L'uomo Asino dei nostri tempi
L’uomo Asino dei nostri tempi

Di VLADIMIR D’AMORA

 

Fenomenologia di Stupidus

A comprendere penetrare aggirare raggirare – un qualsivoglia fenomeno, e anche, se non soprattutto, un fenomeno, delle apparizioni qualsiasi – buona regola – è una regola anche stupida, quindi… – potrebb’essere quella di fare (una proemiale stupida…) attenzione alle sue manifestazioni linguistiche, alle sue forme anche nella lingua qualunque ordinaria.

Come per lo più ricorre, nei nostri modi dal dire, la parola e l’idea della stupidità?

Che stupida! – Sei uno stupido…!

Questi sono due modi dal dire, i modi dicibili detti della (nostra) stupidità, e forse addirittura da una Stupidità – che potremmo intendere entrambi come frasi interiettive, come esclamazioni, e ci dicono che forse il fenomeno e l’idea della stupidità che noi frequentiamo e che produciamo, di cui siamo spettatori e anche parte, ecco che per noi tanto significano, anzi, esprimono una prossimità, una vicinanza tale da confondersi con una identificazione – quanto segnano il tracciamento di una distanza, l’evidenziare una differenza: come se la stupidità ci fosse occasione e spazio per riconoscerci e, insieme, essere riconosciuti.

La stupidità come – come l’occasione, il tempo opportuno, il kairòs, una sospensione del tempo, della ordinarietà del tempo, per e in cui dire un fatto come: fatto – il fatto, se non l’unico fatto, del nostro essere sociale, del nostro vivere con l’altro: sia nella alterità degli altri, sia nella alterità che ciascuno di noi vive con se stesso…
Perché, se a un ritorno, a un tornante del mio essere, se ritornando sui miei passi, se ripercorrendo la strada compiuta, mi soffermo e prorompo in un che stupida!, ecco che io riconosco di essere come abitata da altro: di essere stato, di essere anche quella stupidità di cui per lo più mi tengo a distanza solitamente, quando sono disposto tuttalpiù a offendere un altro bollandolo – chiuderlo… – come stupido…

Quindi, la stupidità, nella lingua, nel linguaggio più o meno consapevole, nell’uso anche violento da una lingua retto, è come comprensibile – la comprensibilità appunto tra la violenza della contumelia e l’usare, per la nostra mancanza a noi stessi, quanto verso l’altro da noi sappiamo con violenza esibire…

Antichità: lo stupido ellenistico, peripatetico, comico: lo stupido è – che non è – volente: senziente: intelligente – lo stupido è un non-essere: è come una specie di potenzialità, che precede ogni effettiva realtà, in cui sia osservabile rilevabile sperimentale un uomo: ma la lingua dello stupido di una alessandria d’egitto imperiale e imbastarditasi alle atene nere: è energia: operatività già… Perché la stupidità, forse già in questa grecia posteriore e artificiale: ma è la greci dove nascono le filologie: le critiche preso i poeti…, è il campo di una tensione che il reale lo mette prima d’ogni possibile e forse anche nel possibile stesso… Lo stupido antico: un non-essere: è – come – una specie di disattivazione, sospensione, di tutto ciò che un uomo è stato e si crede sia stato nella totalità delle sue manifestazioni vitali, politiche: biologiche come razionali, naturali quanto culturali…

La stupidità è sì, quindi, negazione di prerogative tipicamente essenzialmente umane, ma è anche come un vuoto: una cesura – tra quello che si è già da sempre a sempre stati, e quello che si può, potrebbe essere, che si sarà: la stupidità è terra sì, ma nullius: zona grigia opaca certo, ma anche aperta sgombra, tra il passato e l’avvenire: è il presente come lo spazio e il tempo vuoti in cui ci possiamo collocare e riconoscere tra l’era e il sarà. E questa vacanza, queste vacuità nel tempo che la nostra vita è, potrebbe essere proprio ciò che ci costituisce più intimamente: siamo stupidi perché siamo fatti non solo di reale, ma anche di possibile: e ciò che forse di noi che più temiamo, perché sempre dobbiamo riconquistarlo imparando a stazionare in esso, perché poi dimorare qui è un essere dinamicamente vivi, è insieme proprio ciò cui ricorriamo per ferire l’altro da noi: per offendere: bloccando l’incapacità dell’altro in una denominazione che vorrebbe come eternamente congelarla: medusizzarla: gorgonizzarla, questa incapacità: im-potenza…

