“Il misantropo dei Sargassi”: intervista ad Andrea Mella ed estratti

A cura della REDAZIONE

Il Misantropo dei Sargassi è un titolo che incuriosisce, facendo subito volare la fantasia a Jules Verne, a un mondo fatto di avventura, esplorazione, fascino, coraggio ma anche di pericolo, difficoltà. Che cosa rappresenta il titolo nel caso di questa raccolta?
AM: Mi fa piacere che il titolo suggerisca un viaggio periglioso, tormentato, avventuroso. Altro non è che il viaggio della vita, in fondo. Ho voluto raccontare il punto di vista di un misantropo che si muove nei territori comuni alle poesie che compongono la raccolta, e cioè quelli lambiti dalle acque, siano essi barene, isole, porti, argini di un fiume, città attraversate da un canale, dove l’elemento acqua diviene inevitabilmente simbolico.
Il mar dei Sargassi, è il mare mitico dove inizia e si conclude il ciclo vitale delle anguille. Mi sembrava la giusta metafora di quello che, a seconda delle credenze, può essere definito come il luogo di origine e destinazione della vicenda umana. L’ispirazione è stata alimenta anche dalla poesia L’anguilla di Eugenio Montale: racconta un animale vitale, quasi magico, che filtra tra “gorielli di melma”, giungendo nei nostri fossi, fino ad accendere un “guizzo nelle pozze di acquamorta”: una poesia che vive di contrasti, laddove un animale così sventurato può diventare simbolo di forza e spinta verso un connaturato istinto di conservazione. Il Misantropo, proprio perché solitario e distaccato, riesce a cogliere sempre questa desolazione, la trasforma in consapevolezza e in denuncia, e lo può fare solo nella misura in cui si sottrae ai rumori di fondo della vita, alle dinamiche delle mode o degli adempimenti obbligati della quotidianità, eradicandosi quindi, e allenando lo sguardo.
Ebbene, mi intrigava l’idea di combinare il punto di vista dissacrante e disincantato – seppur temperato da un sarcasmo che può donare qualche pausa di serenità – del misantropo con una dimensione rarefatta e in qualche misura mistica, pronta ad accogliere un destino che accomuna tutti (“siamo dei Sargassi e là torneremo”).

La raccolta è organizzata in tre sezioni: Incerte maree, Transito, Il Misantropo dei Sargassi. Me le racconti?
AM: Del Misantropo dei Sargassi ho già detto prima. Incerte maree raccoglie alcune poesie scritte in un decennio. La maggior parte di queste nasce dai tragitti narrativi di Marittimo blues, il mio esordio letterario: sono per questo intrise d’acqua, non soltanto quella che bagna le coste dell’alto Adriatico, ma anche quella dei fiumi, delle pozzanghere, dei rigagnoli e della pioggia. Il filo rosso che lega i lavori è quindi, prima di tutto, l’acqua. Completando la riflessione attorno a questo elemento non potevo esimermi dal riflettere sui drammi del nostro mare, oggi, ossia sulle tragedie dei migranti che li attraversano per cercare di raggiungere un luogo di pace e prosperità. Così ho pensato di inserire, senza per questo stonare, nella raccolta il poemetto Transito.

Il poemetto Transito è un po’ il cuore della raccolta. Affronti la tragedia dei migranti con un registro alto, mai banale, scontato e che non si concentra sull’aspetto più emotivo. Come entra la tua esperienza personale nella tematica oggi sempre più al centro del dibattito politico/mediatico?
AM: Il tema è epocale, non può non essere ignorato o tralasciato. All’indomani della tragedia di Lampedusa del 3 ottobre 2013 pensai che ciascuno di noi, raccogliendo le forze che ha a disposizione, avrebbe dovuto fare qualcosa quantomeno per alimentare il dibattito o denunciare quello che stava accadendo. Io, nel mio piccolo, ci metto le parole, con convinzione: ho composto questi versi come una ode civile, con molto rispetto e anche con grande paura, paura di non essere all’altezza di rappresentare un dolore così travolgente e attuale.

