Crepe sulla Grecia
Crepe sulla Grecia

Di UDO GÜMPEL

(25 gennaio 2015, all’indomani della vittoria di Syriza alle elezioni greche – dal suo profilo facebook)

È cominciata l’ora della verità per Alexis Tsipras.

Ha vinto giustamente in Grecia e ora deve governare un paese rovinato da tutti governi precedenti. Tsipras su una cosa ha certamente ragione: La Grecia così come è conciata oggi non potrà mai pagare i 350 miliardi di debiti di stato. E gli Stati dell’Euro devono finalmente dichiarare pubblicamente ciò che loro sanno da anni ma temono di ammettere: La Grecia è uno Stato fallito, in bancarotta, totalmente insolvente, e da anni. È sopravvissuta a stenti grazie ai 237,5 miliardi europei dei paesi dell’Euro e del FMI, dati in tre programmi di aiuti. Nonostante i tassi favorevolissimi accordati intorno al 1% potranno rimborsare poco o niente. I privati creditori sono già stati tosati nel primo haircut nel 2012 per 103 miliardi di Euro, una perdita superiore al 50% del loro capitale investito. Chi comprerebbe mai più un titolo di stato greco? Nessuno sano di mente. Ora vediamo il programma di Tsipras. Farà meglio dei suoi predecessori?

Le origini dell’attuale disastro era una orgia di spesa pubblica. Dal 2002 al 2009 la Grecia ha finanziato ben 170 miliardi di uscite permanenti con il ricorso al debito, facendo lievitare lo stock totale dal 152 miliardi iniziali ai 350 allo scoppio della crisi. Quali erano le cause dunque? Assunzioni folli nel pubblico impiego. Regalie fiscali a tutti. Innalzamento di stipendi in ogni settore, pensioni per tutti “gratis”, anche senza aver mai versato un soldo. Tutto grazie all’Euro garantito dai paesi-partner. Come credevano o facevano finta di credere le banche, colpevoli anche loro di creduloneria massima. Pazienza, loro, i privati, sono stati tosati bene: hanno perso più della metà del loro capitale nel primo haircut greco. Il problema del governo Tsipras è uno solo. Il programma politico del giovane vincitore dell’estrema sinistra è esattamente lo stesso di Nea Demokratia e del Pasok. Spendere e spandere i soldi degli altri. Solo che oggi questi soldi “degli altri” non esistono più. Nessuna banca del mondo presta più un dollaro, un euro alla Grecia senza le garanzie reali dei partner dell’Euro.

Naturalmente, i gonzi credono che ora tutto sia un problema della Germania. Al contrario. L’Italia ha impegnato 54 miliardi di Euro negli aiuti, la Germania perderebbe fino a 75 miliardi, nel caso di una insolvenza completa. Ma la Germania ha il bilancio pubblico in avanzo, mica in rosso. Sarebbe un colpo, ma rimarrebbe sempre sotto il 2 % del deficit. Accettabile, per un anno. Per l’Italia sarebbe un tracollo finanziario totale. Il default della Grecia tirerebbe dietro il semi-default dell’Italia. Ora, è bene che Tsipras governi. E` bene che lui si renda conto che la vita con i soldi prestati – prima dalle banche e ora dai cittadini europei – è finita da un po’.

Tsipras caccia la Troika? Ci provi. E allora cerchi di far pagare le tasse ai Greci. Magari chiede aiuto ai miliardari greci che hanno sistemato 200 miliardi di Euro sui conti svizzeri. Oppure chiede alla sinistra radicale europea una auto-tassazione per mantenere statali che protestano di andare in pensione con 62 anni, richiesta incredibilmente brutale che priva il milioncino di statali della Grecia di preziosi anni della pensione. È giunta l’ora della verità.

