Su Le Fuggitive di Carmen Gallo e l’istanza di enunciazione in poesia

Carmen Gallo

Di IVANO TESTA 

1.

Quando si parla di Loro, di Altri, e lo si fa senza specificare il soggetto – i soggetti anzi –, si rischia di venire additati; se non da qualcun altro sicuramente da se stessi. È il pregiudizio che ci addita, la convenzione, la tradizione. La poesia si esime dallo spazio occupato dal pregiudizio e di contro lavora alla creazione del momento in cui l’obsoleto si rinnova, il momento dell’appropriazione degli affari: i nostri, i Loro. Non occorre specificare il nome a cui i pronomi si riferiscono, basta che sia pro-nome, che sia a favore del nome di qualcuno o qualcosa forse, che un giorno riesca a completare l’opera. Puntualizzo che quest’atto po-etico di esimersi dalla referenza non corrisponde ad un rifiuto gratuito della “norma”, del “limite” comunicativo – la continua morsa formale in cui si muove il dire poetico, le spire attraverso cui ingurgita, ne sono una prova; la prova che della “norma”, del “limite” la poesia ne fa diktat. Si tratta più che altro del modo di un’assunzione di responsabilità, espressa nella presa in carico di un gesto po-etico che mira, quando è necessario, ad assottigliare questo “limite” o a renderlo poroso, per permettere ai fenomeni di Alterità di manifestarsi, di mescolarsi mantenendo paradossalmente il loro statuto (di alterità). Proprio con l’Alterità, con il dissimile la poesia apre costantemente un dialogo – il più possibile aperto – aperto all’impossibile fino all’impossibile –, un dialogo di cui gli interlocutori non sono stati fissati, non ancora. Affermare, ad esempio, che in poesia l’interlocutore sia solo il lettore è quantomeno riduttivo – il lettore viene istruito[1] dall’autore ma chi istruisce l’autore? –; essa, la poesia, non può solo essere il messaggio nella bottiglia di cui parla Celan, ma deve anche in qualche modo predisporre al frangente in cui si incontra l’Alterità, che “quel messaggio” ce l’ha messo dentro. Un messaggio che è stato intro-messo appunto. Voglio dire che nel fare poetico si viene coinvolti in una intro-missione[2]. Ecco, credo che in Le Fuggitive (Nino Aragno Editore 2020), l’ultima opera poetica di Carmen Gallo, si possa proprio fare esperienza di questa intromissione.

