Alessandro Ricci
Alessandro Ricci

Di FABIO CIRIACHI

La vicenda poetica di Alessandro Ricci (1943-2004) si articola, a tutt’oggi, in cinque raccolte disposte con perfetta simmetria su quei versanti contrapposti dell’essere nel mondo cui fa da discrimine il momento della morte. A Le segnalazioni mediante i fuochi (Piovan, 1985) e Indagini sul crollo (Edizioni del Leone, 1989), pubblicati in vita, segue, dopo un silenzio editoriale di quindici anni, quella vera e propria cerniera dell’esistenza che è I cavalli del nemico (Il Labirinto, 2004), composto dal Ricci con le residue energie di una malattia terminale e uscito due mesi dopo la morte. Infine postumi, grazie alla cura fraterna di Francesco Dalessandro, sempre presso Il Labirinto sono apparsi, nel 2007, le esili “Spillature” de L’arpa romana, e ora, nel 2014, il ben più corposo L’editto finale.

A inizio lettura di quest’ultima raccolta, apparsa nel decennale della morte, sono incappato in un insolito incidente di consapevolezza. Dopo le prime pagine, infatti, mi sono accorto che ne seguivo il percorso come se a stabilirlo fosse stato Alessandro Ricci in persona. Chiarito con una certa emozione che così non poteva essere, ho proseguito la lettura con la medesima autonomia prospettica riservata alle prime tre raccolte che, diversamente da L’editto finale, sapevo essere frutto della sua libertà organizzativa.

Non sembri una digressione inutile, questa, giacché una raccolta non riflette l’autore solo perché accoglie sue poesie, ma anche per come questi ne ha determinato presenza, suddivisione in sezioni, ordine all’interno delle sezioni, spesso anche titolo e immagine di copertina; in una parola, la piena fisionomia.

L’equivoco in cui sono incorso ha una duplice spiegazione: la prima è che la poesia di Alessandro Ricci nasce matura ed evolve secondo regole che attengono più alle variazioni sul tema che non alla gradualità della crescita stilistica. Interessante, in proposito, la “Nota del curatore” che chiude la raccolta: “…i tre libri (i primi tre, ndr) procedono paralleli fra loro; ovvero, la loro costruzione è il frutto, ogni volta, della scelta fra tutto il materiale inedito fino a quel momento, obbedendo soltanto a criteri interni all’opera”; e più avanti, stupito per alcune esclusioni inspiegabili, aggiunge che alla decisone di lasciare fuori poesie importanti: “…non è estranea un’esigenza di snellezza imposta dall’editore”. La seconda causa dell’equivoco, invece, è legata all’evidenza che l’intero impianto de L’editto  finale risente della capacità di Francesco Dalessandro di organizzarne la struttura nel pieno rispetto dello spirito dell’autore, per quanto a fondo ne conosce l’opera e ne ha intensamente vissuto l’amicizia; e quando il curatore ha i tratti dell’alter ego, il rischio di confusione è alto.

Ma più dell’equivoco, presto chiarito, a connotare l’approccio alla lettura è stata la consapevolezza che L’editto finale è forse l’ultimo lampo di quella stella spenta in cui un poeta si trasforma quando la morte asciuga la sua penna e al contempo, però, le poesie inedite continuano a brillare come se nulla fosse accaduto. Nelle stelle spente il segmento di luce residua si accorcia sempre più fino a congiungersi col buio della scomparsa percepita; nella morte di un poeta, l’illusione che sia ancora vivo può reggere finché dura la pubblicazione degli inediti. Esauriti i quali, resta l’opera tutta intera, e la coscienza dell’attenzione con cui proveremo a ereditarne il senso decifrandone ogni giorno un po’, così da rendere sempre più chiara quella quota fondamentale di nascosto che spesso dà consistenza e valore all’architettura del visibile.

È con uno spirito simile che ho letto quest’ultima raccolta di Alessandro Ricci, consapevole che era ultima sia perché appena uscita e sia perché, forse, dà fondo alla riserva di voce degli inediti, o quanto meno a quella riserva così ricca da potersi trasformare ancora in un’opera complessa come le tre che l’hanno preceduta (tengo fuori dal conto L’arpa romana perché nella sua brevità la considero propedeutica a L’editto finale).

Fedele allo schema dei precedenti libri, anche qui la voce di Ricci si articola attorno ai temi che hanno costituito l’oggetto precipuo della sua ricerca: il doloroso assillo per un’epoca persa (la classicità greco-romana) che nessuna espressione poetica tentata oggi, neanche la più felice, può rendere accettabile; il nodo esistenziale di una continua richiesta d’amore proferita in piena coscienza dell’impossibilità di essere soddisfatta; l’utopia dell’esserci da protagonisti agìta, infine, solo per dimostrare quanto vani siano i tentativi di renderla realtà (vedi la clausola di una poesia de L’arpa romana : “e che finalmente è questo / il mio destino di spettatore”).

