Luigina Mortari, L’arte di coltivare l’esserci

Di LUIGINA MORTARI *

Si può vivere per inerzia: non come si vuole vivere, ma come si è cominciato (Seneca, La tranquillità dell’anima, 6). Ma questa non è vita, è il semplice conservarsi nel tempo. La vita può essere solo ciò che capita, ma può essere anche altro: può essere un lavoro di composizione di attimi di senso dove traluce il desiderio di trascendenza. A noi è affidato il compito di trovare l’arte di vivere la vita. Di trovare gesti e parole che nutrano l’anima di “acqua viva” (Giovanni 4,10), per riuscire a fare della vita un’architettura di senso. Si viene al mondo con il compito di divenire il proprio poter essere dando la migliore forma possibile alle proprie potenzialità esistentive. È in questa essenza dinamica e protensiva che consiste l’essenza dell’esistenza, un’essenza che si fa sentire nei termini di una responsabilità individuale. Ciascuno è responsabile della forma che assume il proprio esserci. Siamo responsabili del modo del nostro divenire perché siamo esseri non determinati; nella nostra essenza siamo fili di possibilità. A noi non è dato il modo del permanere puro, come la foglia del ciliegio che trova il suo tempo già definito, ma da subito siamo chiamati a inventare il disegno della vita. L’arte di vivere è coltivazione delle possibilità dei modi dell’esserci, perché ciascuna possa fiorire nella sua forma migliore. Fra le possibilità dell’esserci c’è anche la capacità di avere cura di sé, attraverso la quale il soggetto si assume il compito dell’autoformazione. Aver cura di sé significa prendersi a cuore l’esistenza, per trasformare il vivere il tempo, che ci è consegnato così come accade, in esistere, cioè in un modo di esserci in cui il proprio divenire prende forma secondo direzioni e desideri meditati nel vivo. Ma la cura di sé è una forma di azione massimamente difficile, perché nessuno ha padronanza dell’arte di esistere. Della cura di sé intesa come pratica per fare fiorire l’essere non esiste una scienza che abbia la forma di un sapere fondato su evidenze certe, non esistono dispositivi ermeneutici e regole di azione dal valore generale. Il lavoro dell’esistere ha necessità di un pensiero che rischiari, ma questo pensiero non può avere la forma di un discorso scientifico. Per interpretare e orientare il nostro esserci abbiamo necessità di una filosofia dell’esistenza, da intendere come quella pratica di pensiero che cerca di disegnare un orizzonte di punti di luce capaci di rischiarare quel tanto che è necessario per trovare la giusta direzione dell’esserci e i ritmi del camminare nel tempo che ci è dato. La filosofia dell’esistenza va concepita come una pratica riflessiva volta a comprendere quali siano i percorsi che rendono possibile la fioritura della vita umana; è una forma del pensare che si impegna a disegnare quella che si può definire la tecnica dell’esistere. La filosofia dell’esistenza ha un orientamento pratico, dal momento che risponde alla necessità di trovare un metodo per dare senso al proprio tempo nel mondo; in quanto tale può essere considerata una delle vie privilegiate in cui il pensare filosofico, concepito come un pensare impegnato per la vita, realizza la sua essenza di sapere chiamato a essere utile all’esistenza (Nussbaum, 1986, p. 22). Ciò di cui siamo alla ricerca è qualcosa di pratico che trasformi la vita, e la filosofia, quando risponde alla sua ragione originaria (Nussbaum, 1986, p. 29), cerca di identificare quelle pratiche necessarie a fare della vita un tempo buono. Abbiamo necessità viva di un metodo del vivere; senza metodo si sta come un’alga vinta dall’acqua. La filosofia dell’esistenza che si va cercando ha la forma di una guida; però una guida particolare, che non definisce in anticipo il luogo verso cui dirigersi, ma indica solo i sentieri lungo i quali incamminarsi. una buona filosofia dell’esistenza tiene aperto l’orizzonte, invitando a pensare l’esperienza con un’attenzione intensiva e senza soluzione di continuità, perché il nostro sguardo è sempre povero di dispositivi ermeneutici rispetto alla complessità con cui si pone il compito di comprendere il senso dell’esserci per fiorire nel suo proprio poter essere; per questo una buona filosofia dell’esistenza è chiamata a salvaguardare una forma di “devozione per i labirinti della realtà nascente” (Zambrano, 1988, p. 36), un’attenzione che ha cura di tutte quelle zone dell’essere che ci risultano oscure. Dal momento che deve occuparsi di quel materiale delicato che è l’esperienza, una buona filosofia dell’esistenza, che apre slarghi per pensare al modo di coltivare l’esserci, non può essere un pensiero sistematizzato, fatto di enunciati dotati di logica chiarezza, bensì un pensiero seminale, per certi versi aurorale. La condizione affinché si arrivi a elaborare una tecnica dell’esistenza, che è tale nella misura in cui ha la forma di un pensiero seminale e trasformativo, è che questa si sviluppi a partire dai problemi reali, non da pseudoproblemi costruiti a tavolino; deve prendere le mosse da questioni vere, quelle che il pensiero coglie quando sa tenersi radicato nell’esperienza vissuta, dove ne va del senso dell’esserci. una questione essenziale è data dalla dimensione affettiva dell’esistenza. L’esperienza, quando ascoltata ed esaminata, dice qualcosa di essenziale, rivela verità esperienziali. Se si sta in ascolto della vita nel suo accadere, risulta evidente il primario valore esistenziale dei vissuti affettivi. Dal loro colore dipende la colorazione della vita. Il modo in cui stiamo nel mondo dipende in buona parte dalla forza vitale dell’anima, la quale, a sua volta, essendo noi del mondo e dal mondo fortemente condizionati, sta in una relazione coevolutiva con la qualità delle nostre esperienze. Proprio di ogni esperienza è avere una qualità affettiva: le emozioni che viviamo, le passioni che subiamo, i sentimenti che coltiviamo, gli stati d’animo che ci prendono hanno una rilevanza fondamentale sul modo di stare nel mondo. Sempre, infatti, noi si vive dentro un sentire.
Ero pienamente dentro la lettura. Poi, all’improvviso, il canto del merlo sulla quercia mi ha distratto. Ho pensato che fosse felice. E io? Mi sono trovata a pensarmi pienamente coinvolta nella lettura e mi sembrava di non avere emozioni. Invece, non era così: potevo leggere con piacere perché ero tranquilla, perché l’inquietudine che spesso mette in tensione il cuore in quel momento non si faceva sentire. (1)
La forza vitale, da cui dipende il nostro modo di esserci con gli altri nel mondo, risente della qualità delle esperienze vissute; se l’esperienza è sempre colorata da una precisa tonalità emotiva, allora la forza vitale sente la qualità della vita affettiva. I sentimenti e le passioni, le tonalità emotive e le emozioni possono aumentare la forza vitale o diminuirla, incrementare la sua capacità generativa o farla appassire.
Ci sono momenti in cui i pensieri annegano di emozioni, diventano fradici. Allora non ci puoi fare niente. Devi lasciare che il flusso della mente scorra là dove vuole. Accettare di stare passivi sotto il peso irremissibile della propria debolezza.
A fronte della rilevanza che ha la vita affettiva, se prendiamo in esame la nostra esperienza non possiamo non scoprirci un po’ analfabeti sul piano emozionale, nel senso che, per lo più, ci troviamo mancare di un’adeguata consapevolezza della qualità dei nostri vissuti affettivi. Non solo sul piano della ricerca teoretica la vita affettiva si profila come il campo dove si avverte il bisogno di un’analisi capace di coglierne l’essenza, poiché manca una teoria che sappia descrivere la sfera dell’affettività (De Monticelli, 2003, p. 21), ma anche, se non innanzitutto, sul piano della vita personale. Se la filosofia presta attenzione alla vita, così come realmente accade, e non si rifugia nello spazio di un pensare secondo lontano dalla vita, non può non sentire la necessità di indagare il fenomeno della vita affettiva; analogamente, ciascuna persona, quando si ferma e pensa la forma del proprio esistere, non può non avvertire l’urgenza di acquisire una comprensione quanto più possibile fedele dei suoi vissuti.

