Dante, Inferno, Canto XXV: «come procede innanzi da l’ardore, / per lo papiro suso, un color bruno / che non è nero ancora e ‘l bianco more.»

Priamo della Quercia, Inferno, Canto XXV

DI RICCARDO ZULIANI

Dante, Inferno, Canto XXV

«come procede innanzi da l’ardore,
per lo papiro suso, un color bruno
che non è nero ancora e ‘l bianco more.»

Insomma: sì.
Sto proprio dicendo che qui, gli inglesi, non incapperebbero in difficoltà di traduzione.
Ché se noi, pure suoi connazionali, dobbiamo ricorrere a perifrasi più o meno marcate, loro dispongono della sinonimica omofonia: non so se mi spiego.
Voglio dire: ovvio che di parole in comune, dico dal punto di vista ortografico e non etimologico, ve ne sono, tra inglese e italiano. Nondimeno risulta ben raro che, codeste, condividano il medesimo significato: così l’english tale non è il tale italiano; né l’anglico onto coincide con l’onto nostrano (che si tratti dell’essenza filosofica, o della veneta immondezza) etc.
Qui, signori miei, sembra d’aver buscato l’eccezione; la quale, peraltro, non è detto confermi la regola.
Due parole che, di primo acchito, non condividono nulla (categoria, funzione, storia etc.), si trovano a combaciare come petali di loto.
Questione, la presente, che diviene ancor più rilevante non appena si faccia caso alle relative (e supposte) competenze grammaticali delle dizioni:
l’una avverbiale in senso lato; l’altra, purissimamente verbale. La prima che, a rigore, dovrebbe accompagnare la seconda, per specificarla, per sorreggerla, e che invece si trova a replicarla tale e quale: potremmo anzi dire sostituirla. La seconda, in genere più determinata, più nerboruta, che nel caso specifico, qualora non in identità, perde cionondimeno in risolutezza, sì da mutare di retro alla sua solida (nonché solita) fisionomia.
Se, nella sua Comedìa, Dante faceva morire le cose o le persone alla terza persona singolare, poteva sì adoprare il dittongo, ma certo non lesinava sull’autocrazia della o: e quindi la fenice more (XXIV If) non meno che il giorno (VIII Pg) , e se more quale in contumacia di Santa Chiesa (III Pg), v’è spazio altresì per ciò che non more (XIII Pd).
È a dire, insomma, che se in genere si muore e basta, nell’Aldilà dantesco si muore non meno che si more: ovverosia, salta il dittongo della morte; o, se si vuole, more pure il dittongo: che è lo stesso.
Nel caso di cui ci stiamo occupando, tuttavia, accade qualcosa d’inaspettato: il bianco more bensì, ma in modo avverbiale. E morire avverbialmente, a noi che temiamo sì tanto la fine, non spiacerebbe poi troppo: ché non pare definitiva, codesta modalità d’oltrepassamento. Tanto più se poniamo mente al tempo verbale quivi utilizzato: il vividissimo presente. E dunque il bianco starebbe morendo, e ancora, e ancora, senza giunger mai ad essere morto del tutto.
Sarebbe bello, così fosse: ma non è. Ovvio, che non è.
Ché il morire avverbiale di Dante non è che avverbio segnalante la matrice già morta donde scaturì: chi more, in questo caso, semplicemente non è più.
Ed è il non più, qui, ad interessare: se non si è più, vorrà dire che prima si sarà stati; se si sarà stati, metafora o meno, si sarà stati in vita. Dunque, non appena, da vivi che s’era, si sarà passati a non esserlo più, si sarà morti. Da che il more che non è più.
L’eventuale parafrasi, ricalcando il procedimento di cui testé, non farà che replicare le medesime espressioni utilizzate, appoggiandosi quasi per certo al succitato non più : e avrà risolto il problema.
Risolto, nondimeno, a costo d’aver snaturato la dizione dantesca, sciogliendola in un’equivalenza cangiante secondo più punti di vista: soprattutto, quello morfologico/ortografico; che è poi questione di prosodia della mente, volendo. Tralasciamo.