Il linguaggio non cerca la facile emozione ma costruisce, specie nel poemetto, un crescendo drammatico, una sequenza quasi fotografica di azioni. La ricerca di un linguaggio “alto” ma non artificioso, d’effetto, sembra naturale, come sei arrivato a questa maturità?
AM: Credo che derivi dalla lettura, principalmente. E poi da un certo gusto di giocare con le parole, soppesandole, scoprendole, gustandone il suono. Ogni parola è un epicentro, un termine particolarmente evocativo può far deflagrare un’emozione, costituire addirittura l’inizio di un componimento poetico. Infine, credo che il lavoro di bottega, per così dire, compiuto durante il percorso di studi e la pratica forense mi abbia costretto a confrontarmi con un linguaggio intriso di parole, dalle quali attingere per cercare significati precisi. Mi piace l’idea di un poeta come un farmacista d’altri tempi, che pesca l’ingrediente giusto, secondo una proporzione segreta, dai barattoli delle spezie. Oppure come un liutaio che bussa sul legno per sentire il rintocco e valutare con attenzione la tonalità che ne esce.

Ci sono poesie a cui sei particolarmente legato?
AM: Un autore non vorrebbe mai fare figli e figliastri, come si suol dire, ma la domanda mi costringe a cercare una risposta. Ed è una sfida che accetto di buon grado. Di certo Il mare è un segmento è una delle mie predilette, la composi a Genova nel 2006 e rappresenta forse l’inizio di un lavoro più consapevole e maturo. Non a caso apre la raccolta. Poi Una monetina: prende spunto da una storia di emarginazione, una donna incontrata a Treviso, che mi domanda, tendendo la mano, lo sguardo profondo e sbilenco, una monetina, per l’appunto. Ancora L’Erba del diavolo, L’infermiera del Cattinara, La letteratura medica sulla sinusite cronica e La tabellina dei mali, emblematiche per quel bisogno di esplorazione della malattia e più in generale del corpo quale entità transitoria, come rileva con precisione Filippo Parodi nella nota di lettura. Da ultimo, non possono non segnalare Transito, non fosse per la gestazione sofferta e per la portata, potrei dire: civica, del messaggio che cerca di trasmettere.

Lasci il lettore con un non-finale, consegnandogli una poesia che non risponde a domande ma moltiplica gli interrogativi. Che funzione svolge la poesia oggi per te? Che peso ha nella vita quotidiana?
AM: Indispensabile consegnare al lettore un non-finale, a mio avviso. È l’unico modo per far sì che le storie continuino a trotterellare nella mente di ciascuno, creando scompiglio, generando dubbi od originando un epilogo personale.
Quasi impossibile rispondere alla domanda “che cos’è la poesia?”, ma la poesia deve essere anzitutto una evasione da ciò che è scontato, una combinazione di ritmi e parole che sposta il punto di vista e crea vie di fuga: dall’ovvio, dal senso comune e dalle trappole delle risposte banali. Per me tutto nella vita quotidiana trova una traduzione nella poesia. Se penso ad inviare un curriculum, ad esempio, mi tornano alla mente subito Cambiare ditta di Giudici e certi passaggi di La ragazza Carla di Pagliarani. Per non dimenticare la Szymborska! Se entriamo in una stagione, quasi sempre affiorano nella memoria dei versi che me la spiegano, dando un colore ad alcune pieghe nascoste; penso ad esempio a Natale e non posso scinderlo da Brodskij: “Siamo tutti, a Natale, un pò re Magi./Negli empori, fanghiglia e affollamento…”.

ESTRATTI DALLA SEZIONE INCERTE MAREE

IL MARE È UN SEGMENTO
Genova 2006

Il fondale degli occhi sopporta
la durezza a fiore del viso
incapace
di assorbire i lividi.

Il mare è un tratto chiuso
e l’infinito
una menzogna intollerabile.

Ci sono gradini
sul volto della donna
che ha percorso ogni giorno
per servire al bisogno.

E le occhiaie sono brocche
che tengon dentro l’acqua
fino all’orlo.

Il mare è un segmento
spezzato dal vicolo
se i panni stesi
non lo serrano a tradimento.

I BAMBINI DI MARE

I bambini di mare imparano
a spaccare la testa dei pesci
sugli scogli
e sanno fare le esche, i nodi più rari.
Ai bambini di città insegnano
a parlare al telefono
per avvisare, dire quando rincasano
dopo la partita al campetto
e studiano, da grandi, per suturare
e aggiustare atomi ed ematomi.
I bambini che stanno sul mare
hanno bocche salate, saltano
le misericordie e infilano
le dita nelle nasse.
Sull’asfalto invece si scivola e se non
stai attento ci si sbuccia la pelle
come quando stai fuori in barca
sotto il sole
per milioni di ore.

NON AL VENTO

L’africo spira sul versante, spinge
e dirige i sogni nella stanza delle farfalle
duole il ventre, duole dire buonasera.
La sabbia è la nostra materia polverizzata.
Non al vento tocca placare
i riflessi dell’iride
ma a carezza di spuma che non conosce
vortici.