Quando all’altro da me do dello stupido, lo sto ipnotizzando col ridurlo a stare nella sua possibilità, nella sua stupidità, come in una gabbia senza sbarre: in una liquidità: in una pochezza che però imprigiona: vincolo stupido della stupidità: del potere sulla e della stupidità… Una pochezza, che la parola stupido scagliata contro come una rete, una pietra senza tragedia anche…, rivela essere quasi difficoltà insormontabile… Se sono offeso come uno stupido, sono offeso nel modo appunto più stupido: cioè la irrisoria portata della parola mi ferisce con quanto apparentemente c’è di meno acuminato e consistente e positivo: sono offeso, negato, proprio con una negatività!!

Altre Antichità:

1. stupidità sacralizzata, il dionisiaco: poi il folle: fool il buffone di corte, la pazzia, già la mania platonica, quindi la filosofia stessa, che sarà smania anche alle uscite delle caverne… comunicanti… – lo stupore, cioè il permanere nella meraviglia, ammirando istupiditi appunto, perseverando nella sventatezza, restare a vento, nel navigare a vista senza un calcolo, senza scienza: la soglia tra l’ignoranza e il sapere: soglia demonica: insistenza ripercussività: agio: libertà nel e del proprio – senza il e la fine…

2. scandalo della stupidità: lo stupido come risorsa eversiva: di una eversione la cui arma è la stupidità: arma spuntata: arma totale…

Cristianesimo: la potenza nella debolezza – il reietto: il non-capace – come l’unica utopia: l’utopicità stessa.

(Antichità: la stupidità, di ogni dialettica, della fondamentale dialettica perché ci sia una opposizione essenzialmente dirimente, è parte – ma è la parte che genera la dialetticità stessa: è l’alveo, l’aver luogo stesso della dialettica, dello smarrirsi della stessa stupidità nella sua valenza negativa: il suo negare la potenza, la capacità, la competenza, la specializzazione, la professionalità, e il suo essere da un potere, dal potere che sa e che si sa, negata: negata da una, a partire da una egemonia…).

3. la stupidità come negazione di tutto ciò che è ordinariamente tipicamente il buon uso dell’umanità, dell’essere essere umani nella valle di Tyche: il negare l’egemonia caotica della Fortuna, la ipostatizzazione divinizzante il caso, ricorrendo a comportamenti e azioni non valorosi, non validi, non all’altezza di una norma, di una normalità media: di una idea etica dell’umano – negazione del caso non opponendogli una tecnica, un saper fare, una capacità kairologica; ma spostandosi entro l’umano: deviando l’umano dalla norma: dal metodo: dalla via luminosa della verità… Lasciando scorrere chronos senza chirurgicamente fermarlo in un intervento efficace salutare salvifico: lo stupido si oppone alla Fortuna opponendole l’opposizione sua alla buona, conveniente, opportuna, normale condotta – quindi, lo stupido vive, deve vivere, comparire nella società: nel cuore pulsante del vivere insieme; e nella comunità lo stupido appare (come una) sospensione del miglior stare insieme: della sua, anzi, delle sue economie…

Se il saggio ellenistico, stoico come epicureo o scettico, ripara, contro Tyche, in negazioni e sospensioni comunque messe a lavoro, comunque funzionalizzate appunto al miglior, al più saggio fronteggiare la casualità caotica del mondo senza città, senza centro, del mondo-città, apaticità e atarassia e epoché come riserve di potenza e di potere – lo stupido non fa fondo della sua im-potenza… Piuttosto la espone come tale, nel cuore stesso del potere.

4. lo stupido danza: lo stupido non ha posture (storiche, sociali…): lo stupido gesticola: è un gesto – il medio, anche un demone e/o un genio, tra la potenza e l’atto; ma medio non come operatore di hexis/habitus, come continuità della virtù, della capacità, del gioco al rialzo della virtù e della superiorità (aretè), in cui si risolve la felicità, quella demonicità, divinità, trascendenza riservata alla finitezza mortale, ossia alla sapienza consistente nel suo stesso tendere a essa – piuttosto: medio attualità realizzazione di una potenza di potenza: l’attardarsi della potenza in una impotenza, in una impossibilità: lo stupido può certamente, lo stupido certamente non ha potenza né potere, ma è la potenza, quindi, che trapassa in un atto, in una azione che nega ogni atto, ogni azione: lasciandoli girare a vuoto, abbandonandoli alla loro vanità, vacuità – stupidità. La quale, quindi, è il gesto come lo stupido permanere del possibile come imperfezione dell’azione.

