“Rosso, verde, blu e bianco un po’ in ritardo”, un racconto di Salvatore Enrico Anselmi

Di SALVATORE ENRICO ANSELMI

Nessuno tra le scatole. Nessuno tra le gambe e Assunta può rimanere per un pomeriggio almeno, tranquilla, nella sua camera a leggere sdraiata sul letto. Fuma e sfoglia una rivista che grida, a grandi lettere, sopra la foto di una ragazza in costume che quella, sì proprio quella, fianchi forti e sorriso ottuso, impacciata nel tenere la mano alla vita e la testa un po’ di traverso, sarà la nuova promessa del cinema italiano.
Nessuno che le tocchi le braccia dopo aver fatto scivolare la camicetta, tenuta su con spillette di fortuna e rammendata di filo grigio che si vede sul rattoppo.
Ha cominciato a diciotto anni, quando non era possibile per lei fare altro se non immaginare la sua vita fuori dalle due stanze lacere e unte, la sua tana e della sua famiglia, che componevano l’abitazione da animali, sua e della sua famiglia di sette persone, accalcate le une sulle altre per mangiare, per lavarsi e vestirsi, per tentare di dormire il sonno del giusto o del colpevole, non aveva importanza.
Per annegare nel sonno dieci ore sull’incudine e sulla pialla o con la raspa e la ramazza in mano. Dormire comunque, girarsi torti, spalle contro le spalle, le schiene una contro l’altra e sperare che il giorno successivo qualcuno se ne fosse andato, avesse lasciato il suo posto, l’orma vuota sul materasso, il suo posto libero su una sedia spaiata e zoppa, qualche centimetro libero sul tavolo dove appoggiarsi, un piatto vuoto da riempire per sé e solo per sé.
Per anni aveva desiderato il vuoto, l’assenza e il silenzio contrapposti alla sovrapposizione degli oggetti e dei corpi, alla presenza costante di qualcuno vicino a lei, anche quando non avrebbe voluto avere alcun legame di sangue con nessuno di quegli esseri umani che qualcuno o qualcosa le aveva messo alle costole.
Fratello, padre, madre non aveva importanza. Il vicino era un contendente, un rivale, un accaparratore non autorizzato di cibo, di calore, di vestiti, di scarpe. Bucate o risuolate non contava pur di evitare il contatto freddo e ruvido tra la pelle e la terra, tra il calcagno e la strada, tra la punta e il pavimento ghiacciato.
Assunta da lì, da quella caverna per uomini, aveva guardato tante volte alla finestra il rincorrersi dei cartocci abbandonati per strada e pensato che la condizione di quei cartocci forse poteva essere migliore della sua. Da lì poteva seguire la cantilena a curve e spintoni di due ragazzini che rincorrevano una palla mezza sgonfia, con le gambe secche da sembrare bastoni, le ginocchia smangiate dalle cadute e un pezzo di pane in mano, da sbocconcellare, a cui tirare via prima la crosta e poi la mollica ancora attaccata.
Oggi nessuno che le sfili la gonna, le accarezzi i polpacci, che l’afferri con la forza del proprietario, dell’esattore, di chi paga e può tutto. Oggi è Natale. Il padre di famiglia con la famiglia, lo studente fuori sede per qualche giorno con i genitori, il commesso viaggiatore, almeno per oggi a casa col campionario nella valigia lasciata aperta, abbandonata sul letto, coi ragazzini che tirano fuori colletti inamidati, biancheria sporca e le stilografiche da tenere dentro gli astucci.
Oggi non altre mani, se non le sue, a farsi strada sulla pelle solo per riscaldare i muscoli assopiti dal freddo. Oggi nessuna voce, nessun’altra voce se non quella dei vicini di casa, dei loro bambini. Voci acute e allenate da poco a reclamare attenzioni, attenzioni basilari per mangiare e bere. Oggi nessuna eco grassa rilasciata quasi più dal corpo che dalla faringe, più dall’animale umano che c’era sempre sotto la pelle di quelli che frequentavano la casa di Assunta e ci entravano su due gambe e che quindi potevano essere chiamati uomini. Oggi nessuno che segua chi ci è già salito ed è rimasto a suo comodo su quel letto, come se fosse stato di proprietà, appoggiati i vestiti sulla poltrona da camera o abbandonati a terra con la noncuranza di chi possiede in fretta, cose e persone, e in fretta se ne va.