Emblematica, in merito, la poesia di pag. 21 che occorre citare intera: “Scendere a volo / d’Icaro o passo / d’uomo nel silenzio / assoluto verso basse / e bassissime latitudini / e poi / quello che c’è / c’è. / Là stare, lì / smettere l’odio  e l’amore, dire / le parole dei grandi / classici in ebeti / pomeriggi, fra pause / lunghe di pochi / suoni, non aspettarsi alcuna / riconoscenza, alcun / restare di chi / si volle, di chi si / respinse, e così, al fondo, / tra rumori lievi di acque / che cadono e uccelli che / salgono, finire / stupidamente”.

Fermiamoci un attimo su questo testo-campionario giacché in esso si articola, pur senza essere mai pronunciata, la dimensione esistenziale che guarda al suicidio come autonoma uscita dal mondo. La poesia inizia con l’atto diminutivo

Alessandro Ricci
Alessandro Ricci

dello scendere che è perdita di luogo elevato; il volo a cui si fa riferimento è quello fallito d’Icaro; l’inequivocabile stato delle latitudini da raggiungere a passo d’uomo è ben reso dalla presenza rafforzativa del superlativo (basse e bassissime); l’arrendevolezza del luogo sta nel remissivo quello che c’è c’è; la rinuncia al sentire è esplicitata da smettere l’odio e l’amore; e ancora, a riprova di quanto inutili possano risultare anche gli strumenti di più collaudata ricchezza, il dire le parole dei grandi classici in ebeti pomeriggi; la rinuncia a fondamentali aspettative  di non aspettarsi alcuna riconoscenza, alcun restare di chi si volle, di chi si respinse; per chiudere, dopo l’immagine degli uccelli che salgono (loro che possono) col crudo finire stupidamente. È fuor di dubbio che questi brevi versi siano di una spietatezza che consuona in pieno – tanto ne sembrano la più lineare espressione – col diritto di togliersi dalla vita, date certe condizioni.

Che il suicidio appartenga alle istanze profonde di Alessandro Ricci è documentato in modo incontrovertibile dai suoi libri. Nel primo, Le segnalazioni mediante i fuochi, c’è addirittura uno strano refuso, nell’indice, che ben si presta, data la sua natura incidentale, a considerazioni quanto meno surrettizie sulla bizzarria del caso; considerazioni che non potrebbero mai essere addotte come prova di alcun reale nesso causa-effetto ma confortano chi, come me, a quel refuso non vuole rinunciare per rendere un po’ meno campata in aria la possibilità che al suo interno si nasconda un disegno sensato. Quale sarebbe lo strano refuso? Ad apertura de Le segnalazioni mediante i fuochi è evidente come la prima poesia della raccolta, “Furio Seniore”, si trovi a pagina 9. Ma stando all’indice, invece, le poesie iniziano da pagina 11 con quella che in realtà è la seconda e s’intitola “Epigrafe per un suicida pompeiano”. Che la terza del libro, ma seconda per l’indice, s’intitoli “Baia, un suicidio per acqua” è a sua volta del tutto casuale, come lo è la circostanza che le prime tre poesie vertano tutte sulla figura di Furio Seniore, uno dei tanti personaggi ai quali Alessandro Ricci affida il compito non facile di far dialogare il tempo di oggi con quello di un passato tanto esemplare quanto non più riscontrabile (come fa con Guido Cavalcanti, Giuliano l’Apostata, Catullo e altri).

Refuso a parte, sembra evidente che aprire l’opera d’esordio con due poesie intitolate al suicidio pone il tema in una posizione quanto meno privilegiata nel canone esistenziale di Alessandro Ricci. Certo, ne L’editto finale non si allude altrettanto esplicitamente all’atto del darsi la morte (in Indagine sul crollo, per restare all’indice, lo si fa solo in modo indiretto con la poesia dal titolo “In risposta a un silenzio di Berryman”, essendosi, la vita del poeta citato, conclusa proprio col suicidio), ma che il giacimento di argomentata filosofia in proposito sia consistente lo dicono ne L’editto finale, versi sparsi qua e là come “senza il trionfo con cui ancora / annuncio le mie catastrofi” di pagina 36, o anche “e la condanna di venti, / trenta anni da vivere / nel suo Impero” di pagina 48. Oltre a “Per un grave errore strategico”, a pagina 54, dove il tribuno dei militi, “Scartata la morte socratica” decide di darsi la morte uscendo inerme incontro al nemico che accerchia la legione. O ancora in “Accampamento di fine impero”, a pagina 57, il cui incipit è inequivocabile : “A Vindonissa d’Elvezia / il centurione Gaviso passa / in rassegna le vene del polso / per trafiggerle col pugnale”.

La poesia di pagina 54, però, contiene al suo interno una strofa di otto versi che oltre a raccontare le ragioni di quella dura decisione presa: “Il tribuno dei militi / non amava alcuna (moglie / o altra nell’urbe) al di là / dei confini della pelle, come / – sbiadita memoria – gli era / una volta accaduto, né / sé medesimo, forse proprio / per questo” ci dice qualcosa di profondamente rivelatore della realtà amorosa di Alessandro Ricci, dove quel non amare sé medesimo pudicamente accenna a una possibile ragione personale, resa incerta da sbiadita memoria, circa la lontana esistenza di un amore andato al di là dei confini della pelle.