Di ALDO GIANNULI

(2 luglio, tre giorni prima del referendum greco, estratto da http://www.aldogiannuli.it/grecia-il-gioco-che-si-profila/)

[…] Fratoianni ha scritto che […]  Tsipras avrebbe comunque vinto, perché avrebbe dimostrato il ritorno a metodi di governo democratico; sì: peccato che si tratterebbe di una “vittoria morale” e che il vincitore morale sia sempre quello che ha perso.

Ma a Tsipras andrebbe molto male anche se a vincere fossero i No, ma di stretta misura: avrebbe una legittimazione limitatissima, dovrebbe fare i conti con un default, nessuno sottoscriverebbe più alcun titolo greco e quindi, per far fronte alla situazione, dovrebbe emettere moneta propria, altrimenti non saprebbe come pagare neppure gli stipendi dei dipendenti statali, e questo significherebbe implicitamente l’uscita dall’Euro. Ovviamente in condizioni disastrose, con una moneta debolissima e una Ue e Bce scatenate per punire i ribelli greci.

Per di più, una vittoria di misura significherebbe che Alba Dorata è stata determinante e questo lo obbligherebbe, di fatto, ad una qualche intesa su quel lato (allegria!).

Di fatto, l’unica speranza di non affondare sarebbe quella di un rapidissimo soccorso russo e cinese.

Unica via d’uscita relativamente più agevole, una forte vittoria dei No, che lo incoraggerebbe a tener duro ed, in qualche modo, scaricherebbe una parte delle tensioni sulla Ue, costringendola su posizioni meno oltranziste. Sarebbe comunque un momento difficilissimo, perché ugualmente si prospetterebbe il default e l’uscita dalla moneta, ma sarebbe più facile gestire le cose con un popolo greco compatto dietro le sue spalle.

Per ora i sondaggi sono sfavorevoli al No (e gioca evidentemente la paura di cosa accadrebbe tornando alla Dracma), ma non è detto che in questi giorni non ci sia un recupero: i greci sono un popolo orgoglioso e questo potrebbe bilanciare le paure.

Ovviamente, noi facciamo il tifo per il No, ma la partita, bisogna dircelo, per ora è abbastanza compromessa e qui si capisce perché la “furbata” di aver promesso l’Euro e la fine dell’austerità non è stata una grande idea.

(6 luglio, all’indomani della vittoria del NO – estratto da http://www.aldogiannuli.it/grecia-vince-il-no/)

[…] E’ giusto godere di questo momento di vittoria, ma non è il caso di lasciarsi andare a facili entusiasmi: qui si è vinta una battaglia, ma la guerra continua. Soprattutto Tsipras ha vinto in Grecia ma non in Germania e la Merkel non è troppo sensibile agli umori dell’elettorato greco: gli sarebbe andata benissimo una vittoria del Sì per togliersi dalle scatole Tsipras, ma una vittoria del No non significa automaticamente cambiare linea.

Dunque, la battaglia con la Merkel non è affatto decisa: certo, Tsipras e Varoufakis, nonostante la loro terrificante pasticcioneria, hanno avuto un coraggio ed una coerenza ammirevole nel non inginocchiarsi di fronte alle sanguisughe Ue e Bce, però non è detto che questo basti. Adesso vediamo come reagiscono i signori della controparte.

Sono d’accordo con chi mi ha scritto che qui si apre un bivio: o “bastonarne uno per educarne cento” e fare della Grecia la vittima sacrificale, oppure, scontare un minimo di “lutto vedovile” per la sconfitta e poi procedere ad una ristrutturazione del debito pibblico europeo, assorbendo una parte del debito in eccesso stampando un po’ di carta moneta a favore non solo della Grecia, ma anche degli altri paesi deboli (altrimenti non si giustificherebbe). Non c’è dubbio che la seconda soluzione sia quella razionale e preferibile, ma temo che la seconda soluzione sia più facile a dirsi che a farsi. Il punto è che l’Euro non è pensata come una moneta espansiva: dai trattati istitutivi che fissano i limiti all’indebitamento, al deficit di spesa ecc, alla struttura stessa della Bce come soggetto di diritto privato governato da un board di banche centrali a loro volta “indipendenti” dai rispettivi governi, tutto dice che l’austerità è connaturata a questa moneta, fa parte del suo Dna, perché è pensata come “moneta del creditore” per cui l’ordinamento deve garantire in primo luogo che la moneta non perda di valore con eccessive emissioni. Certo, i trattati sono fatti per essere disattesi più o meno marginalmente o essere addirittura stracciati (sai che novità!?) ma a decidere sono i rapporti di forza e questi, per ora, non sono favorevoli né alla Grecia in particolare, né al “partito della moneta espansiva” in generale.