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1. una fenomenologia della vita affettiva non può non poggiare su un’analisi fenomenologica che si realizza nel concettualizzare l’essenza dei vissuti. Tale pratica del pensare trova però la sua forma più efficace quando si affida non solo al pensiero argomentativo, ma anche a quello narrativo, che ha la capacità di dare espressione al concreto dei vissuti nel loro accadere. Secondo zambrano, “ai sentimenti non appartiene l’essere analizzati, ma l’essere espressi”. L’espressione è parte della vita stessa dei sentimenti; nella parola narrativa il sentire, anziché impallidire, “acquista una sorta di entità adamantina che lo rende a un tempo trasparente e invulnerabile” (1949, p. 65). Le emozioni trovano la migliore espressione non nelle concettualizzazioni, ma nella letteratura. Affidarsi solo alle concettualizzazioni, che dicono su un piano generale cosa è una certa emozione, può non essere sufficiente per cogliere il senso del vissuto affettivo. Ciò di cui abbiamo necessità per comprendere la via affettiva sono narrazioni dei vissuti che mostrano, piuttosto che enunciare, quale tipo di esperienza viene indicata da un certo termine affettivo (Graver, 2007, p. 2). Partendo da questa tesi, si può dire che un discorso sui vissuti affettivi non può ricorrere solo a un linguaggio argomentativo, ma necessita anche di quello di tipo descrittivo: il linguaggio che non parla sulla cosa, ma che dà voce alla cosa di cui si parla. Per questa ragione, il testo è punteggiato di frammenti di diari, dove chi scrive mette in parola il vissuto affettivo che sta vivendo, dando luogo a una fenomenologia semplice e immediata della vita affettiva.

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* Da L. Mortari, La sapienza del cuore Pensare le emozioni, sentire i pensieri, Raffaello Cortina Editore 2017, pp. 9-14.

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