NOMADI

Nomadi possono essere solo gli sguardi.
Le carezze bagnate dalla pioggia furono
poltiglia destinata a seccarsi nel mezzogiorno.
Quell’acqua senza sale, dal cielo, abbandonata
in rivoli, incapace di misurare la sete; acqua,
dal cielo, senza santi, stinta.
Fummo spiriti fuggiaschi,
quasi d’anima catafratta,
fino a trattenere gli sbadigli.
Nessuno disse come il ponente scappasse
nudo, a destra, dietro l’evidenza dello scoglio.

UNA MONETINA

Spiccava una croce sulla crocchia
un saliscendi di rughe in fronte e
poi: una casupola appoggiata male.
Sembrava sul punto di cadere
solo ad aprire gli scuri.
Ci vuole cautela anche a sciogliere
i capelli, che sono belli, (un principio
di candore come un colletto liso)
e quando prendono la pioggia
diventano muschio da respirare.
«Mi serve moneta per il parcheggio
ho parcheggiato una figlia nella pazzia
e voglio sia tutto regolare,
secondo legge e quello che vi pare
una monetina, per favore».

SOLŽENICYN AL SUPERMERCATO

Ho visto Solženicyn al supermercato
girava tra i banchi dell’ortofrutta, i sandali
strisciati sul linoleum; nel carrello
aceto di vino
bianco. Sembrava stanco
si fermò ai salumi, prima di contemplare
la tundra delle dimensioni.
Schivava i tralicci, perso
nell’arcipelago di vuoti a rendere.
A rendersi conto di quella parata
c’era da impazzire: code e fretta
alla cassa, grazie senza rimpiazzi.
Nel padiglione degli sconti regnava
l’allegria disordinata-ordinaria
guarda quello, costa poco
e quell’altro! Da abbellire il tinello.
Intanto il salariato gettava la cotenna
nel precipizio dei secchi
il ciclo della vita, diceva:
dammi una cicca.
Solženicyn si stupì di trovare
libri e dizionari vicino ai detersivi.
Riprese a perlustrare quei corridoi
lisci come steppa. Pensò “di questi tempi
nessuno ha più la barba alla mia maniera”.
Una mamma, accanto al frigo
inventava la cena della sera.
Ogni bocca stufa parlava
al cellulare, e tu, dietro lo scaffale,
misuravi le parentesi, le borse piene
di digressioni, la noia.
Ecco i surgelati, li ho riconosciuti:
pensavo si scongelassero nelle domeniche di sole
invece il ghiaccio andava sempre,
passato e presente, dentro e fuori le scatolette.
Pulsavano le tempie davanti alle insegne.
E i rumori? I rumori entravano tutti
gli sghignazzi dal piazzale, più un temporale.
Non è questa la torba buona, la betulla che consola.
Spiriti a terra, troppa miseria; una minestra
di superlativi: tutto bellissimo.
Fossimo un patronimico, piuttosto.
Figli di mondi, paci.
Questo voleva urlare:
figli di terra, fiumi, pace, mondo, senza superlativi.
Annodati, contaminati, così come siamo
tutti rinchiusi nell’orto umano.

ESTRATTI DALLA SEZIONE IL MISANTROPO DEI SARGASSI

I

Sono ore di cuore nel bitume
eppure io scorgo solo il frinire
dei corpi.
Non è di spazio che ho bisogno
a me basta: il tempo.
Il filantropo, si sa, lo fa per tornaconto
sfida il male con la ricompensa
e il male, il male resta
in sella, bene allacciato.

II

Lo so, non trovo nessuno tanto sincero
da dire: hai torto a stare rintanato,
malpagato, nell’orto fatto di mura, carta
e videoterminale; nella periferia, circondato.
Sul curriculum non l’ho scritto
meglio tacere le inclinazioni
nessuno conosce le virtù del ritiro
i litri di vino stillati nello sfintere
il rodimento vivo e mai palese
il riordino, la ritirata
nessuno conosce più il greco, la lingua, se non i greci
ma quelli hanno il mare e il miele per condire
la malinconia.

III

Hai detto che sei felice col pensiero
che esprimi anche solo guardando l’acquario,
o un vaso di Venini: perfetto coordinato giallo,
l’esaltazione per le acque terrene.
E irridere gli ossimori è diventato mestiere
ma io ti avevo avvertito – prima che piangessi,
prima che si rompesse la porcellana della bambola
bambina – siamo dei Sargassi
e là torneremo.

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