Cercherò di spiegare il concetto discutendo in merito alle ‘figure intromissive’ o meglio ai ‘rapporti intromissivi’ presenti all’interno dell’apparato testuale di quest’opera poetica. In effetti se ne potrebbe parlare su più livelli, due quelli più rilevanti e immediatamente riconoscibili: un primo livello inerente a quello che definirei un rapporto pronominale io-tu; il secondo livello riferito ad un rapporto pronominale noi-Loro. Livelli di enunciazione questi che si presentano, non solo come dato contenutistico dell’opera, ma anche come modalità del discorso. Per comprendere la complessità attorno cui gira questa istanza di enunciazione plurivocale, partirò analizzando la prima sezione della raccolta, intitolata La corsa.  La sezione è strutturata in un movimento, che alterna e mescola le “voci” – e quindi i due suddetti livelli pronominali –, contrassegnando il passaggio dall’una all’altra, attraverso un uso precipuo del corsivo. Il punto focale di questi primi testi è la rappresentazione di una sfida, di un antico gioco[3] doloroso e sfiancante, che la poeta sembra ingaggiare in primis con se stessa: «chi vince / acceca l’altra, le affonda le ginocchia / nella schiena. Chi perde porta il peso»[4]. Questa pseudo-narrazione coinvolge due figure, che formano un unico corpo “in corsa”, due figure inevitabilmente in combutta fra loro nel colpire lo stesso bersaglio-limite[5]. La rappresentazione di questo primo “quadro narrativo” sembra avere una portata allegorica, che allude in principal modo ad uno sdoppiamento tra ego ed alter-ego, il quale causerebbe già una privazione dello spazio personale, generata da una prima intromissione – «l’io non è padrone in casa propria» direbbe Freud. Certo l’immagine si presta a svariate ulteriori sfumature di senso, riferibili a qualsiasi coppia oppositiva di significati: bene-male, uomo-donna, conscio-incoscio, anima-corpo. Quello che più conta ai fini del mio discorso, però, è capire che il livello io-tu circoscrive uno spazio, il quale rimane inerente – almeno in prima battuta – nell’ambito dell’io: l’io-tu si dimostra in fondo un io-io. Non a caso le giocatrici in questione sembrano unite da un sodalizio profondo – troppo profondo –, da un legame costrittivo indissolubile, reso esplicito in principal modo dai dialogati del discorso diretto: «Dove sono adesso» / «Da nessuna parte. Per stasera ci lasceranno stare. / Per stasera ci lasceranno dormire»[6]. In questa ambigua simbioticità le due figure si battono, definiscono i limiti del gioco, una dopo l’altra si cimentano nel lancio, ma qualcosa, sin dalle prime battute, turba la scena; uno sguardo indiscreto le osserva, le insegue. Il gioco si dimostra più rischioso del previsto, nel lancio la nuca resta scoperta, si rischia di diventare bersaglio. «Non colpirle alla testa, non colpirle alla schiena. / Hanno braccia e gambe. Non colpirle alla nuca»[7]; le regole dell’agone vengono ad un certo punto sovvertite da una legge di forze esterne: chi colpisce viene colpito, si urta come si è urtati. Ci si illude di aver delimitato il campo da gioco, ma questo si rivela più grande del previsto. I corsivi, posti in apertura, rendono consapevole il lettore di un’ennesima intromissione, principalmente vocale, che sembra sibilare da un luogo nascosto e imprecisato, eppure vicino, sempre presente e inquietante. Questa voce sembra costituire un à part, fin quando la lamina sottile, che separa le due dimensioni, si lacera definitivamente: «All’alba un colpo sordo / ci ha svegliate. La pietra limite / è caduta, qualcuno l’ha colpita»[8]: gli Altri, Loro fanno irruzione; non siamo solo noi, l’io e l’amico-nemico che si porta in spalla, l’io e l’amico-nemico che sfianca e accieca, no, l’orizzonte si è allargato: non siamo più soli. Il gioco a due, si rivela un gioco a tre[9] – lo è sempre stato.

«Non ricordo / quando sono arrivati, quando abbiamo cominciato / a nasconderci. Adesso però loro sono qui e / ci guardano, hanno volti indistinguibili. Dietro il / vetro della porta, sono uno sopra l’altro, vogliono / toccarci, prendersi cura di noi»[10]. Il testo sembra indicare una cesura, che sancisce il vero inizio dell’agone, dell’incontro-scontro delle parti: dall’una il “duale”, espresso da un rapporto io-tu, che sembra quasi riprendere le posizioni di Celan: «io sono tu quando io sono io»[11] (rapporto che dice già l’estraneità, l’ossessione dell’altro che ci abita, che presiede sullo spazio interiore) – l’altro inteso come simile. Dall’altra questa dualità – minacciosa di suo –, viene minacciata da una alterità differente, da intendere nell’ordine del dissimile, di una alterità-più-altèra. Detto altrimenti, durante il gioco sfiancante della pietra che tenta di far risuonare l’altra pietra, in cui ci si può ferire, si urta qualcosa o qualcuno. Si fa esperienza del dissimile e della sua intro-missione. L’orizzonte spianato ha svelato una nuova città – una metropoli forse –, i ruderi di un «più-che-passato»[12], che parla una lingua precisa, pronunciata da abitanti. I luoghi di queste poesie sono abitati – infestati in certi componimenti. Da chi? Il concetto di noi va sicuramente rivisto.

