Di LENI REMEDIOS

 

Non avrei mai immaginato d’incontrarlo in questa veste.

Il sonno tardava ad arrivare. I pensieri si arrotolavano con me nel letto punzecchiandomi fra le lenzuola.

Mi alzai per recarmi in cucina, nell’illusione che lo sforzo minimo di prendere un bicchiere d’acqua fornisse la stanchezza fisica sufficiente a domarlo una volta per tutte, quel flusso di coscienza instancabile.

Tornai a capo chino verso la camera e fu lì che me ne accorsi.

Nella penombra del corridoio captai una dissonanza, un disturbo di frequenza.

La mano tremava, ma era decisa. E con decisione trovò subito l’interruttore. La luce portò a rivelazione l’alito della notte: la familiarità dei contorni era dissolta, la mia quotidianità violata.

E così è questo che succede quando le luci e gli sguardi si spengono.

La mia casa non era più mia, gli oggetti intorno non erano più miei.

L’Io possessore delle cose si sentiva ora un intruso in un mondo alieno.

Le pareti erano rigonfie: l’umidità era penetrata a tal punto sotto l’intonaco rosso che enormi bolle emergevano in superficie, gigantesche vesciche piene d’acqua che si gonfiavano e sgonfiavano al ritmo di un respiro. Al culmine di ogni inspirazione scoppiavano rilasciando a terra l’orribile liquido.

Se così era il corridoio, cosa mi doveva aspettare in camera? La “mia” camera. Il “mio” spazio. Ora lo temevo pur nella sorprendente eccitazione. Così come si può temere e bramare la buia foresta incantata nelle fiabe di Andersen. La mano trepidante di prima, con la stessa decisione con cui aveva trovato l’interruttore, spinse la porta, prima che cambiassi idea.

Anche nella mia stanza le pareti respiravano, sempre più affannate. Sembravano quasi ribollire.

Bisognava chiamare la padrona di casa: il manutentore avrebbe fatto qualcosa.

E lì lo vidi, Mister Morte, accoccolato per terra ai piedi del mio letto.

Era piuttosto rilassato, le ginocchia riposte da un lato. Stava guardando fuori dalla finestra, da dove l’alba gettava timida i suoi primi vagiti di luce.

Si voltò verso di me impassibile, come se nulla fosse. Lo scenario intorno lo lasciava intoccato.

Avrà avuto sui dodici o tredici anni al massimo, i capelli castani corti a caschetto, il viso pallido e lievemente tondeggiante: una fisionomia tutto sommato molto sciatta. Non avrei mai creduto che avesse un aspetto così ordinario.

«Che ti aspettavi?» mi chiese leggendomi nei pensieri. Aveva una voce adulta. «Secoli di iconografie sempre uguali vi hanno distrutto l’immaginazione»

Aggrottai le ciglia: non capivo.

«Non penserai davvero che nasconda falci e teschi sotto il tuo letto?»

Il suo sarcasmo mi ferì.

«Perché mi guardi così?»

Un’occhiata veloce allo specchio mi aiutò a comprendere il senso della sua domanda. Avevo gli occhi sgranati ed un pallore mortale addosso. Tuttavia, pensai, avrebbe dovuto essere più lungimirante: non capita tutti i giorni di ricevere Mister Morte in casa.

Dato il ruolo che ricopriva, pensai che gi avrebbe fatto piacere entrare subito nel vivo di una conversazione filosofica.

«Il cucciolo di tigre» esordii «deve imparare fin da subito, se vuole sopravvivere, a camminare di soppiatto tra gli sterpi, senza far rumore alcuno, per non farsi udire dalla preda».

Mi osservava perplesso, ma ascoltava in rispettoso silenzio.

«La volpe deve imparare sin da subito, se vuole sopravvivere, a scappare via veloce per non farsi acciuffare dai predatori più grandi. Ora, se la tigre deve affinare le proprie abilità predatorie per essere tigre e la volpe deve affinare la propria furbizia al fine di essere volpe, che diavolo deve affinare l’uomo per essere uomo?»

Posso anche sbagliarmi, ma il silenzio che seguì il monologo colorò le mie parole con un velo patetico che non avevo preso in considerazione. Eppure mi sembrava tutto così importante.

