Dimenticare sapendo: su “Poesie di ieri” di Stefano Bottero

Stefano Bottero

Di ANTONIO RAFFAELE

In “Poesie di ieri” (Oèdipus Edizioni 2019) Stefano Bottero, per sua stessa ammissione, non vuole assumersi la paternità di alcuna parola riportata nei suoi versi, ascrivendone ognuna piuttosto e soprattutto ai poeti del ‘900 come Pierpaolo Pasolini, Sandro Penna o Dario Bellezza per citarne solo alcuni, ma anche ad un certo cantautorato nato verso la fine sempre del secolo scorso come Vasco Brondi con il gruppo Le Luci della Centrale Elettrica, Cristiano Godano con i Marlene Kuntz o Manuel Agnelli con gli Afterhours.
Quindi l’esordio del giovane poeta sembra cercare le proprie radici in un periodo storico ben preciso di cui ha studiato, assorbito e amato non solo la letteratura (italiana e non, si pensi allo scrittore statunitense John Cheever a cui il poeta ha dedicato la quarta sezione del suo libro) ma anche una parte dei suoi versi in musica.
Il poeta per quanto ci provi è consapevole che non è facile cercare di ricordare tutto il nostro ieri e infatti come dice Biancamaria Frabotta nella prefazione del libro “anche a lui spetta la quota della dimenticanza atavica che ci tiene a balia sin dalla nascita e bada a difendere la nostra speranza di felicità, distraendoci dalla disperazione inscritta nel nostro destino”.
Il libro si divide in cinque sezioni ben legate e conseguenziali l’una all’altra, “A ritmo del nulla” con il richiamo al bisogno e al vuoto, “Metastasi di un ricordo” dove dominanti sono il sogno e la paura, poi c’è il desiderio di una maggiore leggerezza in “Omissioni e farfalle”, il già citato “To John Cheever” dove il poeta affronta il conflitto tra esteriore ed interiore o tra sogno e realtà. E per finire “Circe (Preludio)” dove viene avviata una riflessione e una ricerca di significato sull’abbandono.

“La vita è una sala d’aspetto
e ho perso il momento”

Bottero esprime “un soffocante segreto”, un bisogno di perdersi per ritrovarsi in quell’irriconoscibile incondizionato di Adorno che è vuoto, “abisso a caso”, dimenticanze e assenze dove “la vita conta fino a 10 prima di cercarci”.
È il sogno di una vita più dolce che viene ucciso dalla realtà, dai domatori del sogno, e se i fantasmi vengono avanti nella nostra vita, poco alla volta diventiamo noi stessi fantasmi allontanandoci dalla vita, incognita o titolo di viaggio che può rendere tragica l’angoscia dell’esistenza e che fa dubitare lo stesso poeta di esistere accostando in modo nichilista la sua anima ad un cassonetto arrugginito.
È la paura di non capire e di non essere capiti, ma anche il doppio desiderio di essere riconosciuti nel proprio turbamento e allo stesso tempo di esserne accolti.

“Sei l’intimità della mia dissociazione,
così scivoli dietro di me come la notte
che mi adagia un nastro sulle palpebre
e lo tira da dietro”.

Un dimenticare sapendo che l’indomani ricorderà ancora. Sensazioni o miraggi che fanno amare a vuoto.
Si scivola nella paura di se stessi, del passato che si presenta vestito di panico attraverso il ricordo del padre e anche nel desiderio di una fusione più mentale che fisica, dell’essere cullati dal profumo di una ragazza che allontana i desideri che non fanno dormire.
Il poeta “omette” alcune cancellature e lascia parole come “nient’altro” coperte solo da un tratto di penna per poter essere lette o forse anche per fare emergere quell’inconscio che non riusciamo proprio a capire e in parallelo la consapevolezza che il non capire e il non comprendere sono, proprio grazie alle poesie di ieri, un dono, parola questa che è ripetuta due volte nel testo “all’amato se stesso dedica questa ninna nanna l’autore”.
Due pagine dopo viene “cancellata” l’ultima parola “morbidamente” in contrapposizione al “Getzemani di spine” per alleggerire “la nevrosi del mio scrivere”.
La confusione dolcezza/assenza è annegata/negata negli incubi del poeta,

“ -e non fa rumore la luce
tra periodi e istanti di solitudine”.

Il silenzio della solitudine, il desiderio che rende schiavi mentre il sogno, i ricordi d’infanzia e la sera si mescolano. I sogni che durano in eterno e che devono separarsi dal resto e allo stesso tempo conviverci felicemente per non soffrire.
E di nuovo una parola cancellata, “behind”, un nascondersi “dietro” un menhir di storie o se vogliamo di scuse antiche per non riuscire a cambiare se stessi rimandando tutto ad una eventuale incarnazione futura.

“Ho bisogno che tu sia qualcosa
nei momenti più bui, qualsiasi cosa”

L’abbandono di chi continua a tenerci al guinzaglio, le ossessioni nelle notti colme di sensi di colpa, nella nostalgia dell’acqua e del periodo fetale, nell’aspettare una primavera, una rinascita senza madre, nei ricordi e nel rivivere e vivere -e non viceversa- in modo costante l’abbandono.

“se avessi il diritto di pensarti nell’erba
in cui mi hai lasciato in fasce,
ti guarderei indifeso con degli occhi non miei”.

 

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