Il Quarto Potere
Il Quarto Potere

Di MATTEO VOLPE

Il trionfo della cultura pop ha segnato la resa della società all’industria culturale e alla sua connessa concezione individualista. La forma dell’intrattenimento (tipica del pop e dell’industria culturale) ha due caratteristiche: per un verso è fortemente individualizzante, dall’altro completamente massificata.

È individualizzante poiché prevede la fruizione dell’oggetto culturale in modo totalmente atomizzato da parte del singolo, che si trova costretto a dover sospendere o recidere qualsiasi legame sociale e comunitario; la forma culturale dell’intrattenimento non prevede alcuna condivisione della fruizione. Nella visione di un programma televisivo, come di una pellicola cinematografica, o nella lettura di un giornale (anch’esso corredato da immagini e stilemi “pop”) come nell’infarinatura del turismo culturale, l’individuo anche se in luoghi affollati è sempre lasciato da solo con l’“agente” culturale deputato non di rado a istruire e intrattenere allo stesso tempo. Molto spesso, infatti, l’intrattenimento viene proposto nelle vesti di corso, lezione, didattica per inesperti. Il compratore della merce culturale (perché la ritualità dello scambio viene reiterata seppur metaforizzata) non ha modo né tempo per la condivisione e la compartecipazione della conoscenza, che è il meccanismo storico con il quale avviene la trasmissione del sapere, dai tempi in cui gli uomini si riunivano attorno al fuoco per ascoltare i racconti degli anziani. Questo intrattenimento individualizzato è allo stesso tempo, però, massificato, perché l’individuo viene trattato dall’industria pop come un prototipo astratto, risultato, magari, di rilevamenti statistici incrociati. È privato della propria individualità concreta, per divenire un punto indistinto e perciò una “massa” informe che subisce passivamente la culturizzazione dei media. L’individuo massificato non è partecipe della propria formazione. Esso si limita a recepire acriticamente e a incamerare i dati che gli vengono snocciolati dal suo agente culturale (sia esso la televisione, il giornale, l’insegnante, la guida turistica, ecc.) chiedendo soltanto una gratificazione edonistica immediata e di non sforzare troppo le meningi, cose nelle quali la scientifica industria dell’intrattenimento non manca di accontentarlo.

Individualizzazione e massificazione potrebbero sembrare fenomeni opposti e contraddittori, ma non è così. Solo una volta spezzati i riferimenti della tradizione culturale nella quale si inscriveva l’individuo comunitario (siano essi quelli del sapere scritto, elitario, “culto” o dell’oralità e della ritualità popolare) esso può divenire parte di una “massa” che si presta a essere plasmata come un unico insieme nel quale ciascun atomo è indistinguibile dall’altro. Di conseguenza la fruizione dell’intrattenimento culturale è sempre superficiale e acritica, perché venuti a mancare i riferimenti, i simboli e i linguaggi della tradizione culturale il fruitore si ritrova sprovvisto di quei mezzi idonei a interpretare la realtà e a decodificare il messaggio per eventualmente assimilarlo, ma solo dopo averlo rielaborato.

Il messaggio, pertanto, è recepito nella sua immediatezza emozionale o nella sua ovvietà logica, senza permettere ulteriori livelli di comprensione ed abolendo quindi la critica. Vengono nel contempo abolite tutte le differenze, perché la caratteristica di questa cultura rispecchia quella dell’individuo astratto e apolide.

La cultura pop, nella forma dell’intrattenimento suo veicolo pressoché esclusivo, esercita la propria egemonia, al contrario delle altre culture dominanti che l’hanno preceduta, senza rivendicare nessuna “verità”. Non rivela alcun significato nascosto e non si fa portatrice di alcuna “narrazione”, la cui assenza è stata teorizzata da Lyotard e dal post-modernismo, ma anzi ostenta con orgoglio una completa mancanza di senso, anzi, una vera e volontaria rinuncia al senso. Un relativismo gnoseologico, o addirittura un vero e proprio nichilismo, rappresenta l’unica perentoria asserzione di questa cultura. Di conseguenza l’immagine subentra alla parola e al concetto, perché non si dà comprensione al di là della nuda percezione sensoriale e della risposta pulsionale.

Naturalmente questa asserzione è ideologica. La narrazione dell’assenza di narrazione è essa stessa narrazione. La quale serve a nascondere una strategia di dominio assoluto sull’individuo.

A questa cultura nichilista, individualista e prevaricante, è stata elaborata una reazione controculturale, fino alla fine degli anni ’70 del secolo scorso, rappresentata dal folk. Il folk è riuscito a esercitare una resistenza rispetto al dominio del pop che si stava imponendo nel corso degli anni ’50 e ’60. L’arte e la cultura d’avanguardia, infatti, contestavano i caratteri egemonici da una posizione ancora più radicale rispetto a quella della vecchia arte borghese, ovvero di netto distacco rispetto alla società, quindi in qualche modo elitaria (seppur non aristocratica). Il folk, invece, giungeva agli stessi esiti critici e di radicale rottura rispetto alle forme culturali dominanti, ma ponendosi da una prospettiva diversa. Esso recuperava i linguaggi popolari, ma era pure cosciente che essi, prodotto di un universo contadino ormai svanito, non potevano essere replicati di sana pianta nella nuova società del capitalismo industriale. Gli artisti e gli intellettuali folkloristi seppero recuperare le forme di trasmissione popolare della cultura, ma svuotandole dei vecchi contenuti contadini e pre-industriali, per renderli veicoli di un forte messaggio controculturale. Ottennero un’arte immediata nella forma, fruibile anche dagli strati sociali meno istruiti, eppure ugualmente efficace nel porsi come strumento di rottura rispetto ai caratteri egemonici della società. I linguaggi popolari seppero ricreare dei legami di tipo comunitario, solidaristico e mutualistico in opposizione all’individualismo massificante, ma nel pieno della consapevolezza intellettuale di questa opposizione e superando qualsiasi ingenuità “plebea”. Il risultato fu una miccia pronta a esplodere. Ma questa miccia sarebbe stata disinnescata dall’inclusione del folklore nei meccanismi di commercializzazione e mercificazione della cultura, che lo avrebbero privato della sua carica rivoluzionaria per renderlo una mera celebrazione ipocrita del passato, la quale ovviamente funge da pretesto per ribadire il dominio assoluto del mercato e del rito di scambio. È il trionfo del turismo culturale, delle sagre, della musica country e blues castrata, sterilizzata e resa commerciabile.

Il folk, insomma, ha finito per essere incluso nel circuito dell’intrattenimento e per diventare un sottogenere del pop, perdendo qualsiasi coscienza conflittuale.

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