Credo l’intero lavoro poetico di Carmen Gallo sia fondato proprio su questa moltiplicazione delle voci, delle entità; su questa rifunzionalizzazione dell’istanza del noi. A tal riguardo innanzitutto occorre specificare che, sebbene si assista ad un incontrollato occultamento dei soggetti, che conduce ad una sorta di paralisi interpretativa, le persone parlanti mantengono la loro consistenza, umbratile e allo stesso tempo ingombrante, indiscreta. È infatti l’indiscrezione, l’ingombro di tali “presenze”, che induce a nascondersi; è a causa di una Loro “pretesa”, sommessa e imprecisata, che si fugge. La voce poetica – forse quella più deliberatamente autoriale – denuncia proprio questa persecuzione, la sua condizione di soggetto-ostaggio, di soggetto liminare, espulso, inevitabilmente abitato[13]. La medaglia però ha un suo risvolto; queste “presenze abitanti”, queste voci intromissive, inseguono, colpiscono e al contempo sembrano istruire, proteggere, addrizzare il tiro: «i colpi all’orecchio sono quelli che fanno più / male. / Resta come un rimbombo nella testa»[14]. Queste presenze vocali si presentano come caratterizzate da una spiazzante ambiguità, da leggere nell’ottica di una parossistica ambivalenza attitudinale; l’aguzzino e lo scagionatore sono la stessa persona(e). Perché mai si dovrebbe fuggire da chi vuole in fondo «prendersi cura di noi»? Le voci a tratti si fanno familiari, fratelle[15]– sembrano in un certo modo affratellarsi –, come se la via di fuga volessero, al massimo, suggerirla e non costringerci ad essa. Queste presenze, queste voci, questi abitanti possono far altro che spaventarci? E noi e Loro possiamo far altro che nasconderci? La fuga sembra mutare a tratti in liberazione[16], la minaccia in soccorso, in conforto, in un innocente desiderio di contatto: «impareranno la nostra lingua. Saremo sulla loro bocca / quando hanno sete, quando hanno fame»[17] – la voce pro-viene come primaria forma di nutrimento. L’uso del corsivo, nel passaggio della parola – della torcia in quanto testimone infuocato[18] – è forse espressione proprio di questo affratellarsi persecutivo delle voci; di uno scambio della persona o meglio delle persone[19], che complica il rapporto intrattenuto dal testo con l’istanza di enunciazione. Sebbene il processo plurivocale rimanga più simile ad una interferenza o ad un reciproco pedinamento verbale, che ad un vero impianto dialogico, l’autrice cerca di farle dialogare, le vociinterne ed esterne – sfidando una impossibilità. Chi parla? L’enigma del pro-nome rimane irrisolto, rimane l’Enigma. La poesia i segreti sa mantenerli, ci vive dentro come in un luogo naturale, se ne nutre.

2.

Massimo Gezzi, nel suo commento introduttivo ai testi della poeta napoletana inseriti nel Quaderno XIV (Marcos y Marcos), confessa che «è difficilissimo parlare della poesia di Carmen Gallo»: è proprio vero. I versi di Le Fuggitive nel segreto si richiudono. Ci si ritrova nuovamente di fronte ad un “limite”; d’altronde intorno ad una pietra-limite ruota l’intero gioco poetico[20]. Un limite circoscrive uno spazio. Se facciamo un passo indietro infatti, facendo riferimento ai due livelli di enunciazione (rapporto io-tu, noi-Loro) – e quindi di intromissione –, si può notare il delimitarsi di due luoghi: uno interiore, l’altro esteriore[21]. Il primo limite, che l’opera della poeta oltrepassa, è proprio quello che vige apparentemente tra queste due istanze spaziali: «la storia interna e la storia esterna»[22]. La parola spazia, apre nuovi orizzonti, unificando propone ulteriori legami, altère alleanze. Ad ogni spazio inoltre va necessariamente concordato un tempo; Einstein già, con la sua Relatività, ci ha abituato a ragionare nei termini di un concetto di spazio-tempo, in cui le due dimensioni fanno tutt’uno. Riflettere sul concetto di spazio-tempo, per quel che concerne quest’opera poetica, non è un’operazione naturale, eppure, ad una lettura più approfondita, una connotazione spazio-temporale sembra emergere. Tenendo presente il processo di livellamento, applicato alle differenze che sussistono tra gli spazi interiori da quelli esteriori, questo stesso processo potrebbe essere trasposto su un altro piano: quello del ‘tempo personale’ e del ‘tempo della storia’. Al primo possono essere ricondotte le due sezioni d’apertura – La corsa e Le fuggitive –, al secondo l’ultima sezione, intitolata Uscirne vivi. Nel livellamento dei due piani temporali – ‘tempo personale’ e ‘tempo della storia’ –, corrisposti a quelli spaziali, si viene coinvolti in una sorta di distorsione spazio-temporale, attraverso cui la parola può essere colta in una rara condizione di ubiquità, per cui tutto è ovunque, tutto parla, tutti enunciano in unico tempo. La percezione che ne viene fuori è quella di un movimento, che attraversa un tessuto pluristratificato, che è il flusso temporale stesso, disciolto in un tempo nuovo, in cui i piani vengono colti in simultanea, nel sempre-correlato spazio-tempo, in cui vicini e lontani sono accomunati, in cui noi e Loro possono finalmente ri-trovarsi nel medesimo luogo[23]. Ma andiamo per ordine.

