Gianluca Garrapa
Gianluca Garrapa

Di GIANLUCA GARRAPA

1.

per etnia città \ porto Brunelleschi \ simpatico di sommi \ brughiera Jacques memoria \ bisso feromone discinesia umore \ claque Risperidone
origini bionico temporale carta \ consocio distopia corazza buco \ e certo empirico corallo di né questo \ tribù formulazione amplesso \ tic
in questo no silenzio fretta botte rupia incastro \ gamba centro spazio spruzzo \ volto totem narcisismo in poco origine endopsichico \ stop

2.

(Kamal)
T’appoggi. Stai. A ospitar la piazza
negli occhi della tua maglietta bianca
stinta, non conti il passo delle donne,
e nemmeno
il passeggio costante delle diverse razze.
Per loro non sei un sogno, il sesso grande,
perfetto il corpo, virile l’abbandono.
Non esisti, non sei soldi, non hai
quell’apparenza di chi scivola
con lungimiranza negli apericena.
Ci scrutiamo da un ciliegio grande
invisibile a tutti, e scende silente
la casta umidità pre-desiderio,
o dopo la lotta dei sessi, la quiete
dei godimenti, appagata cavalcata
nel cosmo; il tuo e il mio Dio, ugualmente
ciechi di noi, entrambi ostili ai nostri
miracoli bui, ai cuori, ai segreti miei,
e tuoi.
Eppure la luna dagli archi a volta, a volte
soffiata dal ronfo dei gatti, ebbri noi,
dalla disarmonia di cani illividiti e stanchi,
si lava nella pozza dentro il piscio
dopo l’orgasmo, dietro l’angolo
nero delle puttane. Il fumo.
Questo è, vogliano o non vogliano gli Dei,
il nostro paradiso; nascosti
inferni, tuoi e miei, la creazione
opposta sei, singulto dell’emozione
esplosa, se il tuo Dio e il mio,
trasformano la soffocante ira
in questa fulgida rosa.

3.

Perché eravamo fermi,
inseguiti da luci
trascoloranti dietro nubi.
Quali erano i dubbi?
Forse il sogno che ci creò
quel giorno iniziò a svanire?
Forse che amarci fu l’inizio
del nostro morire?

4.

(Pradip)
Cammini stanco, ritorni verso casa
tua moglie, i bimbi, la quiete. Il grembo.
(La solida estraneità,
che non vuoi, per strada,
non è che timidezza).
Riposo in te e in me ritorno.
Il mio cuore rotto
alle meraviglie quantiche
nel tuo dopo-lavoro.
Non t’agiti, non corri
non riassumi cifre, preghi.
(Ciabattando stanco
buste e braccia
sudore e plastica
stanca dignità d’uomo,
fatica d’umanità, rara)
perciò in te
è un magnetismo
che mi conduce altrove
e t’amo.
E non sai l’immenso
in questo incontro anonimo,
insperato.

 5.

Lieve il polline
è neve
rovente la strada
odora di tiglio
rilassa l’aria
bicicletta è il cosmo
nella bisaccia dormi
è l’alba
e nei tuoi occhi
il tempo si curva
di te mi disseto
di te infinita voglia.

6.

S’accende la sera
balbetta arancione
le gelosie cieche
sugli abiti usati.
Mucchio di vita
tra campane del vetro
ubriache di cocci
e di cupo dolore.

7.

Segni sulle cose
l’umido dei muri
ombre sulle scale
si scambiano silenzi
e pianto, una lampada
dietro la finestra,
(giù in strada,
nel palazzo dirimpetto
a me, che sono il vuoto,
muove il capo),
e in due sillabe
t’amo,
muore.

 8.

Egli (chi è?)
piove sul deserto dei segni
sul quadrato dei simboli
egli piove
brillano occhi in fondo al viale
di gatto rasente i muri
s’affaccia appena un lembo di lingua:
il sole.

9.

scatole di luce. scatole d’aria. scatole di scatole. piene di cornamuse. piene di fluidi. piene di sigarette Ambassador. piene di caramelle mou. ventilatori spenti. occhiali spenti. capelli spenti. orecchini. davanzali schittati di merda di piccione. cantine invase dall’acqua coi topi dentro ciambelle d’ammonio. tricicli inforcati da lucertole, come nel sogno di mia sorella. ecco, disse, queste cose io non le capisco assai, ma sono belle come i fiori secchi nelle scatole di luce.

10.

di quei microstati nello spazio dei cambiamenti mondiali, evidenziati dalla striscia triste di una casupola fluorescente, nella voluminosa spuma grembo-acida del prato, a lungo gongolante al cinguettio lusinghiero d’un neon, che ne feriva l’uscio, adocchiando, appena dietro il porta-ombrelli, alcune misere gocce di pioggia pomeridiana, di cieli plumbei di aerei e morte, sulle sofisticate macchine di prevaricazione cieca e abbindolata ai letali demoni galattici del petrolio, lacrime piovane della stessa sostanza cromatica e anonima, trasparente, effimera oltre il dovuto, tipica di quei microstati nello spazio dei cambiamenti mondiali.