“Il sig. Rinaldini”, racconto inedito di Luca Zambelli

Di LUCA ZAMBELLI

 

Il sig. Rinaldini è maschio, etero, bianco e adulto, ha un lavoro in nero, non paga la fattura al dentista, lo hanno costretto a pagare il canone Rai in bolletta e gli è venuta la bava alla bocca.
Non è diplomato, alla sera torna a casa e lo accolgono un ventaglio di bollette, le ragnatele e i Saikebon da immergere in acqua calda.
Il sig. Rinaldini è single perché le donne son tutte troie, non esce con gli amici perché parlano solo di figli. E vorrebbe esser lui a tornare figlio, imboccato, coccolato, con qualcuno alle spalle a indicargli la via, portato per mano attraverso la nebbia.
Il sig. Rinaldini una sera, mentre scrocca la partita in streaming, si dice che non può essere così schifosa la sua vita.
Si guarda a destra e vede le ragnatele, si guarda a sinistra e vede una pianta annerita e piegata all’ingiù dentro il suo vaso.
Il sig. Rinaldini ci pensa ogni minuto, per mesi, per anni.
Quando è stato, quando è successo che tutto è andato in malora?
Si lascia crescere la barba, non esce per l’aperitivo con i colleghi.
Passa anni e anni con gli occhi fissi sul cellulare, alla stregua del miglior Fantozzi pre elettorale, quando segregato in casa spulciava ogni giornale, seguiva ogni tribuna politica in vista delle elezioni.
Dopo estenuanti notti di informazione massiccia, il lampo
Il sig. Rinaldini si alza dalla poltrona verde pisello sintetica, ringrazia il Capitano, esce per strada sgranchendosi le spalle, le braccia.
Fa un giretto all’Esselunga e compra una Beretta, i proiettili sono in omaggio.
Ritorna a passeggiare per strada, la Beretta nel giubbotto, il cellulare in mano, mette un paio di like. Legge un articolo sulla recessione, due anni di retromarcia, ormai.
Scrolla con l’indice e appare la foto di una nave, il titolo dell’articolo dice, nuovi sbarchi.
Sulle prime il sig. Rinaldini digrigna i denti, palpeggia la Beretta, la estrae.
Ora si sente leggero, quasi saltella.
Camminando arriva alla stazione, si trova davanti a un fagotto di coperte, punta la Beretta contro il fagotto, preme il grilletto fino a quando i proiettili non finiscono, fino a quando una macchia rossa si allarga da sotto le coperte.
Il sig. Rinaldini pensa che era ovvio, che non poteva essere colpa sua.
La vita di merda, il lavoro in nero, il paese in recessione.
Si dirige verso il prossimo fagotto, inserisce i proiettili nel caricatore.
Se ne ammazza almeno venti, forse lo assumono in regola, a trenta lo promuovono pure, a quaranta, chissà.