Dopo ogni e l’Antico

1. lo stupido è l’incapace – per lo stupido c’è il posto dell’inefficienza: c’è la posizione – il positivo: l’imposizione… – della competenza, quindi, la sua deficienza, il suo difetto, il suo venire a meno di competenza: lo stupido non vale: non ha valore: è ciò che, per essere, abbisogna della fissazione di valore, della posizione – alta – di un valore – riconosciuto. Di nuovo conoscibile… Lo stupido è riconosciuto dal valore riconosciuto come il riconoscibile: come (l’)altro dalla riconoscibilità: dal valore – a partire da un’egemonia è la stupidità: c’è sempre un potere, il valore di un potere, il potere che fissa un valore, che è la sua fissazione di e in valore, a giudicare: a separare lo stupido, a separarsi dalla stupidità!

2. muore Dio: muore lo stupido – senza valore, lo stupido non è riconoscibile: non ha potere lo stupido, quando il potere si secolarizza, quando si svaluta… L’imporsi di un depotenziamento di potere, compone la stupidità come qualunque: come singolarità analogica – senza l’anomalia del potere: è, la stupidità, l’anomalia irreperibile disseminata – impiantata…

Nel mondo in cui il cadavere di Dio tarda a chiudersi nella sua morte, in cui il suo tramontare resta indecidibile, e irreciso dalla sua stessa fine, nel mondo dei simulacri non solo di Dio, ma della sua stessa morte e del suo stesso infinito finire, lo stupido è ovunque: è la riserva del luogo, di ogni posizione, di ogni posizionamento sociale, di ogni imposizione (,) della storia come inapparenza: ordinarietà del qualunque inassegnabile perché senza eccezione consegnato: imposto: sovra-posto – dal basso.

3. morto dio, un dio, ogni dio: morto il valore di dio: valendo il nulla di un dio, di una immagine di un dio – la stupidità è la danza non segreta del pubblico: della massa che è ogni volta politica a partire dalla sua movimentazione totale, senza residui: ogni volta senza supplementi e riserve fondi a partire dallo sfondamento di ogni resto, un resto ogni volta non restante.

Il pubblico danza nel segreto confessabilissimo di un circuito di potere – di un circuitarsi del potere nelle sue immagini: la pubblicità lascia girare a vuoto il possibile del gesto, del corpo: del linguaggio – congela il possibile come tale, lo chiede e chiude nella sua possibilità e ulteriorità: lo condanna a esporsi e a disattivarsi in una presenza, le cui smagliature e vacanze sono cripte il cui accesso è segnalato dalla targa: qui, dove non si entra, già siete…

Il gesto della pubblicità è stupido perché lascia che l’inapparenza, una finitezza non sia a rischio: non viene attraversata da alcuna testimonianza che lasci essere l’avvenire di una estinzione.

La stupidità è, ora, il dominio della sacralizzazione di una vita da cui non si esce, se non per tratti immagini torsi lacerti frame: schermi di rimandi: riferimenti di riferimenti: danze macabre di una violenza senza resto: senza cenere: senza memoria: senza tempo. Ogni volta di nuovo istupidita: privata del suo permanere nella restanza.

(morto dio, morto ogni dio nel suo feticismo – questa scena di una impossibilità di copulazione, congiunzione: di ogni Messa anche parodiata e parodiante: impossibile come il rivelatore (fotografico quasi) di una proliferazione di simulacri e di simultaneità con la scimmia sloggiata anche dagli zoo… – è la scena di Lager: di una piazza polemicissima e politicissima in cui un corpo gesticola il suo schermare ogni egemonia: su corpi anche tacitamente, non silenziosamente, acclamanti in un girotondo: in un ritornello: in una ripetizione delle mani che lavorano: che calcolano: che uccidono: che com-prendono – in una piazza, anche coperta, le cui uscite sono senza guardiani – forse angelicamente stupidi: burocraticamente istupidenti – e istupiditi?)