Un presepe lampeggia a intermittenza dalla finestra di fronte, inghirlandato di collane di carta stagnola e bianca ritagliate a forma di stelle e nuvole. L’argento finto delle stelle e il bianco stropicciato della carta velina, che forse ha avvolto un paio di scarpe, si assesta in due volute concave, come due tendine acconciate ad ansa e riflettono i bagliori delle luci. Assunta faceva il presepe da piccola, dopo aver raccolto il muschio sul lato a nord del muro di recinzione nel cortile sotto casa. Una volta aveva confezionato con la carta d’oro della cioccolata una stella cometa e le ali di un angelo, che s’erano staccate già dall’anno prima.
A ventidue anni non lo faceva più. Non lo faceva più non sapeva neanche lei da quanto. Sarebbe stato fuori posto sul cassettone, di fronte allo specchio che rimandava l’immagine di nuovi corpi di passaggio ansimanti sul letto. Le sue mani le sembravano inadatte. I suoi stessi occhi inappropriati a squadrare la distanza tra il torrente di metallo malleabile e i pastori, tra la capanna e le case in collina, tra il gregge e il corteo dei Magi ancora lontani.
Con lo scialletto tirato sulle spalle sode, Assunta oggi rimane alla finestra qualche minuto ad aspettare che le luci cambino colore quattro, cinque volte. Rosso, verde, blu e bianco un po’ in ritardo. Rosso, verde, blu e bianco sempre un po’ in ritardo. Gli occhi le si inumidiscono, il naso pizzica, un disagio che sa di vuoto si accoccola dentro allo stomaco e al centro del petto. Poi picchia forte, sbatte da dentro e vuole uscire. Non sa perché ma Assunta rimane ancora lì, in quella postazione di vedetta, piegata in avanti sul davanzale, con la faccia infreddolita dallo sfioramento del vetro. Forse ci resta perché crede di poter carpire qualcosa che non le appartiene più, della quale capisce ancora il senso e di cui ha imparato a conoscere i segni distintivi.
È vicina poche decine di metri a quella finestra che brulica di luci e stelle fatte con la stagnola, ma le sembra di essere esule e lontana da quella calda immagine familiare, povera, acconciata come si poteva, che deve odorare di colla bianca e segosa, usata per tenere su i festoni di Natale. Assunta è separata dall’odore di presepe e festoni tenuti su con la colla alle mandorle da una distanza non calcolabile con il metro. Il metro le farebbe segnare quindici misure uguali da poter attraversare a passi lunghi e ben distesi.
Fino a qualche anno prima avrebbe potuto trovarsi ancora da quella stessa parte della strada. Oggi occupa tre stanze, compresa la cucina, da questa parte e da questa parte le finestre non hanno luci.
Rosso, verde, blu e bianco un po’ in ritardo.
Assunta torna a letto e riprende a sfogliare la rivista. Potrebbe essere lei, perché no? La nuova promessa del cinema, con le gonne tirate su e un cappello di paglia in testa a impersonare, per il tempo di uno scatto, una mondina con i piedi a mollo. Potrebbe essere lei e non quell’altra a far finta di battere a macchina una lettera commerciale, a spazzolarsi i capelli con indosso una vestaglia.