«Chi parla usa i pronomi per nascondersi», così specifica l’autrice nella nota conclusiva. Chi parla? La domanda ritorna impellente, è inutile cercare di liberarsene. È l’autore a “parlare”? Non bisogna esserne così sicuri. Sebbene la Gallo nella stessa nota definisca la sezione centrale della raccolta una «autobiografia per luoghi reali», i versi poi sembrano smentire le precisazioni autoriali. In un’autobiografia, certo, l’autore coincide con il personaggio e la persona narrata con quella narrante. Questa coincidenza, però, nell’opera di Carmen Gallo, sembra venire meno. Voglio prendere ad esempio proprio il componimento centrale Le Fuggitive – che non a caso intitola l’intero lavoro –, per chiarire il concetto di temporalità e forse per aggiungere qualcosa. Il testo in questione si apre con una prima persona plurale, ripetuta in sequenze anaforiche: «Siamo in un incubatrice / (…) Siamo in un bagno / (…) Siamo in un letto grande (…)»[24]. Sin dalle prime battute si viene immersi in una molteplicità di luoghi reali, di realia, mediante i quali il componimento è modulato; luoghi ed oggetti ad alta semantizzazione, che si affastellano per accumulo, in un andamento concitato. Soprattutto le case, le stanze, messe in comunicazione da corridoi. Poi le auto, le macchine messe male, treni e aerei, gli abitacoli stretti, tutti termini che suggeriscono un’ossessione del movimento, una necessaria trans-posizione, espressa da un congegno metonimico, che dice il veicolo per incastrare il passeggero, senza tuttavia risolvere l’incognita di questo secondo termine. È curioso come questo movimento testuale sembri tracciare una parabola di andata e ritorno, che passa per puntuali posizioni spaziali: andare dentro, andare fuori, ritornare per lavare la «saliva», il «sale», il «sangue», segni dello sprofondamento nella carne della parola, da cui si riemerge «come bocche di colpo spalancate»[25]. Un movimento propriamente pneumatico – pneuma –, che va dall’interno dei luoghi più intimi – il «bagno», il «letto» –, all’esterno degli ospedali, della «sala d’aspetto», della «scuola con le grate», dei «campi che bruciano»; dall’uno all’altro e viceversa. In questa prospettiva, ogni luogo setacciato, restituisce un oggetto peculiare, che diviene correlativo oggettivo o simbolo, che muta gli spazi in “luogo comune”[26], abitato da tutti . Esso appare già visto, già conosciuto, ma allo stesso tempo trasfigurato in una collocazione inedita: non lo conosciamo più, non come prima. Si potrebbe parlare di “ossessione topica” come tratto peculiare della poesia di Carmen Gallo; tratto stilistico e postura dello sguardo, uno sguardo ossessionato dal movimento, che è movimento stesso. È proprio tale capacità di visione (sguardo) ad azionare il tempo nuovo della simultaneità, tempo in cui tutto parla, tutto è ovunque, senza riparo.