Il pallino è nelle mani della Merkel che deve stare attenta a non fare passi falsi perché è sotto ricatto di Afd: mostrarsi “arrendevole” con gli odiati Pigs potrebbe costarle una frana elettorale sulla destra, mentre in Germania non ci sono segni di contestazioni da sinistra (anche dalla parte della Linke che ormai è un grazioso soprammobile sulla scrivania della kanzelerin).

Poi anche Draghi, per una serie di ragioni, non è orientato a particolari concessioni alla Grecia. A proposito di Draghi, concedetemi una piccola digressione. Ho ritrovato “Il Sole 24 ore” del 21 febbraio 2013:

<<Il presidente della Banca Centrale Europea, Mario Draghi, stacca di oltre 200 mila dollari il suo omologo alla Federal Reserve, Ben Bernanke, sul fronte stipendio. Secondo il bilancio annuale della Bce, nel 2012 lo stipendio base del numero uno dell’Eurotower è stato di 374.124 euro, pari a 493.694 dollari, mentre quello di Bernanke, secondo i dati di Bloomberg, è stato di 199.700 dollari. Draghi fa anche meglio del governatore della Banca d’Inghilterra, Mervin King, che nel 2012 ha avuto uno stipendio di 465.869 dollari.>>

Considerato che Draghi percepisce anche la pensione dalla Banca d’Italia ed è quello che parla di austerità, direi che non è la faccia quello che manca!

Tornando al nostro ragionamento, la prima reazione che dobbiamo studiare è già domani quella riguardante le banche: se realmente cesserà il rifornimento di denaro alle banche greche già da domani, vuol dire che si stanno predisponendo allo scontro a muso duro, significherebbe spingere Atene ad emettere una sua moneta “complementare”, quello che giustificherebbe anche sul piano giuridico l’esclusione dall’Euro. E questa potrebbe essere una brutta grana per Tsipras che ostinatamente ha seguitato ad assicurare i greci che sarebbero rimasti nell’Euro. Sono sempre più convinto che se la Grecia ha un futuro è fuori dall’Euro, ma un conto è venirne fuori contrattando la cosa con gli altri e ben altra cosa è esserne sbattuti fuori da un giorno all’altro. In questo caso dovremmo valutare le reazioni della piazza e, soprattutto, delle Forze Armate che in Grecia non hanno gran belle tradizioni.

Il problema principale di Tsipras è la mancanza di un piano di rilancio dell’economia del suo paese: anche con il taglio del debito e con l’ennesimo salvataggio, l’economia greca resta fortemente squilibrata. Il taglio del debito può riaggiustare un po’ la bilancia dei pagamenti, ma la bilancia commerciale continua ad essere un pianto ed i greci non possono pensare di farcela solo con il turismo. Occorre rimettere in piedi il settore manifatturiero che la politica di austerity ha spazzato via e crearne di nuovo. Infatti anche l’uscita dall’Euro da sola non garantisce la ripresa dell’economia greca se non c’è nulla da esportare. E, per rimettere in piedi una decente manifattura o servizi all’estero, occorre trovare i finanziamenti, cosa  non facile dopo che si è appena fatto un haircut.