Altro tema portante – oltre all’amicizia virile (vedasi la bellissima “A Paolo Bardelli” a pagina 106), al suicidio e alla impossibilità di amare – è il rapporto padre-figlio, che Ricci ha esperito direttamente solo da un lato del binomio, non avendo lasciato dietro di sé figli con cui verificare geneticamente cosa comporta l’assunzione del ruolo paterno. Non specifico a caso “geneticamente” perché poi, nella dinamica a tutto campo dei comportamenti, ho netta la memoria di come la sua affettività amicale scegliesse, per manifestarsi, le parole e l’agire del padre buono, con tanto di carezze, arruffate di capelli, e “cucciolo” e “piccolo” ad accompagnare i gesti.

Poesie dedicate al padre ce ne sono in tutte le raccolte (“A papà” in Le segnalazione mediante i fuochi, “Ad agosto mio padre camminava soltanto per Roma” e “Il padre, la città e i cani” in Indagini sul crollo, “Poco dopo alcune, sciupate voci”, “Le condivise bellezze” e “Case, ristoranti, giardini e scale” ne I cavalli del nemico, “Il padre” ne L’arpa romana; fino ad arrivare a “La sagoma del quadrato” che chiude L’editto finale e che va citata per intero, tale è la sua pregnanza in rapporto alla possibilità di scambio del ruolo padre-figlio cui fa riferimento; oltre alla clausola che smentisce, col suo dolcemente, lo stupidamente relativo al finire della poesia di pagina 21. “Quando la levità d’un’idea / si fa così estrema, / e l’ultimissima linea, / esattamente uguale / alle altre, nasce come un figlio / di cui si è figli, o / si torna all’atto, all’attimo / del proprio concepimento, / e indietro tutta, fino / a sentire l’intero tempo / delle generazioni, / gli antichi morti e i futuri / viventi, allora / è finita, / anche se dolcemente”.

Credo sia chiaro, a questo punto, come non riesca a leggere al di fuori dell’ambito emotivo L’editto finale, il che mi porta a redigere le mie note di lettura tenendo conto, oltre che dei testi, anche della conoscenza col loro autore. Tant’è, non sono un critico e non ne ho nemmeno gli oneri, quindi proseguo e concludo senza ulteriori remore la mia escursione, niente altro seguendo che l’ordine sparso delle note prese all’impronta nel corso di una lettura che i mille impegni quotidiani hanno trascinato per le lunghe più di quanto non avrei voluto.

Rimarchevole, per chi ama la lingua italiana, l’uso felpato che Alessandro Ricci fa di vocaboli desueti il cui suono, però, accende ulteriormente versi già pieni di musiche legate a epoche diverse: essudano (“…ginestre / e vinello d’oro / essudano le navi / all’orizzonte…”) e immine (come terza persona del presente indicativo, credo, di quell’imminere da cui deriva imminente) a pagina 22; flava a pagina 39; piropo e nanfa, a pagina 42; sportula, a pagina 52; sica, a pagina 53; geti a pagina 54 e così via.

Un’ultima osservazione per chiudere in maniera aperta e con una domanda, anziché in modo assertivo. Io non so, o non ricordo di aver saputo, cosa pensasse Alessandro Ricci di Albert Camus, e che posto avesse, questi, nella composizione del suo ordine di valori filosofico, ma so che di colpo, leggendo la clausola di “Vacanze in Sicilia” a pagina 87: “…perché semplicemente non resta / che lo spazio d’una giornata di sole, / innamorato / o indifferente, contro / la solitudine” mi è venuto in mente il primo Camus, quello de Il rovescio e il diritto e Nozze, per quel pozzo fondo di natura – equivalente a solare gioventù, a confusa beatitudine degli inizi – che trovo tanto nell’amico scomparso quanto nel grande scrittore da cui non mi stanco di imparare; come è significativo che il verso “Sono ferito a morte” (nella poesia “Al fondo”, a pagina 102 de L’editto finale) basti da solo a evocare quella che è una delle opere più importanti e radicali di Camus, La caduta.

È l’amicizia a dare certe suggestioni (improprie?), o qualcosa di più esteso di quanto non dicano i versi citati connette, alle radici, due etiche legate in modi e in tempi diversi alla crisi del Novecento  anche se entrambe lucidamente severe, e nette, nell’indicarne le cause?

 

ps – Lo so, non andrebbe fatto, ma non ho resistito, e allora tanto vale comunicarlo. Le sei parole più usate ne L’editto finale, in ordine decrescente sono: bianco, parole, luce, acqua, silenzio, amore.

Alessandro Ricci L’editto finale (Il Labirinto, 2014) pagine 125 € 14
Prefazione di Domenico Vuoto
Note del curatore di Francesco Dalessandro

Advertisements