“Molti son li animali a cui s’ammoglia”: Dante, Inferno, Canto I, la profezia del Veltro

Di RICCARDO ZULIANI

Dante, Divina Commedia, Inferno I
«Molti son li animali a cui s’ammoglia,
e più saranno ancora, infin che ‘l veltro
verrà, che la farà morir con doglia.»

Celebre, forse anche troppo, è l’allegoria del veltro al canto primo dell’Inferno dantesco:
Questi non ciberà terra né peltro,
ma sapïenza, amore e virtute,
e sua nazion sarà tra feltro e feltro.
Versi che, se non inducono alle grida, rievocano senza dubbio certe atmosfere liceali, intrise di note a piè pagina e omelie professorali di basso profilo, lezioni di triennio volte all’esposizione, nei modi del borderò oralizzato, di tutte – o quasi – le interpretazioni offerte nel corso dei lustri: nessuna, va da sé, dirimente. A tal punto fatue, codeste litanie, che oggi comincia a prender piede, per questa figura, un’altra modalità di disvelamento: nella forma della praeteritio, il professore elenca le alternative più tradizionali, bollandole al contempo come inutilizzabili.
Addirittura, nei casi più accentuati, il docente si concede la rinuncia a priori, purché introdotta da aggettivo totalizzante: sul veltro sono state proposte tutte le identificazioni possibili, ma per questo stesso motivo…
Ecco epitomata la tradizione del veltro liceale: da tutto a niente, tenendo però a precisare che è proprio a causa del tutto che si è passati al niente.
Insomma, il veltro non si sa chi sia, benché su che cosa sia non sussistono troppi dubbi: è un cane, verosimilmente da caccia, agile e prestante, e simile al levriero. Orbene: in una questione di simile caratura, calpestata oramai da chiunque, chiunque dovrebbe ben guardarsi dal ficcarci il naso, onde evitare pubblico sberleffo e fischi d’estenuazione.
Al contempo, forse, si può sperare di passarla franca, vista la profondità del mare in cui ci si immerge con quel poco di massa che si ha a disposizione: è sufficiente tuffarsi stando in posizione eretta, nessuno spruzzo a importunare i bagnanti vicini.
Ebbene: il veltro che è tanto difficile a identificare nell’allegoria quanto scontato alla lettera, nell’altro passo dantesco in cui compare, pare tanto confermare la lettera da far insospettire sulla sua legittimità:
Di rietro a loro era la selva piena
di nere cagne, bramose e correnti
come veltri ch’uscisser di catena.
Canto XIII Inferno, selva dei suicidi: va be’.
Importa semmai rilevare che, oltre a ricomparire la selva, s’affacciano a testo pure le nere cagne: le quali, non sono bramose e correnti di per sé, ma a partire dall’associazione coi veltri scatenati: cagne scattose come scattosi sono i veltri. O ancora: cagne scattose come cani scattosi. Il che, se non vuole, in un afflato di femminismo ante-litteram, restituire al sesso debole ciò che, da tradizione, pertiene al maschio, tende verosimilmente a dire ciò che dice: cani simili a cani.
Cosa che, del resto, viene confermata dall’utilizzo neutrale col quale, a segnalare ambo i sessi, si utilizza il maschile: se discetto sulla di me cagna, è ben probabile rinunci alla specificazione del genere, fruendo del più comodo, e meno colorito, sostantivo maschile: è il mio cane; anche se femmina. In caso contrario, invece, a utilizzare il termine cagna m’indurrà la connotazione, in genere spregiativa, che vorrò donare all’appellazione: la cagna è famelica, lasciva, procace; anche se maschio.
Il veltro, da par suo, potrebbe ben sottostare a regolazioni consimili: maschio o femmina che sia, rimane veltro; e se mai fosse veltra, non per forza sarebbe donna. Dunque, dicevamo: cani come cani. La qual similitudine, ben si vede, soddisfa in modo completo il criterio del tertium comparationis: perché la figura retorica si fregi di convenientia, dicono gli studiosi dello stile, bisogna che la qualità in comune tra figurante e figurato sia il più possibile verificata; dove a coincidere è la sostanza intiera dei membri, pare insomma che la figura sia riuscita più che mai.
Quando, poi, si prendesse in esame qualche altro campione congenere, la disanima di cui poc’anzi acquisterebbe in verosimiglianza. Al canto XII d’Inferno, rimbombano i seguenti versi:
Qual è quel toro che si slaccia in quella
c’ha ricevuto già ‘l colpo mortale,
che gir non sa, ma qua e là saltella,