Assunta si accende un’altra sigaretta e alita fumo dalla bocca e dal naso, con la testa sopra il braccio piegato e il cuscino girato in due. Alita e guarda il soffitto. Sopra la nuvola di fumo, il soffitto alto. Sopra il fumo denso, il soffitto sporco. L’intonaco è fiorito di muffe. Sembrano alberi. Le piacciono perché le ricordano un pesco, un mandorlo, una specie di oleandro come quelli ai quali si dondolava da piccola, attaccandosi ai rami bassi. Le ricordano i disegni sulla gonna comprata con i primi soldi guadagnati facendo il mestiere. Gliene erano avanzati ancora un po’ dopo essere entrata in un negozio da poco, che le era sembrato di lusso, dopo essere stata accompagnata con sussiego da una commessa, e aver lasciato la gonna addosso. Mentre usciva con la mano chiusa, forte a pugno dentro la tasca, stringeva ancora dei soldi. Stringeva soldi soltanto suoi. Con l’altra mano aveva buttato tra i rifiuti la gonna grigia di panno, strappata e risarcita su un lato. L’aveva portata fino a qualche minuto prima, se l’era sfilata nel camerino di prova di fronte allo specchio, l’aveva schiacciata forte con la suola delle scarpe. Appena fuori dal negozio l’aveva gettata a terra con rabbia. Abbandonata a terra tra i resti del mercatino rionale, vuota e suturata col rammendo, appoggiata a un cespo di scarola, con la ricucitura a vista, quella sutura, di bocca orrenda, sembrava tenuta insieme con lo spago e con la vergogna per essere poveri, per non aver potuto mai ridere e parlare alla pari con un uomo adulto. Triste e rasposa sulle gambe era stata la sua precedente vita, appena diserta ma prossima e recente, come la lana rasposa che le aveva graffiato le gambe fino a qualche minuto prima, fino a quando i soldi, solo suoi, l’avevano fatta saltare in alto sui gradini di una carriera che le era sembrata da subito veloce e ricca di soddisfazioni.
Scampanata, la nuova gonna era scampanata e leggera, lucida a fondo giallo con disegni a colori sgargianti, rideva come una giornata d’estate piena. Con la gonna che le scantonava sui polpacci, dondolando, Assunta aveva creduto di essere un’altra. Si sciolse i capelli, ci passò dentro la mano più volte per liberarli, per separare le ciocche tenute immobili intorno alla testa, poco visibili come se fossero state unte e poco folte, imprigionate in assetto punitivo del suo stesso viso.
Da qualche mese la gonna che aveva dondolato a corollario dei fianchi sodi di Assunta come una campana spiegata a festa, sta sul divano, illuminata dalla luce sbieca della finestra, come fodera di un cuscino. Un altro pezzo sta sul cassettone come scampolo sotto un vaso di ceramica dozzinale.
Un giorno la gonna s’era strappata, o meglio Assunta aveva permesso che si strappasse da sopra a sotto, arpionata alla punta di un chiodo sporgente dal bancone del caffè dove spesso rimaneva appoggiata in attesa di clienti. Quella volta un energumeno, che stava mettendo su un giro di ragazze da proteggere e far lavorare, s’era rivolto a lei con tono già padronale, l’aveva afferrata a un braccio e le aveva detto che da quel giorno, se avesse voluto continuare a faticare in pace senza problemi, gli avrebbe dovuto dare la metà di quanto guadagnava a ogni incontro. Assunta s’era divincolata, gli aveva sputato in faccia e aveva cambiato zona. Mai sotto padrone, aveva pensato, mai sotto padrone. Meglio meno soldi ma nessuno che le dicesse cosa fare.
Le muffe verdastre congiungono le crepe dell’intonaco. Assunta le fissa cambiare colore: rosso, verde, blu, bianco come le luci di fronte. Anche lei vorrebbe cambiare, vorrebbe cambiare colore e vita. All’unisono col rosso immagina di stare di fronte al tramonto. Il verde è una bibita fresca di menta da bere con la cannuccia al tavolino di un bar all’aperto mentre un’orchestrina sgangherata suona. Il blu di notte è ferito dalle stelle che lo trapungono come fosse un tessuto lucido col quale pensa di potersi far cucire dalla sarta un vestito non troppo attillato. Bianco è il muro davanti, contro il quale si è appena scontrata mentre, ipotecando tramonti marinari, bibite di menta e un vestito nuovo, di fronte ha soltanto intonaco grezzo e un muro.