Ciò che più preme specificare, a questo punto, sono gli esiti ai quali questa riformulazione dello spazio-tempo conduce. E poi far fronte ad un altro problema, il solito, quello concernente l’attribuzione della prima persona plurale, la quale risulterebbe rinnovata mediante gli ambigui rapporti pronominali intrattenuti dal testo. Chi o cosa abita i luoghi scovati e riformulati dalla poesia? Tenterò di far fronte a questo sconcertante quesito, facendo riferimento ad uno scrittore che, come molti hanno già notato (Cortellessa ad esempio in quarta di copertina), costituisce un punto di riferimento per la poeta napoletana: Samuel Beckett. Io non sono un critico letterario, né uno studioso di Beckett, ne sono stato al massino un umile lettore; il mio tentativo ha già la portata del fallimento. Ad ogni modo, memore dell’esperienza intensa, dopo aver letto Le Fuggitive, sono tornato sull’Innominabile, apice e punto di non ritorno della produzione beckettiana. Leggo, passo in rassegna le mie sottolineature, le postille. Riesco a sentire la stessa vertigine. Poi trovo questo passo: «Cercando chi si è, ultimo smarrimento, dove si è, cosa si fa, cosa si è fatto loro, cosa loro hanno fatto a noi, parlando sempre, dove sono gli altri, chi è che parla, non sono io a parlare, dov’è che sono io, dov’è che è, là dove sono sempre stato, dove sono gli altri, sono gli altri a parlare, è a me che parlano, è di me che parlano, li sento, io sono muto, che cosa vogliono, che cosa ho fatto loro, che cosa ho fatto a Dio, che cosa hanno fatto a Dio, che cosa ci ha fatto Dio, non ci ha fatto niente, lui non può far niente a noi, noi siamo innocenti, lui è innocente, non è colpa di nessuno»[27]. Il passo mi pare pregnante e particolarmente inerente alla questione iniziale del discorso, che concerne l’istanza di enunciazione di un testo letterario; tema che si presenta con urgenza nella raccolta della Gallo e su cui tanta parte della poesia contemporanea, a mio parere, non si interroga abbastanza o comunque non per il giusto verso. Chi parla? «In particolare far conto d’ora in avanti che la cosa detta e quella sentita abbiano la stessa origine (…). Situare tale origine in me, senza specificare dove»[28]. Forse può definirsi un io – prima persona parlante – solo alla luce di questa coincidenza, questa singolare[29] “postazione”, questa “colloc-azione”, in cui il detto e l’ascoltato riescono a scaturire dal medesimo luogo. Definire le origini in fondo è sempre stata un’impresa troppo ardua, lungi da me addentrarmici. Eppure, continua Beckett nella sua trattazione, «parlerò di me quando non parlerò più»[30]. Si tenta di scrivere, di parlare, ma dal silenzio si viene risucchiati nuovamente e in modo inesorabile, «questo silenzio contro il quale guaiscono invano e che un giorno verrà restaurato, è il medesimo di una volta. Un po’ scorticato, si potrebbe dire, nel transito»[31]. Ecco, le voci della poesia di Carmen Gallo sembrano nascere da questo peculiare silenzio, da una zona interstiziale, limbica, in cui «chi cerca e chi si nasconde / hanno la stessa faccia»[32], in cui il nuovo tempo metamorfico della simultaneità obbliga a rimanere «nella durata dell’altro», costringe ad un «doppio respiro»[33]. Che sia il prossimo, che sia il lontano o un-altro-ancora. Che sia il non-morto, il non-nato, il Custode? Perché stupirsi quando la poesia sconfina nel magico, nello sciamanico, nell’occulto territorio del sacro? L’istanza di enunciazione rimarrebbe ugualmente imprecisabile. Chi parla? Non importa più molto ormai. Ciò che conta è la riformulazione degli spazi scaturita dal rapporto sintetico noi-Loro.

Chi siano gli Altri insomma è impossibile dirlo, per questo li si scrive; di contro, se non si è riusciti a definire con certezza chi siano tali soggetti parlanti, quantomeno si è aggiunta qualcosa in merito alla loro “provenienza”. Il silenzio, fragile e mobile, da cui sorgono le voci, sarebbe più facilmente pronunciabile di un nome; mi pare paradossale. «Se almeno tra di loro avessi un amico, che scuotesse tristemente la testa senza dir nulla o soltanto, di tanto in tanto, Basta, basta. Si può essere prima di cominciare, a questo loro tengono molto. Le radici devono venir via insieme al resto»[34]. L’Innominabile è carico di questa impossibilità, di questa attesa – sentimento prettamente novecentesco, nato in sostanza con Beckett –, l’attesa di un gesto, di un’inclusione, di una parola-guida fraterna, in grado di frangere il silenzio, in grado di dire davvero – nel vero. Ne Le Fuggitive, la pietra-limite qualcuno l’ha colpita, qualcuno ha compiuto il gesto, ha colpito ed è scomparso, ha colpito ed aspetta, si nasconde, come in attesa di risposta, di restituzione. L’incontro-scontro con l’Alterità, con Loro, avviene, non è solamente vagheggiato, come in quello smisurato formidabile soliloquio, lucido e delirante che è l’Innominabile; non è solo il segno di un’impotenza insopportabile; non è tacito, distanziato, collocato su due piani distinti e separati, ma si unifica, si allinea, diviene territorio con-partecipato, diviene gioco-comune, rischio-comune. Diviene scandaloso e terrificante affratellamento di voci, con-fusione dei livelli e dei piani del reale, mescolamento delle alterità, che riesce –  nel paradosso – a mantenere il loro proprio statuto (di alterità). Il “limite” in qualche modo è stato spostato, gli spazi unificati si sono aperti ad un luogo inedito, inondato di luce, una luce inquietante: «c’è molta luce adesso / ma non ci sentiamo al sicuro»[35].