Continuava a guardarmi di sotto in su, finchè con un cenno del capo m’indicò la cucina all’estremo opposto del corridoio: lì mia figlia si aggirava inquieta, saltellando di qua e di là con piede nervoso.

«Non vedi che ha fame? Vuoi che si metta a frignare da un momento all’altro?»

Tornai verso la cucina con la coda fra le gambe. Nella testa avevo ancora tigri e volpi, ma gli occhi disperati e vagamente irosi della mia bimba occupavano ora il mio spazio mentale.

«Mamma, guarda!»

«Lo so» risposi seguendo il suo sguardo diretto alle vesciche sul muro.

Lei corse verso di me in preda al panico e mi abbracciò le gambe forte forte. Le pareti sbuffavano sempre di più, come una vecchia e grassa signora che sale le scale con le buste della spesa appese alle braccia.

La casa soffriva.

Mi accinsi a prendere velocemente degli asciugamani vecchi dal bagno vicino e presa dall’ansia cercai di tamponare alla meglio le pareti.

«Cosa stai facendo?» la voce sonnolenta di Irma interruppe i miei sforzi. La sua calma m’irritava. Guardava assente lo scenario affannato del corridoio, avvolta nella sua spessa vestaglia di ciniglia. Da quando convivevamo nello stesso appartamento l’avevo sempre vista risucchiata nella solita vestaglia blu. Estate o inverno, non la toglieva mai. Non sapevo neppure che forma avesse il suo corpo: se avesse i muscoli delle braccia flaccidi, i seni piccoli o i fianchi larghi. Si aveva solo il privilegio di vederne sbucare le estremità: le caviglie e le dita sottili, i polsi magri, la testa ricciuta. Non l’avevo mai vista arrabbiarsi o perdere la calma. Il tessuto spesso della sua vestaglia forse ottundeva i suoi malumori.

«Va tutto bene, non serve a niente, lascia stare» sospirò sonnolenta.

Si soffermò sulla soglia un istante, sorrise a Mister Morte poi, sorseggiando rumorosamente il tè dal suo termos, se ne tornò nella sua stanza di sopra. Mi piaceva immaginare che nel suo armadio ci fossero esclusivamente vestaglie blu, appese tutte in fila ordinatamente.

Incurante delle rassicurazioni di Irma, ripresi la mia missione. Arrivai persino ad arrampicarmi sui mobili, pur di asciugare la porzione di muro sopra la soglia: tutto invano. Mi arrestai. Effettivamente Irma aveva ragione: che senso aveva tutta quest’ansia?

Mi ricordava la storiella di quel bambino che tentava di svuotare il mare con un secchiello. Chi la raccontava, Sant’Agostino? Forse Mister Morte lo sapeva. Ma se gliel’avessi chiesto mi avrebbe gettato di nuovo uno dei suoi sguardi paternalistici e mi avrebbe rispedito in cucina.

A proposito: la figlia.

Mi voltai indietro con apprensione, ricordandomi dei suoi occhi colmi di terrore. Ma con mia grande sorpresa lei era sparita. In compenso, dal fondo del corridoio, venne avanti un’enorme donna nera sulla cinquantina: respirava a fatica, in sincronia con le pareti, e sembrava zoppicare lievemente. In realtà, a guardar bene, erano i tacchi alti dei suoi sandali a metterla in difficoltà: la pelle bronzea si rigonfiava paurosamente presso i bordi delle calzature.

Povera donna, pensai, perché sottoporsi a cotanto dolore?

Trovò finalmente sollievo su una poltroncina che stava giusto in mezzo al corridoio. Si tolse gli occhiali e se li pulì col bordo della camicia rosa, mentre riprendeva fiato. La cartelletta che aveva sottobraccio scivolò a terra con un tonfo e lei rollò gli occhi sbuffando.

«Prego» la raccolsi e gliela porsi sorridendo: volevo essere cortese.

«Siediti» rispose lei secca. Un comando.

Obbedii docile. In qualche modo sapevo che c’era una sedia dietro di me e mi sedetti senza nememno guardare. Con la coda degli occhi monitoravo le pareti e mi sorpresi che la donna non si fosse accorta di nulla.