Di MAURO MENEGHINI

(10 luglio, il giorno prima del vertice definitivo UE dopo l’ultima proposta di Tsipras – dal suo profilo facebook)

Grecia: il terzo “salvataggio” sarà astronomicamente caro.
Il disastro ellenico è completamente fuori controllo. E diventa ogni momento sempre più caro.
Dato che i media di regime e i media mainstream dicono di non capire bene cosa sta succedendo e che la situazione è abbastanza confusa, semplicemente non vogliono raccontarvi la verità. Quindi come al solito vediamo di raccontarvi la verità vera: certe cose ve le dicono solo i libertari…..

Il terzo pacchetto di crediti costerà perlomeno 70 miliardi di euro. Il premier Tsipras sembra che ora acconsenta ad introdurre misure d’austerità richieste dalla Troika che anch’essa è tornata a chiamarsi con il suo nome originario dopo un breve periodo di neolingua in cui la chiamavano “le istituzioni”. E con ciò la Grecia è per un bel po’ di anni servita (o asservita). Con un ben celato taglio del debito la finzione può proseguire sostenendo che i soldi sono “solo” crediti. Complessivamente tutta l’operazione costerà tranquillamente oltre 300 miliardi, con grande ottimismo, ma ora vedo di spiegare perché i 500 miliardi sono una somma altrettanto facilmente raggiungibile. Ricordo che si tratta di denaro dei contribuenti europei.
La lettera d’intenti del Governo greco di ieri mercoledì fatta pervenire all’ESM fornisce alcune importanti indicazioni di come dovrebbe essere strutturato il nuovo pacchetto d’aiuti, nel caso si pervenisse ad un accordo. Che molti ritengano di non capirci più nulla è plausibile. Vediamo di mettere le cose in ordine. Il salvataggio proverrà da diversi fonti diverse. Che il denaro sia disponibile è comunque cosa non irrilevante. Se si prosegue nella spirale infernale dell’orgia di crediti e di una cieca austerità questo certamente non aiuterà l’economia e finirà altrove. I contribuenti europei possono essere imbrogliati ma non munti all’infinito.
Il nuovo pacchetto d’aiuti dovrebbe essere di almeno 70 miliardi. Il Premier Alexis Tsipras ha fornito un programma triennale. Questo rispecchia, è sulla falsariga della spettacolare analisi finanziaria del FMI (Fondo monetario internazionale) con l’aggiunta delle somme del secondo bailout che la Grecia non ha incassato. Rimane il fatto che il FMI non prenda in considerazione il possibile fallimento della Grecia esplicitamente causato dalla totale chiusura delle banche greche. Non è ancora ben chiaro di quanto siano le perdite causate dai “salvatori” dell’euro per l’azzardo politico praticato in questa vicenda. Ma con buona e ragionevole approssimazione si può quantificare in ulteriori 20 miliardi di euro.
Una prima tranche di questi soldi va direttamente alla Troika: la Grecia deve rimborsare a luglio titoli in scadenza per 6,7 miliardi di euro. A ciò vanno aggiunti 1,6 miliardi al FMI. A fronte di ciò la Grecia riceverà 3,6 miliardi di euro dalla BCE corrispondente agli utili realizzati dalla Banca centrale sui titoli ellenici che non sono mai stati versati ad Atene, somme che sono state usate come strumento di pressione su Atene.
Poi probabilmente vi sono soldi provenienti da altre fonti, importo che dovrebbe aggirarsi sui 35 miliardi di euro. Queste somme sono soldi che il presidente dell’Unione Europea Juncker aveva offerto ancora prima del referendum. Si tratta del messaggio che Matteo Renzi ha inviato a tutti i Paesi del sud Europa che si trovano in fase di ripresa. Di contro si dovrà spiegare ai Paesi dell’Europa dell’est che quei soldi non sono purtroppo più disponibili.
Altra questione centrale è il fondo di salvaguardia per i piccoli risparmiatori: non è ancora ben chiaro per quanto siano assicurati i depositi bancari sotto i 100.000 euro. A causa della fuga dei capitali non è possibile valutare a quanto ammontino i depositi bancari ma certamente parliamo di altri svariati miliardi. Miliardi di euro che il Governo greco non ha mai messo nei suoi bilanci.