I territori della poesia vengono s-velati dalla poesia stessa (da chi altri sennò?) e, in quanto territori stranieri, esigono la padronanza di una lingua straniera, che può essere imparata, deve essere imparata: «impareranno la nostra lingua. Saremo sulla loro bocca / quando hanno sete, quando hanno fame. Faremo in modo di farci ricordare. Torneranno da noi senza nemmeno / saperlo perché noi saremo ovunque»[36]. Attraversando i luoghi poetici del nuovo tempo della simultaneità, sembra di assistere ad una sorta di colonizzazione, ad una conquista dei territori appunto, una conquista non a senso unico, dispotica, alla quale siamo stati per troppo tempo abituati, ma biunivoca, reciproca anzi. Questo genere di appropriazione, non dispotica, ha però delle regole, una prassi, che va rispettata; bisogna essere abitanti prima di abitare. «Le cose non accadono a quelli / che spariscono»[37], ma accadono per merito di chi è costretto ad abitare quel silenzio fragile, a rimanere in quel “respiro di cristallo” – come direbbe Celan –, per merito di chi sa spingersi in quel luogo straniero, in cui la lingua dell’Alterità è imposta autorevolmente, ma sfama, nutre, soprattutto chi ci portiamo dietro, chi ci portiamo addosso, nella corsa, avanti. Le cose non accadono a chi corre lontano lì, fino a dove c’è fiato[38]: la “corsa”, «forma semplice»[39], antica, primordiale. Si corre, certo, per paura – anch’essa forma semplice e primordiale di percepire le cose, di farle accadere –, si corre perché si è uniti all’Altro, in un gioco indissolubile e rischioso, si corre perché un gioco esiste e ci riguarda, è stabilito, ha delle regole e un campo circoscritto, comprende dei partecipanti, tra cui non solo noi facciamo parte: non siamo soli. Si corre per attraversare territori a noi destinati, luoghi desertici di puro silenzio, si corre perché qualcosa sembra attenderci dall’altra parte, ovunque. Il silenzio, luogo d’accadimento per eccellenza (per eccellenze?), spazio mobile e abitato. Noi stessi lo abitiamo, da stranieri[40], estranei tra estranei, in combutta, in collaborazione, in amorosa pena reciproca. «Chi corre ha perso. Chi corre scompare / ma si porta dietro tutto. Chi resta / impara a nascondersi. A non essere niente. (…) «Le cose non accadono a quelli che spariscono»[41]. È chiara e dirompente la privazione a cui il soggetto-espulso e ostaggio è costretto (soggetto-costretto). Questo esimersi, anche volontariamente certo, per voc-azione, dai meri avvenimenti – storici e necessari –, è il prezzo da pagare, carissimo – è un sacrificio, nel senso di una fattur-azione del sacro. Il mero avvenimento però è solo il dato di superficie del sotterraneo ac-cadere[42] delle cose – il mero avvenimento non è all’infinito verbale, è se mai l’oggetto del predicato. Si potrebbe dire che la frase, in fine, si vuole nominale; l’ossessione pro-nominale, di cui si è cercato di discutere, dell’essere a favore del nome, potrebbe alludere proprio a questa tensione[43]. Nessun verbo, nessun oggetto, ma un nome; un nome proprio, che denota una proprietà, una proprietà con-divisa; un nome che non sappiamo ancora a chi o a cosa attribuire, che non sappiamo attribuir-ci. Certo una cosa è sparire dal mero avvenimento storico e necessario, un’altra è sparire dal silenzio, che è luogo d’accadimento per eccellenza. Ci vuole coraggio per entrambe le prese di posizione. Chi scompare allora, con i tendini in fiamme, acciecato e senza fiato, le cose le fa ac-cadere? Il gioco è stato finalmente sovvertito. Chi perde è custodito.

