’immediato futuro?

Giovanni: Sto completando la stesura di un romanzo dalle tinte noir ma dal forte sostrato psicologico e dalle venature spirituali, ambientato in Toscana, e al tempo stesso scrivendo un racconto che vuol essere il nucleo operativo di quello che diventerà il proseguimento ideale del mio romanzo connettivista in prossima uscita. Insieme, naturalmente, porto avanti il mio lavoro di traduttore, letterario e tecnico, e cerco di progredire il più rapidamente possibile nella conoscenza del polacco, che spero di poter un giorno aggiungere all’inglese, allo spagnolo, al francese e al portoghese come lingua di lavoro. Intanto, sto iniziando a tenere dei reading musicali con il compositore e chitarrista acustico Krishna Biswas, che crea musica con lo stesso – per dirla con l’amato Roberto Bolaño – “realismo viscerale” e “spirito connettivo” con cui io scrivo. Senza dimenticare il mio impegno quotidiano nei e per i blog http://lapoesiaelospirito.wordpress.com e www.postpopuli.it, oltre al mio personale http://giovanniag.wordpress.com. Ricordo infine la tavola rotonda in programma il 17 maggio al British Institute di Firenze, in cui si parlerà delle mie ricerche tolkieniane e del connettivismo in inglese e italiano, con l’intervento del Prof. Giuseppe Panella, di Marina Menichelli e di Francesco Verso.

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