Cominciai a parlare. Non so bene cosa esattamente raccontai ed in quale ordine. So solo che prima di accorgermene mi ritrovai in lacrime e mentre parlavo piangendo questa guardava altrove, si grattava la schiena contorcendo il suo corpo grasso ed ogni tanto, in preda ad un attacco di tosse isterica, scatarrava talmente forte da coprire la mia voce.

Va bene, pensai, devo comunque continuare la mia parte, no?

Però avevo pianto per davvero.

Finché lei m’interruppe con un gesto perentorio della mano, imponendomi il silenzio. Afferrò la cartelletta ed una penna biro che aveva tirato fuori da chissaddove. Tratteggiò un cerchio e ci scarabocchiò dentro delle figurine umane, disegnate con mano infantile.

«Questa sei tu prima» m’indicò una delle figure dentro il cerchio.

«Adesso stai così» la barrò con una croce e la ridisegnò al di fuor del cerchio.

«Hai scartato la tua vita così come si fa come un pacco regalo» spiegò con pazienza inclinando la testa, di modo che gli occhiali penzolavano sulla punta del naso. Il suo corpo enorme stava tutto proteso sul lato destro della poltroncina: mi meravigliai che non fosse ancora a gambe all’aria. La tosse isterica sembrava stesse dandole una tregua ed il petto prosperoso respirava calmo sotto la camiciuola rosa confetto. Nel mentre, in sottofondo, i muri continuavano a ribollire incessanti.

«Per quanto vuoi stare ancora a guardare e rimirare il pacco scartato? Persino i bambini dopo un po’ si stufano e passano ad altro»

Non riuscivo a  staccare gli occhi dal cerchio e dalle figurine.

Sarei rimasta lì per ore, se non fosse stato per la precisa sensazione di essere osservata: mi voltai e Mister Morte mi stava fissando dalla camera, dove languiva sulle ginocchia nella stessa identica posizione in cui l’avevo trovato.

«E tu che pensavi non ti ascoltasse» chiosò.

Mi girai per ringraziare Big Mama, ma questa se ne stava già svignando via, salutando con un cenno sbrigativo della mano senza nemmeno voltarsi e ciondolando sui tacchi alti. Scomparve così come se n’era arrivata.

«Faresti bene a prenderti un po’ d’aria» mi rimbrottò Mister Morte. Stavolta non c’era paternalismo nei suoi modi. Né sarcasmo. Lo amai per questo.

Tornai nella camera, aprii le finestre e mi stesi sul letto, mentre lui mi guardava sorridendo lievemente, almeno così mi parve: una piccola increspatura su un volto di luna impassibile. Mi chiesi se nell’ineluttabilità dei suoi messaggi per i viventi ci fosse spazio per un po’ di compassione. O era tutto uguale? Ma alla fine, non era importante.

La bimba se ne stava seduta alla scrivania nell’angolo, indaffarata a scribacchiare e a colorare. Non era più inquieta: aveva mangiato. Potevo richiudere gli occhi e dormire, ora. Quando li riaprii le vesciche non c’erano più, sparite. Le pareti erano perfettamente asciutte e l’intonaco rosso vibrava alla luce: tutto a posto, solo un sogno.

Attraversai la stanza e nel farlo per un attimo rabbrividii nel calpestare la porzione di tappeto dove si era adagiato Mister Morte. Quasi quasi mi mancava. Alle volte succede di continuare un sogno già iniziato, come le puntate dei telefilm: lo avrei rivisto volentieri e raccontato di come mi sentivo bene. Pazienza se non dava segni di grande mimica facciale durante l’ascolto.

Sorseggiai il mio caffé. Una doccia calda ripulì i sudori e i tremori notturni. Diligentemente scelsi gl’indumenti consoni all’appuntamento di lavoro che avevo in città. Aprii il portone e mi lasciai inondare dalla luce e dal calore del mattino, mentre l’alito della notte esalava l’ultimo respiro sulla soglia.

Salutai il nuovo giorno.

E nell’allontanarmi non potei non scorgere, incastrato fra le maglie metalliche delle scale anti-incendio, uno dei tacchi di Big Mama.