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[1] Istruire. La parola nel contesto del discorso da cui tento di parlare è straniante, perciò consulto la Treccani: dal lat. instruĕre «preparare, costruire, insegnare», comp. di in-1 e struĕre «collocare a strati, connettere». Preparare, costruire, in-segnare, collocare a strati, connettere… per descrivere il rapporto che l’autore instaura con il lettore (e non solo), non potevo trovare termine migliore! E poi chi insegna è sempre in qualche modo insegnato, si sa.

[2] Una missione interna?

[3] Si tratta dell’ephedrismos, un gioco praticato nell’antica Grecia: «Si mette una pietra ritta ad una certa distanza e si cerca di rovesciarla prendendola di mira con palle ed altre pietre; chi non riesce porta sul suo dorso il vincitore; quest’ultimo gli copre gli occhi con le mani. Il perdente deve camminare portando il vincitore fino a quando arriva, alla cieca, alla pietra che è chiamata pietra limite (δίορος)». Cito dall’enciclopedia Treccani.

[4] Carmen Gallo, Le Fuggitive, Nino Aragno Editore, Torino, 2020, p. 9.

[5] Il gruppo formato da questi testi, come esplicita il componimento di apertura, fissano il loro punto di partenza dall’osservazione di una statuetta custodita al Museo Nazione di Taranto, che rappresenta appunto due donne intente nell’antico gioco. Il distacco – quasi ironico – di questo sguardo è in realtà apparente e corrisponde invece al primo punto di rottura tra due piani della realtà: quello interiore e quello esteriore. L’uno sprofonda già nell’altro.

[6] C. Gallo, op. cit., p.13. Oppure: «Arrivano» / «Dove andiamo adesso?» / «Lontano» / «E come facciamo?» (p.16).  Da notare la laconicità e il ritmo di questi incisi dialogici, che ricordano inevitabilmente quelli del teatro di Beckett («Andiamo?» «Si andiamo». Non si muovono.). In effetti, come spesso nelle pièces beckettiane, anche in Godot si tratta di una coppia, Vladimiro ed Estragone. Sulle influenze di Beckett nell’opera della Gallo tornerò più avanti.

[7] Ivi, p 10.

[8] Ivi, p. 18.

[9] Forse molti più di tre.

[10] C. Gallo, op. cit., p. 14 (corsivi miei).

[11] «Ich bin du, wenn ich ich bin», da Lode della distanza, La sabbia delle urne, a cura di Dario Borso; G. Einaudi Editore 2016.

[12] Con questo termine si indica un tempo oltre la storia personale e oltre anche la storia collettiva: «un passato più lontano di quello che, alla portata del ricordo, si allinea sul presente» (Emmanuel Lévinas, Altrimenti che essere o al di là dell’essenza, Jaca Book, Milano, 2018, p. 181). Alcuni concetti, come questo o quello di soggetto-espulso o soggetto ostaggio, a cui mi riferirò più avanti con le dovute riserve, sono mutuati dalla filosofia di Emmanuel Lévinas. (Il concetto di espulsione in effetti è anche molto presente nelle opere di Beckett, autore di cui si parlerà nell’ultima parte della trattazione).

[13] In effetti si fatica a distinguere l’ospitante dall’ospitato, si fatica persino a delimitare la casa.

[14] C. Gallo, op. cit., p. 10.

[15] Insisto sulla indistinzione di genere attribuita ai pronomi a favore di una ricercata neutralità.

[16] La fuga e la liberazione, la minaccia e il soccorso: un’altra linea di confine viene leggermente spostata, non di certo cancellata.

[17] C. Gallo, Le Fuggitive, op. cit, p 16.