Il Governo Syriza ora sembra disposto a sottomettersi ai dettami della Troika: maggiori tasse, riduzione delle pensioni, privatizzazioni. Questi programmi sono tutti saltati e mai applicati negli ultimi cinque anni e mezzo. Se Tsipras li applicherà veramente continuerà a governare e forse sarà in grado di controllare l’insoddisfazione delle popolazione, evitare una guerra civile ed evitare la marginalizzazione del Paese. Certo che questo programma non rappresenta soluzioni lungimiranti per l’economia.
Andrebbe aggiunto anche un taglio del debito, ma naturalmente deve esser chiamato in altra maniera. Nella sua lettera a tale proposito Tsipras si esprime in maniera molto vaga. Deve trattare il tema in modo che i suoi addetti lo riconoscano come un successo del referendum indetto. Contemporaneamente deve esser consentito alla Merkel e a Schäuble di mostrare ai propri elettori d’essersi fatti valere e di non aver concesso alcun taglio del debito. Questo sta a significare che il monte crediti concessi per il secondo pacchetto di salvataggio vedrà spostare la scadenza dal 2020 all’incirca al 2070 con abbuono degli interessi.
La lettera è stata scritta in maniera arguta, per consentire ai vari PR le diverse strategie sia per la Grecia quanto per Germania e Francia. Se venisse veramente accettata la richiesta il terzo pacchetto di “salvataggio” raggiungerebbe l’ammontare di 150 miliardi di euro. Senza contare che i crediti d’emergenza, l’ELA concessi dalla BCE, a seconda delle varie scadenze hanno ormai raggiunto l’ammontare dei 120 miliardi se non si vogliono lasciar cadere le banche elleniche.
Quindi il terzo pacchetto d’aiuti dà una sommatoria parziale di 270 miliardi di euro. Fin ora la grande abbuffata di crediti concessi alla Grecia è stata di 340 miliardi. Quindi “l’investimento” complessivo per l’esperimento greco raggiunge la ragguardevole somma di 610 miliardi di euro. Con questo importo si sarebbe potuto fondare due volte Google.
Questi importi non sono cifre confermate ufficialmente ma si tratta di ragionevolissime valutazioni. Questo a causa della scarsa trasparenza delle diverse istituzioni finanziarie, e così è anche difficile fare delle previsioni esatte. Per gli stessi Parlamenti è quasi impossibile controllare simili importi di denaro dei contribuenti. Di decisioni informate ormai ci rifiutiamo di parlare, sarebbe fiato sprecato. Si alzerebbe un muro politico di reticenza e di no comment al motto della salvaguardia del “pensiero europeo”.
Forse alla fine saranno “solamente” 500 miliardi, ma forse saranno anche molti di più. E’ possibile che i vari ministri finanziari riconoscano queste cifre come realistiche e giungano quindi alla conclusione che sia meglio cancellare ora 340 miliardi e “sacrificare” ora i greci. Si potrebbe quindi cercare di aiutare gli altri Paesi in pericolo con i fondi ESM per occultare queste cifre. Paesi come Spagna e Francia hanno le elezioni alle porte e come ormai sappiamo la solidarietà europea è soprattutto solidarietà di partito.
Vanno ricordate le dimensioni dell’ESM che per il momento è capitalizzato con 500 miliardi di euro ed al termine del programma saranno 700 miliardi di euro. Questa disquisizione sulla debakel greca serve a dimostrare che per il momento la potenza di fuoco dell’ESM è sufficiente per salvare un piccolo Paese come la Grecia e di consentirle di sopravvivere per altri tre anni. Ricordo che in occasione della creazione dell’ESM il FMI consigliava di capitalizzare il fondo con almeno 2.000 miliardi di euro per poter effettivamente funzionare come efficace ombrello protettivo.
In considerazione di tutte queste immense somme completamente fuori controllo, della più totale incompetenza economica delle direttive della Troika, considerato il caos più assoluto in cui i “salvatori dell’euro” si stanno muovendo penso che non resti loro altra soluzione che prepararsi alla prossima operazione: la grande abbuffata dei crediti in euro è terminata. Consiglio quindi il piano C che è: Eurexit per tutti.

