Di ENZO CAMPI

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“Concorsi di causa e di colpa (N. d. C.)

Se il pretesto è un «concorso» [1], bisogna prendere la parola [2] e concedersi il lusso non solo di pronunciarla ma, anche e soprattutto, di declinarla. Se concursus indicava una sorta di incontro o un afflusso di gente, una sorta di riempimento di un luogo (reale o simbolico), la presenza in esso, o solo il semplice attraversamento, diviene lo spaziamento del luogo, ovvero e per così dire: la sua messa in arte o, se preferite, il percorso da parte a parte, che consente la creazione di una linea ove esporre ed esporsi. Ecco che, quasi inavvertitamente, abbiamo aggiunto al «concorso» il «percorso». Così facendo abbiamo, in un certo qual modo, compiuto il gesto inaugurale della nostra saga delle declinazioni. Con-corsi di causa (e quindi di effetto) e con-corsi di colpa: prendere la parola per dire la parola che conta e per prendersi in parola viene sempre considerata come una colpa. Se ricorriamo all’etimo, e se ci rivolgiamo ai suffissi, ci troviamo a misurarci e a fare i conti con tutta una serie di famiglie irrisolte e irrisolvibili. Nessuna volontà o pretesa di risoluzione quindi. Non è questo il nostro interesse. Casomai si tratta di operare un proseguimento, di delineare la possibilità di una protesi che prolunghi il gesto originario.

In ambito prospettico-pittorico il «concorso»  è un punto di fuga.

E questo omaggio, quest’operina, agile e snella,  dovrebbe essere considerata proprio come un punto di fuga, come un qualcosa che si tende e si estende al di fuori. Non un concorso quindi ma un «fuori concorso», una cosa o un qualcosa che si tira fuori dalla competizione ed espelle un verbo che, sulla falsariga dei ritmèmi teorizzati e praticati da Pasolini, è volto a ricercare, da un lato, una quantificazione dei “possibili”, e dall’altro lato un palinsesto degli “impossibili”, il tutto attraverso una scansione che tenga conto dei ritmi della composizione e dell’enunciazione. Ogni utopia (e quindi anche la “verità”, che rientra di diritto nella categoria) del resto vive e sopravvive nell’impossibilità di verificarsi.

Ed è per questo che i contributi presenti in quest’opera verranno scanditi attraverso una parola-chiave che faccia il verso al nostro pretesto (concorsi) trasformandolo in testo.

I tempi e i luoghi dei «ricorsi» in cui i gesti della presenza e dell’attraversamento assumono una configurazione (ma anche una de-figurazione) corporea.  Il doppio tempo dei «decorsi», un tempo pretestuosamente filmico e quindi meta-letterario o, se preferite, meta-fonico.

Il luogo rimodellato dei «percorsi» filologici della lezione in forma di (p)rosa. Il tempo, il luogo e gli spaziamenti dei primi «corsi», della narrazione, per così dire, immediata o, se preferite, mediata (e significata) dall’uso preponderante del dialetto e dalla creazione della propria koinémetaletteraria.

Le dimore inabitabili dei «soccorsi», sempre primultimi e definitivi (quindi anche sospesi e, necessariamente, strozzati), volti a delineare una sorta di apologia di reato (un concorso di colpa?) camuffata da testamento. Le provocazioni dei «rimorsi», idealmente scansionati da una successione di primi piani.

Come tra ritmèmi e monemi il singolare è sempre in cerca di una sua rappresentazione (per quanto filtrata) al plurale, dall’unità significante (minima e, volendo, monade) alla molteplicità del significato che, beninteso, cade o accade anche involontariamente, proprio perché consegnata ai diversi gradi e livelli dell’interpretazione soggettiva. Sulla falsariga di quella linea cui abbiamo già accennato e delle linee di intercomunicazione tra i vari generi e linguaggi, chiamando in causa nuovi significanti rispolverati da significati appartenenti a varie famiglie etimologiche, ci troviamo a fare i conti con la molteplicità pasoliniana, ovvero il poeta, lo scrittore, il saggista-filologo, il giornalista, il drammaturgo, lo sceneggiatore, il regista e – dulcis in fundo –  l’attore, il tutto in un connubio che, sinteticamente e significativamente, abbiamo inteso riassumere nello slogan “Sistemi d’Attrazione”.

Note

[1] Nell’ultima sezione del libro sono raggruppati i testi dei finalisti dei due Concorsi Letterari banditi dallo staff della Terza Edizione del Festival “Bologna in Lettere”: Patrizia Santi, Maurizio Camerini, Fernando Della Posta, Silvia Rosa, Daniele Andreis, Valentina Frisone, Francesca Maria Marziano, Eleonora Fidelia Chiefari, Costanza Venturoli.

[2] «Prendere la parola svolge senza dubbio un ruolo di sfogo, di catarsi e di affermazione di sé, sia che si intervenga per motivi validissimi, sia che si ceda a una pulsione più o meno selvaggia. Si può avere, talvolta, il sentimento che colui o colei che parla lo faccia alla maniera di un paziente sul divano dell’analista: senza guardare il resto del pubblico, a volte guardando poco il conferenziere stesso, ma parlando per sé, a se stesso – quasi in un a parte –, pur non essendo solo. Poiché parlare da soli dipende da tutta un’altra logica (se s’intende logos in questi termini) o da tutta un’altra “patologia”. Parlare da soli non è parlare, poiché non ci si rivolge la parola: si tenta di farla risuonare, se ne raccoglie una specie di eco, ma è solamente un’allusione molto debole a ciò che rappresenta la parola vera, ossia quella indirizzata ad altri» (Jean-Luc Nancy,Prendere la parola, Trad. R. Borghesi, C. Tabacco, Bergamo, Moretti&Vitali, 2013)”

Sabato 23 Maggio – Cassero Lgbt Center – Via Don Minzoni 18 – Bologna – ore 18.00

Presentazione in prima nazionale

Marco Saya Edizioni

AA.VV.

Pasolini

la diversità consapevole

a cura di Enzo Campi

Contributi critici e scritti dedicati di

Sonia Caporossi, Roberto Chiesi, Vladimir D’Amora

Antonella Pierangeli, Marco Adorno Rossi, Enzo Campi

bologna-in-lettere-2015-pasolini-la-diversita-consapevole-il-libro

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