“L’Io poetico è una maschera dall’etimo greco”: da “Le mucche non leggono Montale” di Giulio Maffii

Io non io
Io non io

Di GIULIO MAFFII

IO NON IO *

Il non poeta lo si riconosce subito dai primi versi. Il parrocchiale, chiamiamolo così al pari dei pittori della domenica, non conosce varietà di dettato, di espressione. Valori connotativi e denotativi. Il linguaggio questo sconosciuto. Lo sguardo sarà sempre obliquo, i pensieri muti, insomma scrive sempre in poetichese, non ha uno stile personale che nasce da una ricerca e da uno studio continuo. Le similitudini e i paragoni sono sempre introdotti da un “come”, egli inzeppa di aggettivi la pagina scritta, non scopre parole, non osa, forse non conosce. E così si susseguono anima, vita, malinconia, pensieri, destino. In alcuni casi sparisce l’articolo determinativo o compaiono plurali poetici. La mancanza di solide letture pare evidente in ogni scritto. Talvolta appaiano pure degli orribili troncamenti, ognor, cuor, ben, cose di altri secoli. Il linguaggio evolve, evolve con noi, con la storia, con il parlato. Fa piacere vedere serie accademie che tentano il recupero di forme arcaiche in un tentativo spesso goffo di ritorno al neoclassico, o dal sapore di restaurazione, ma il contenuto è più importante del contenitore. La forma è un elemento basilare ma non è tutto. Sull’uso della metrica si potrebbe dire molto. Sulla conoscenza esatta di essa ancora di più. Se il ritmo è la base principale di una poesia, non è detto che il contenuto debba essere rappresentato ancora oggi da una forma chiusa. Tantomeno da un casuale vadoacapo. Il dato oggettivo che forse infastidisce di più è un uso smodato del termine IO. Questo utilizzo va anche oltre la autoreferenzialità, non è un io autobiografico o un io epico alla Whitman. La storia dell’Io in poesia è lunga, complessa. L’Io poetico è una “maschera”, dall’etimo greco. L’io è un io narrante e trova nel linguaggio la sua espressione. La storia della poesia è legata indissolubilmente a questo concetto. La storia della lirica in particolare. Il poeta deve vivere il linguaggio, si deve nutrire di esso. Ci deve entrare dentro, esplorarlo, fecondarlo, dargli vita. Penetrarlo fino a sviscerarlo, essere lui stesso le viscere trovando così la propria e personale via d’espressione secondo il concetto di mimesi. Per questo il ruolo della cosiddetta lirica è fondamentale. Mimesi non tanto nel concetto aristotelico di imitazione ma in quello di Agnolo Segni, come già nota Gardini; imitazione come creazione di immagini. L’io parla, lo fa solo attraverso il linguaggio, i significati, i significanti, attraverso il chiaro e l’oscuro (non scuro), è una rappresentazione continua ed in costante evoluzione. Nel processo poetico si è assistito, in particolare negli anni zero del nuovo secolo, ad una spersonalizzazione della scrittura. Sembra quasi blasfemia parlare di lirica. Anche nelle ipotesi più underground o sperimentali, che una volta omologate non sono più tali, si nasconde la lirica.

L’io è anche un non io, una frammentazione. “ Un cumulo di immagini infrante, dove batte il sole”, Eliot ci viene ancora in aiuto, si parte da Dante e si arriva a Zanzotto, si guarda Petrarca e si considera l’io romantico. L’io è proprio una moltitudine, Borges docet.

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* Da Le mucche non leggono Montale, Marco Saya Editore, 2013

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