Da piccola una volta, l’unica volta che qualcuno l’avesse trattata da bambina, la nonna le aveva regalato un pomeriggio da trascorrere all’aria aperta, fuori casa, per mangiare un gelato. Il gelato era verde di pistacchio e rosso di fragola, con uno spruzzo di panna a forma di nuvola e una cialda cava come un sigaro infilzato. Quel pomeriggio aveva bevuto anche un bicchierone di acqua e menta, era stata sul cavalluccio, aveva ascoltato seduta alle sedie spaiate del chiosco in mezzo al giardino, una cantante poco in voce che si sbracciava accompagnando strofe che parlavano di profumi e balocchi. Aveva fatto ciondolare le gambe troppo corte per arrivare a terra, battendo a intermittenza le scarpe sui tacchetti, fino a farsi male ai talloni.
Più amaro il ricordo di un altro pomeriggio a passeggio con un’amica costeggiando un’aiuola fiorita di quello stesso giardino. Rimase solo per poco, come quel pomeriggio da bambina, accanto alle siepi che delineavano disegni geometrici. L’amica si era accordata, senza dirglielo, con due ragazzi, militari di leva che non volevano solo passeggiare, mangiare gelati al pistacchio o ascoltare l’orchestrina che strideva sotto il gazebo. Quella fu la prima volta, dietro alla rimessa degli attrezzi, una baracca fatiscente di assi sconnesse. I baci insistenti e untuosi, le cento mani che si sentì addosso, la costrizione, senza amore, senza capirne il motivo, lì, subito, in fretta convulsa, con la furia della depredazione. Ci guadagnò anche qualcosa: due banconote infilate a forza nella mano destra. Assunta ripose nella borsetta quella piccola somma che non le apparteneva. Nella sua borsetta non c’erano mai stati soldi e contandoli si rese conto che due banconote stavano nel fondo della sua borsa per la prima volta. Era stata quella la giornata delle prime occasioni, del primo ridicolo arricchimento, della prima prova che di certo lei, Assunta Capece, diciassette anni appena compiuti, non lasciava i ragazzi indifferenti, – si sentì ricca e sporca allo stesso tempo. A quella prima volta associò i due fattori di un’operazione di calcolo semplice che le ripugnava ma che dopo qualche mese sembrava poterle assicurare solo un risultato positivo, un acquisto, un guadagno, un’assicurazione sulla vita per i tempi duri. Di certo non avrebbe sofferto la fame. Non avrebbe guardato in mezzo alla strada pensando di avere avuto meno fortuna dei cartocci sgualciti e presi a calci dal vento.
Fino ai ventidue anni il tempo era trascorso veloce sul suo corpo, senza nessun segno evidente dei clienti giornalieri, moltiplicati per mesi.
Non ricorda più le facce, i corpi, la smania. Assunta, sdraiata sul letto mentre guarda le luci intermittenti, è giovane ma non ha più da tempo poco più di vent’anni. È giovane e, vista dall’esterno, dal riflesso di una vetrina di scarpe nuove, appare al centro di una vita non così difficile per un verso, insormontabile per un altro, verticale in salita, senza appigli. Da quella vita non si esce se non vecchie e malate, magari dopo aver messo al mondo un figlio per sbaglio, dopo essere state prese per i fondelli dai ventenni di leva infoiati cinici, come è successo a Marisa che a cinquant’anni suonati s’è ritirata e fa la sarta, dopo che una volta quattro militari l’avevano avvicinata, avevano contrattato, una spinta e giù, l’avevano buttata a terra. Le stavano sopra uno alla volta, facendo finta di fare i loro comodi. «Ma no, non ti preoccupare, non ti succede niente! A raga’ nun ce riesco, è troppo brutta. Guarda che faccia che c’ha, sembra un omo!» Pacche, spintoni, un paio di calci.
L’istinto raggiunge lo scopo al momento, nel momento in cui si manifesta e non può fare altro. L’istinto è goliardico, è di gruppo, è di massa, di branco, di ventre e non ragiona. Poi si ritira e torna sui suoi passi. È vigliacco, ritorna nelle braghe, e talvolta diventa violento. Come con Marisa che adesso fa la sarta senza talento e senza voglia, per vivere al di sopra della condizione che l’età e un senso di rispetto per sé ancora esistente da qualche parte, le hanno imposto. Sotto il tappo della guazza cementata da tanti anni di vita, c’è ancora un residuo da essere umano. Marisa l’ha tirato fuori dalla guazza, l’ha sgrullato e sciacquato all’acqua. E fa la sarta.