Quello che importa a questo punto, sciolta che s’è la dicitura dantesca, è rilevare come gli inglesi, per il resto sì lontani dalla nostra lingua, avranno buon agio a trascrivere sic et simpliciter il lemma incriminato, trovandosi di tra le mani, già confezionata, la soluzione vincente. More-verbo(it.ant.)= more-avverbio(eng.).
Mantenendo la medesima grafia, si sarà conservato il significato originario di non più. Dico bene?
No, ovviamente. O meglio, direi bene se dicessi ciò che sto per dire, ben diverso da ciò c’ho detto.
Dunque: dirò bene.
Sarebbe ben comoda, la vita dei traduttori anglofoni, se l’inglese avesse loro fornito, d’avance, la risoluzione al problema: adeguandosi alle stoffe precostituite, tutto sarebbe filato liscio. Fin troppo, oserei dire: ché poi qualcuno se ne sarebbe uscito tracciando per aria acrobatici alberi genealogici tesi a dimostrare l’originaria provenienza britannica dell’esule Dante: esule per antonomasia, in quanto da sempre espatriato.
La qual cosa, peraltro, avrebbe se non altro il pregio di bilanciare l’accusa italica che vedeva negli inglesi dei ladri belli e buoni: ladri di Shakespeare, ben inteso, che era stato prelevato di forza dal suo beneamato Veneto. Siamo nell’ambito della commedia: letteralmente. Non crediate davvero che…
Comunque, dicevo: sarebbe ben riuscita (poi, certo: si sarebbe persa la sfumatura verbale dell’originale; ma tutto non può sussistere, all’infuori della consanguineità etimologica)la traduzione che rendesse more il more dantesco, preservando il significato.
La fregatura, chiamiamola così, che subentra a falsare le carte (e che non poteva mancare) giunge, però, puntualissima: non si regge in piedi, lo sciancato more; necessita, senza adito a compromessi, della sua gruccia: un minutissimo no. Il quale no more, prestante oltremodo, è certo capace di sorreggersi, ma non di sorreggere quanto detto fin qui: ché se in Dante, per morire, il bianco more, è davvero poco giustificato che, in inglese, per mantenere il medesimo significato, no more più.
Come se ciò che morisse di qui, per morire di là, non potesse morire più. Poi, per carità, nessun dubbio che, trattandosi di morte, i paradossi si susseguano a rotta di collo: ma qui rasentiamo l’ineffabile.
Come è possibile mai che si muoia sì diversamente nelle diverse lingue? Ma non già diversamente e basta: direi anzi contrariamente; mantenendo una medesima base, per poi negarla. Siamo agli antipodi. Non ci potrebbe essere traduzione più lontana dall’originale.
Altro che comodità degli inglesi: stanno belli freschi.
Un inghippo creato da loro, peraltro; o quantomeno, dalla loro lingua: quindi da loro, in un certo modo: sì, dicevo bene. E la morte di cui si parla, prima che del bianco, pare essere di sé medesima, e del significato che veicola: l’assassino, nella fattispecie, è la traduzione.
Traduzione che, forse, ha l’umiltà (o l’impudenza? Arduo a decifrarsi) di spiattellare in maniera fin troppo palese la propria operazione: ha negato la morte dell’originale, negando l’originale, negando la morte.
Complessa la questione. Tanto più che, come paratestuale colpo di coda, sembra tornare la speranza di cui in incipit: la morte che s’è fatta avverbio, divenendo avverbio, ha smarrito la sua identità; in un certo modo, è sparita. Sì che, se il bianco non sparisce più, neutralizzando la metafora ma detergendo l’atmosfera del nostro desiderio, a noi pare che una possibilità estrema, alfine, ci sia data: non è più così definitiva, la fine; è smontabile in pezzi, annullabile nei modi della traduzione; è al servizio del linguaggio.
Un altro modo, insomma, per perpetuare la memoria collettiva e tramandare lo spirito attraverso le parole.
Ché se in vita si muore e non ce n’è per nessuno, in letteratura si more e anche no, e forse no è l’unico modo per farlo.

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