Nietzsche e Edipo. Alcune note senza arte, ma di parte!

Edipo e la Sfinge
Edipo e la Sfinge

Di VLADIMIR D’AMORA

a Susanna Mati

Nella Nascita della Tragedia, Edipo è la simbolicità del suo nome, colui che sa e, insieme, il piedi gonfi, e tale simultaneità è la scena tragica, l’accadere rivelativo, ossia dello svelarsi di null’altro, che di un velarsi – la scena è l’agirsi (dran, id est (anche) apollineo) della sofferenza (pathos, id est (anche) dionisiaco)… La scena che il tragico è, mette insieme il suo stesso accadere simbolico: Edipo è simbolo del simbolo, Edipo che tyrannos, al culmine del potere e della polis, è colui che come Edipo è meramente chiamato: neppure del suo nome può avere sicuro sapere… Eppure proprio lui scioglie l’enigma della natura – proprio lui infrange i più sacri ordinamenti naturali… Scrive Nietzsche: “chi col suo sapere precipita la natura nell’abisso dell’annientamento deve esperire la dissoluzione della natura anche in se stesso. ‘La punta della sapienza si rivolta contro il sapiente; la sapienza è un delitto contro la natura’”.

Nietzsche, in questo scritto essoterico (risalente al 1872), fa cenno a una duplice violenza: la violenza apollinea, del principium individuationis, che si esercita sull’aorgico, sulla natura caotica della preistoria, ossia la violenza di Apollo che lotta contro Dioniso, Apollo che Dioniso stesso è – questa l’originaria violenza. Ma contro Apollo è esercitata l’altra violenza, la violenza altra: violenza contro il sapere, violenza contro i nomoi politico-famigliari: violenza riflessa.
Ogni violenza nasce da Dioniso. Violento è chi si lasci sedurre dall’incanto della voce, dal dionisiaco, dalla natura, sì da reimmergere ordine e coscienza nell’origine, nell’aorgico e caotico dell’origine. E violento è chi voglia ridurre la voce al linguaggio, la musica alla parola, alla visione, all’idea.
Edipo è un tracotante, un deinos, mostruoso-inquietante: il sapere si volge contro se stesso – il logos è teso a fare figura la semplicità dell’origine, inqualificato è logicamente determinato come tempo e storia: l’origine è null’altro, che la parola ancora puramente musicale, voce. Ma il sapere si ritrae, nell’orlo estremo del visibile, nel rarefarsi estremo del senza figura e del semplice se stesso, della voce dell’uno che resta uno pur nel tutto: il sapere ora dà nome all’innominabile, figura al senza volto, usa nomi altri, e vede, anche se con occhi altri: Edipo viandante, zoppo, la figlia gli è accanto pietosa – perché il padre è l’uomo che ha osato lo sguardo nell’abisso, ha agito il suo dolore, se lo è inscenato, si è fatto rappresentazione, immagine di tale naufragio: Edipo è così philosophos, e solo tale è il philo-sophos, l’esercitante la doppia violenza, contro Apollo sì come contro Dioniso.

Nel 1872 N. appunta per sé anche di Edipo come ultimo filosofo – esotericamente.
Nel frammento in questione, il cui sottotitolo recita: Discorsi degli Ultimi Filosofi con se stessi. Un Frammento della Storia ad uso dei Posteri, N. fa morire Edipo, e la morte è il luogo della più solitaria delle solitudini.
Che cos’è la morte di Edipo – la morte filosofica (la platonica morte di Socrate)? E’ l’essere sciolto dal mondo e dalla natura, restando nel linguaggio; anzi, nel logos situandosi ab origine.
Tale ‘logica’ solitudine è la più solitaria solo perché al filosofo è la sua stessa voce a parlargli: la voce diletta, tale da rendergli un passato, da proiettarlo nell compagnia di sé – Edipo tende ancora, cerca anche nella sua morte, e trova il suo monologare: apertura da sé a sé… Perciò tace questa voce; e questo tacere, questo flatus vocis, situa il logos nel suo proprio, nella sua possibilità, perché di esso questo soffio si fa origine, mancarsi originale – eracliteamente, e con Char, smarcarsi dell’origine dalla sua inizialità…

Se è tale l’operazione filosofica, ossia un disporsi nella tensione all’impossibilità dell’inapparente sul fondamento di un mutismo, nell’agio di una sottrazione, nella tana di uno sbarrarsi – allora solo maledizione, solo impotenza, solo illusione è questo “ultimo fiato di ricordo”… che ha da morire anch’esso.
La voce diletta, il sospiro, il fiato della voce – morta questa, finisce il soliloquio di Edipo che la filosofia è: muore la filosofia, ossia la caccia all’ente, l’abbandono dell’essere, l’esposizione alle mere condizioni di possibilità del vivente.

Oltre la filosofia?
Oltre è la terribilità (la deinotes, la mirabilità e terribilità, il pudore nella meraviglia…) del pensiero, il non udire alcuna risposta, neppure dal profondo dell’anima, dalla più interna interiorità dell’uomo – resta la pendenza assoluta, l’epoché estrema, quando ogni parola è parola sottratta a rappresentare il legame coi vivi, con tutti e con ciascuno – perché lo è.

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Un pensiero riguardo “Nietzsche e Edipo. Alcune note senza arte, ma di parte!

  1. Non a caso, seguendo un certo filone mitologico-letterario, il quale narra della genealogia e dello spazio familiare del dio, filone tanto più comune quanto accreditato, è possibile venir a conoscenza del fatto che Edipo e Dioniso sono, in qualche modo, parenti. D’altronde sarebbe bastato anche dire che ogni personaggio ‘tragico’ del teatro greco mantiene dei tratti caratteriali affini con il “giovane figlio di Zeus”. Ma questa affermazione potrebbe risultare vaga, per quanto precisa nei riferimenti. Poiché la forma stessa della tragedia ha subito nel tempo un notevole cambiamento, e ciò innanzitutto ad opera di Euripide. E poi, andrebbe anche detto che tanto per Edipo quanto per Dioniso, la città di Tebe è un luogo chiave, forse il più importante; si potrebbe quasi dire, a ragion veduta, che in essa e per essa tutto ha inizio e così anche che tutto giungerà, in seguito, ad una fine. Freud pare abbia intuito molto bene tale ‘circolarità’, forse è per questo che de-mitizza il mito, cioè priva quest’ultimo degli elementi della ‘profezia’ e della ‘resurrezione’, tale che assistiamo, un po’ come avvenuto nel caso di Euripide, alla messa in opera di un ‘nuovo’ impianto tragico, il quale vede l’uomo ‘crocefisso’ senza alcuna possibilità di ‘ritorno’, in una dialettica infinita tra natura e cultura, e da qui anche la conseguente elaborazione de il concetto di “disagio della civiltà”, per il quale cioè sempre permane un prezzo che il singolo in prima persona deve pagare come costo per il mantenimento di quello stesso luogo del quale fa parte: la ‘morte interiore’ del ‘proprio’ Edipo. Eppure, la vita di Edipo, iniziata con un abbandono da parte dei genitori, che lo lasciarono a dissanguare dalle caviglie che gli avevano trafitto (da qui anche il suo nome), non finisce con la cessazione delle sue funzioni biologiche, ma letteralmente con un ‘colpo di scena’. Potremmo avanzare l’ipotesi che forse il conflitto tra Freud e Jung sia partito da qui: il secondo rimprovera al primo di aver fatto morire ciò che morire non poteva, in vista di un “bene più grande”

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