Rosso, verde, blu e bianco un po’ in ritardo.
Assunta proietta un’ombra rossa mentre apre l’armadio e ingozza la valigia di vestiti. Sfila la fodera dal cuscino diventato verde come tutta la stanza, come se fosse un acquario gigantesco e Assunta l’unico pesce che circumnaviga l’armadio di alga, il letto piatto come un fondale, la poltroncina convessa, dove i clienti abbandonano i vestiti, come una conchiglia di madreperla. Blu è la giacca, blu la gonna sotto il ginocchio che Assunta infila facendola risalire sulle gambe e sui fianchi stendendo in ascesa le mani aperte. È blu l’angolo delle scale dove Assunta si trova dopo aver chiuso la porta alle sue spalle. Blu lo zerbino sotto il quale lascia le chiavi di casa insieme a una lettera per il padrone di casa con l’affitto del mese. Bianca è la strada, dove la neve ha cominciato a sedimentarsi, bianco è l’angolo della via e bianca è la strada della partenza, un po’ in ritardo rispetto a quando Assunta ha preso per la prima la decisione di partire.
Rosso, verde, blu e bianco un po’ in ritardo dalla finestra di fronte all’ex casa di Assunta.

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4 pensieri su ““Rosso, verde, blu e bianco un po’ in ritardo”, un racconto di Salvatore Enrico Anselmi

  1. Il tuo lungo racconto e segnato da una cesura che lo divide in un “prima ” e un”dopo”. La prima parte è uno splendido racconto di stampo verista con personaggi e scene del migliore neorealismo cinematografico italiano. La cadenzata intermittenza delle luci fa da sfondo alle considerazioni della protagonista e ne determina le decisioni . La secondo parte è caratterizzata da un ripiegamento interiore, un indulgere nel ricordi. L’ inserimento delle vicende della compagna di vita, mi sembra abbia tolto snellezza e vigore alle immagini. Avrei chiuso il racconto prima, perché perfetto!!

  2. Ti ringrazio Lucia per l’attenzione riservata alla lettura di “rosso, verde, blu e bianco un po’ in ritardo”. Denota un approccio partecipato e non banale. Sono lieto che tu abbia ritenuto opportuno istituire un raffronto tra racconto e suggestioni veriste, tra narrazione e istanze di riferimento a un clima, a una temperie, a un contesto che ho voluto mantenere oggettivo benché secato, nel contempo, da prospettive di chiara individuazione da parte dall’io narrante, tuttavia non invasive. Il raffronto con pagine di certo neorealismo costituiscono a ragione un ulteriore riferimento ineludibile.
    Apprezzo anche che tu abbia individuato un meccanismo ritmico e di correlazione.
    Il dialogo interiore, l’introspezione e il cedere spazio al ricordo nascono dall’intento di alimentare il substrato emotivo, la sedimentazione di una decisione, quella di troncare con la vita presente, come scelta repentina e nel contempo meditata. La consapevolezza dell’involuzione dell’indole etica della protagonista attraverso la dialettica tra le tracce di vita che non consentono un viatico, e rimangono come pietre d’inciampo, e la contemporanea svolta da quell’inciampo.

  3. Interessante il dibattito che si è creato intorno al racconto. Ritengo giustificate e condivisibili le considerazioni dell’autore circa le dinamiche che hanno condotto la protagonista a prendere la decisione di cambiare vita radicalmente. Una decisione, meditata e difficile, questa che scaturisce dagli esiti di un dialogo interiore, condotto tra quanto è stato, e quanto è. In questo senso, secondo me, il ricorso al ricordo è funzionale alla narrazione ed è lo strumento del quale Assunta si serve per poter chiarire a se stessa l’avvenuta involuzione di vita che la opprime. Pertanto il ritmo, pur continuando a essere serrato, si arricchisce di una più completa ed esaustiva giustificazione narrativa. Articolazione e analisi stratificata dei sentimenti rappresentano infine la modalità di approccio narrativo che fa dell’introspezione un collante tenace.

  4. Grazie per il commento, Loredana. Sono davvero lieto per la sintonia interpretativa del racconto e per la condivisione della prospettiva d’osservazione.

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