vid’ io lo Minotauro far cotale.
Ora, a prescindere di dove si collochi la parte taurina del Minotauro dantesco, non vi sono dubbi sul fatto che il medesimo, quantomeno per metà, coincida nei fatti col corpaccione d’un toro: il che, allora, ci dice che il mezzo-toro infernale, dinanzi a Dante, si atteggiò come un toro fatto e finito. Meglio: un mezzo-toro fu come un toro. Tertium comparationis quasi impeccabile: venisse fuori che il Minotauro di Dante fosse tutto e solo toro, beh, qual similitudine fu mai più azzeccata?
Ma si potrebbe continuare: anzi, continuiamo; per almeno un altro caso. Canto XXV, sempre Inferno:
Come ‘l ramarro sotto la gran fersa
dei dì canicular, cangiando sepe,
folgore par se la via attraversa,
sì pareva, venendo verso l’epe
de li altri due, un serpentello acceso,
livido e nero come gran di pepe;
Ebbene, non credo si scandalizzerebbero troppo le persone (magari gli zoologi sì; ma Dante, più che zoologo, era Dante: dunque una persona, come me, come te, come chi non si scandalizzerebbe troppo…) se s’affermasse che un ramarro è un serpentello dotato di zampette. Ora, è vero che le figurazione di Dante comprendono, oltre alla bestia raffigurata, pure una sua azione, che è parte integrante della similitudine: ma quant’altri animali mai avrebbe potuto selezionare, in atteggiamenti semblabili, se non del tutto equivalenti? Dunque pesa, il fatto che sia ramarro.
Il qual serpentello zampette-dotato, a non considerare altro, sembrerebbe già sovrapporsi per buone parti al serpentello che deve figurare: se non fosse per le zampette… Solo che, ecco, questi arti mancanti, dopo qualche verso di suspense, giungono inequivocabili:
e i due piè de la fiera, ch’eran corti,
tanto allungar quanto accorciavan quelle.
(…)
Poscia li piè di rietro, insieme attorti,
diventaron lo membro che l’uom cela.
Orbene, uno zampettato serpentello prelevato dal suo ambiente per rappresentare un serpentello zampettato.
Del resto, quello in questione, è il canto delle metamorfosi reiterate, quelle cioè impossibili a compiersi all’infuori della pagina:
Vedi che già non se’ né due né uno».
Già eran li due capi un divenuti,
quando n’apparver due figure miste
in una faccia, ov’ eran due perduti.
Se, attraverso la parola, certi accostamenti sono concessi, e anzi evocano a suon di rimandi e riflessi ciò che nella realtà e financo nell’immaginazione è interdetto, poiché irrappresentabile, ecco che le sovrapposizioni tra membri retorici coincidono, ai fatti, con quelle tra personaggi:
Ogne primaio aspetto ivi era casso:
due e nessun l’imagine perversa
parea; (…)
La similitudine perfetta, al fondo, non è che tautologia: con l’accorgimento, fondamentale, che vede nella tautologia molto altro rispetto alla mera ripetizione.
L’inacessibilità di certe immagini, troppo irreali per essere visionate, viene resa essa stessa un’immagine: onde il rimando a sé dei membri, i quali diventano figuranti e figurati al contempo, sostituibili tra loro ma insostituibili di per sé.
È come se, alla fin fine, Dante dichiarasse a chiare lettere ciò che, dopo secoli di sforzi disumani, si è intuito per esaurimento di risorse: il veltro è il veltro, e l’allegoria di cui si fregia non rimanda ad altro che a sé. Non cercatelo, or dunque: non sta all’infuori del testo, l’animale; è anzi a esso congenito, e ivi solo può proliferare. Non prelevatelo: ché lo ammazzerete; e lui non va ammazzato: poiché è importante.
Così come s’è colto l’ammicco del Durante poeta, verrebbe fatto di pensare che tutte le interpretazioni siano allora da liquidare nel torno di una rinunciata praeteritio, l’imminente tappa del percorso esegetico professorale: si potrebbe anche pensare che il veltro alluda a qualche cosa di specifico, ma non ne vale la pena… Infatti, Dante stesso ci spiega, altrove, che il veltro non è altro che il veltro: un cane, cioè.
A patto, vivaddio, che il significato di veltro sia davvero da riscontrarsi in quello di cane. Così non fosse, bisognerebbe subito armarsi di nutrite enciclopedie dantesche, e ripristinare tutto ciò che, per una svista dei significati, venne sprezzantemente, e quindi ingiustamente, accantonato.
Chi diavolo ha detto che il veltro è un cane?

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