[18] «Dov’è il corridore che raccoglie la fiaccola e la passa al suo pre-cursore? I corridori devono essere tutti pre-cursori, e tanto più forti quanto più tardivi; e mai successori che, al massimo, si limitano a correggere e a confutare quanto è stato tentato in prima istanza. I pre-cursori devono essere iniziali in maniera sempre più originaria rispetto a coloro che li precedono (cioè vengono dopo), e, nella domanda da porre, devono pensare in modo ancora più semplice, ricco e incondizionato la stessa unica e identica cosa. Ciò che essi assumono raccogliendo la fiaccola non può esser ciò che è detto come «dottrina», «sistema» o simili, bensì è il necessariamente dovuto che si apre solo per coloro che, a loro volta, in virtù della loro abissale provenienza, fanno parte di quelli che sono costretti» Martin Heidegger, Contributi alla filosofia (dall’evento), Adelphi, Milano, 2007, p.396.

[19] Una sostituzione; a questo servono i pronomi, no?

[20] Perché no, è anche un gioco; un gioco in cui ci si può ferire e per cui devo sopportare il peso dell’altro, in cui devo istruirmi alla cecità, quindi a nuova visione.

[21] Il rapporto io-tu è in questo caso inteso principalmente come un rapporto io-io (interno). I casi in cui l’io-tu comprende l’altro al di fuori di me (il simile) non sono pertinenti al discorso, sebbene in esso rimangano chiaramente inclusi. Il rapporto noi-Loro invece ha a che fare con l’esteriorità e il dissimile, l’alterità-più-altèra, ciò che di cui più vorrei parlare (con vistosa fatica e innegabile impossibilità).

[22]C. Gallo, op. cit., p. 24.

[23] In cui le alterità possono finalmente incontrarsi, dialogare, scontrarsi.

[24] C. Gallo, op. cit., p. 27. (La ripetizione anaforica si protrae fino alla fine del componimento, ne riporto qui solo un breve esempio)

[25] Ivi, p. 31.

[26] Nel senso di luogo che appartiene ad una esperienza collettiva e non esclusivamente individuale. Nel senso anche di luogo abitato e infestato, certo.

[27] Samuel Beckett, L’Innominabile, Einaudi, Torino, 2018, p. 133 (corsivi miei).

[28] Ivi, p. 139.

[29] Al singolare.

[30] S. Beckett, op. cit., p. 142.

[31] Ivi, p. 87.

[32] C. Gallo, op. cit., p. 31.

[33] Ibidem. Anch’esso va imparato, il respiro, come una lingua. In una prassi poetica in cui lingua e respiro coincidono.

[34] S. Beckett, op. cit., p. 87.

[35] C. Gallo, op. cit., p. 18. Questi luoghi aperti che mostrano altri luoghi – luoghi altri – sembrano aver qualcosa a che fare con il concetto di radura heideggeriana, quel territorio chiaroscurale di “filtrazione”, che permette l’accadimento (Ereignis).

[36] Ivi, p. 16 (corsivi miei).

[37] Ivi, p. 19.

[38] «Ho trovato lo slancio / per rialzarmi e ho cominciato a correre. / Siamo andate lontano, fino a dove c’era fiato» C. Gallo, op. cit., p. 21.

[39] Ivi, p. 24.

[40] «Quegli stranieri dallo stesso cuore, ugualmente decisi per la donazione e per il rifiuto loro destinati. I detentori della verità dell’Essere in cui l’ente si eleva al semplice dominio essenziale di ogni cosa e di ogni respiro. I testimoni più silenziosi del più silenzioso silenzio nel quale un impercettibile spostamento toglie la verità dalla confusione di ogni correttezza calcolata per rivoltarla nella sua essenza: tenere velato il più velato, la vibrazione del passar via della decisione degli dèi, l’essenziale presentarsi dell’Essere». M. Heidegger, op. cit., p. 379 (corsivi miei).

[41] C. Gallo, op. cit., p. 24.

[42] Possono avvenire ma anche cadere, crollare al loro interno.

[43] «La tensione nominale di un sistema elettrico è il valore della tensione con il quale il sistema è denominato ed al quale sono riferite le caratteristiche elettriche di progetto e di funzionamento. La tensione nominale di un impianto elettrico civile (quello delle nostre abitazioni) è di 230 V, ma può subire variazioni, entro dei limiti contrattualmente stabiliti con il fornitore». Cito da Wikipedia (corsivi miei).

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