Di GINO RONCAGLIA

(11 luglio, da un commento in un colloquio con Tito Magri)

Mah, personalmente ho ancora molti dubbi sull’idea che il gioco valesse la candela. Vero, sull’onda del referendum è stato indubbiamente molto più facile avere un sostegno interno su un piano che comunque non piace a parte di Syriza (dunque sicuramente il referendum ha avuto una importante funzione interna). Ma ha migliorato la condizione negoziale di Tsipras? Per dirlo, bisogna fare due assunzioni che secondo me non sono affatto scontate:

1) bisogna assumere che il progetto attuale sarebbe stato impossibile da presentare – o almeno da presentare con qualche possibilità di successo – senza referendum. Non lo credo: i costi geopolitici (con connesse pressioni USA) e i rischi economici nell’ipotesi di una Grexit (compreso quello di un più o meno esplicito azzeramento unilaterale del debito) sono gli stessi con e senza referendum, e sono questi i fattori che danno alla posizione greca una qualche forza negoziale. L’impatto psicologico del referendum può essere stato forte all’interno e su parte dell’opinione pubblica internazionale, ma non credo proprio che abbia influenzato o possa influenzare le posizioni né dei creditori né dei falchi europei.

2) bisogna assumere, come fanno in molti, che sia stato il referendum in sé, e non un passaggio traumatico che – con la necessità di scegliere fra Grexit e compromesso – ci sarebbe stato comunque, a portare l’Europa a una sia pur minimale discussione sul proprio futuro e sul problema del debito nel suo complesso. Anche in questo caso, non lo credo: la discussione, ancora assolutamente insufficiente, è a mio avviso conseguenza del passaggio traumatico, non della mossa rappresentata dal referendum.

Il solo aspetto negoziale che mi sembra sia stato facilitato dal referendum è il sacrificio (per diversi motivi temo obbligato) della pedina Varoufakis, che in un altro contesto sarebbe stato molto più difficile e traumatico. La gestione fatta attraverso la vittoria del no è stata invece magistrale. Ma sull’altro piatto della bilancia bisogna mettere il fatto che i 10 giorni di blocco della trattativa legati al referendum hanno avuto un costo economico fortissimo (non so se ci siano valutazioni esatte, ma dieci giorni di chiusura delle banche e stop sostanziale delle attività economiche costano molto cari, così come costa il ritorno d’immagine che c’è stato sul turismo, soprattutto sul turismo ‘ricco’).

Infine, mi sembra abbastanza prematuro ritenere, anche qui come mi pare facciano quasi tutti, che il piano di Tsipras (su cui ho letto commenti apparentemente informati dire tutto e il contrario di tutto: l’aspetto davvero migliorativo sembra l’allungamento della prospettiva temporale, ma questa era esattamente la mossa negoziale che Tsipras avrebbe dovuto fare anche senza referendum e che suggeriva la Francia) sia già stato sostanzialmente accolto. Creare questa aspettativa e dare l’impressione di un sostanziale isolamento dei falchi è a sua volta una mossa negoziale, ma non so quanto corrisponsa alla realtà. Secondo me fra oggi e domani sentiremo molti falchi rispondere “è un passo avanti ma non basta”. La proposta greca è ora sul piatto negoziale (poteva esserci dieci giorni fa), ma ho l’impressione che la negoziazione non sia affatto chiusa. In qualche forma si chiuderà, ma ho l’impressione che molte clausole scritte in piccolo e poco pubblicizzate saranno aggiunte nel frattempo.

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