Alla fine il sig. Rinaldini ne uccide solo sei, le munizioni in omaggio erano poche, fa freddo, e poi domattina si comincia a lavorare presto.
Il bottino è costituito da 4 fagotti, 1 barbone e un africano.
Camminando verso casa, sfregando le mani fra loro per riscaldarsi, si chiede quanti fondi in più resteranno nelle casse dello Stato senza pagare l’hotel e le medicine a quelli rimasti in terra.
La rabbia è completamente svanita, le spalle non sono più contratte, un enorme peso è volato via.
Il sig.Rinaldini non l’ha mai ascoltato nessuno, un po’ perchè non è diplomato, un po’ perchè non è sposato con figli, un po’ perchè non lo sa.
Ma lui non è di tante parole, è d’azione. Gli ha fatto vedere cosa bisogna fare, gli ha dimostrato, a quelli là, che se la sa cavare da solo.
Mentre si mette a letto e punta la sveglia immagina i telegiornali di domani, a come parleranno delle sue gesta.
Mi arresteranno, pensa, ma alcuni mi seguiranno, mi candideranno in parlamento.
Con la luce spenta, sotto le coperte, poco prima d’addormentarsi, pensa alle lettere delle ammiratrici che gli arriveranno in carcere, se ci andrà. Anzi, qualche mese meglio andare, le donne impazziscono per i martiri.
La mattina il sig.Rinaldini apre gli occhi e spegne la sveglia, dopo aver liberato la vescica accende la TV.
Chissà cosa diranno, sogghigna, vediamo se qualche telecamera mi ha ripreso, la TV ingrassa.
Passa in rassegna Sky Tg 24, Rai news e non dicono nulla, nemmeno un accenno sulle ultim’ora che scorrono in basso.
Il sig.Rinaldini sente il peso ripiombargli addosso, vede sfumare il carcere, la candidatura, le lettere delle ammiratrici.
Serra i pugni e si alza di scatto, si veste e va al lavoro, mentre cammina per strada, con la sciarpa sulla bocca, non fa che rimuginare su chi ha rimosso i cadaveri, sul perché il abbiano rimossi.
Devia dal solito tragitto casa-lavoro per passare dalla stazione, vedere almeno le chiazze di sangue lasciate dai cadaveri.
Passa, rallenta e poi si ferma.
Non c’è alcuna goccia di sangue sul marciapiede, non c’è segno di candeggina o altri solventi.
Quello che ha fatto non è mai accaduto.
Controlla l’ora sul cellulare, corre al lavoro, lì non parla con nessuno, ogni secondo di pausa lo dedica a scrollare i siti d’informazione nella speranza di leggere di sè.
Niente, le sue azioni sono evaporate.
Il sig.Rinaldini intavola un discorso con alcuni colleghi a fine turno, chiede, e se qualcuno sparasse a questi qua che non fanno niente?
Un collega risponde, non lo so, secondo me i cadaveri li fanno sparire i loro amici, così possono vendere i documenti ad altre risorse, tanto si somigliano tutti.
Alla sera il sig.Rinaldini e seduto sul divano, guarda la TV, ormai si è arreso.
Non parleranno di lui.
Nessuno lo ascoltava, nessuno lo ascolta.
Ma adesso le cose cambieranno, pensa, e intanto infila le scarpe, indossa il giaccone ed esce di casa.
Mentre è in fila alla cassa riceve una chiamata: sì, mamma. Vengo domenica, salutami papà.
Paga i proiettili, la cassiera dell’Esselunga gli sorride, ne é sicuro, forse lei sa.
Il sig.Rinaldini si dice di non aver tempo, dopo, le ammiratrici dopo.
Camminando, accarezzando la pistola, sorride. L’arcigay è il posto giusto, quelli controllano le banche, la politica.
Apre la porta senza bussare, spara a qualsiasi cosa si muova.
Che lo vengano a prendere, a portar via in manette, adesso.
Passano le ore ma non si fa vivo nessuno, possibile che non abbiano sentito gli spari?
Ormai si è fatto tardi, torna a casa con un senso di leggerezza, saltella, questa volta ha messo a posto gli amici di chi comanda.
Sarà abbastanza?, vedremo, chiude gli occhi e s’addormenta.
Quando suona la sveglia corre subito alla TV.
Scorrono servizi sulla recessione, sull’imminente uscita dall’Euro, sulla Cina.
Nessun parla di lui.
Raccoglie il viso fra le mani, perché?, si chiede, perché?

‘È andata a casa con il negro, la troia’, il sig.Rinaldini ruota la manopola del volume e apre il finestrino, vuole che tutti ascoltino Vasco.
L’aria fredda entra nell’abitacolo, lo ridesta dal torpore, dallo smarrimento. Abbassa lo specchietto retrovisore per guardarsi e incrocia due occhi rossi, una faccia smunta con la barba lunga. Rialza lo specchietto, si sente stanco, è la terza volta che passa con la radio a tutto volume davanti al kebabbaro, ogni giro sempre la stessa strofa, il negro e la troia.
È meglio andare a casa adesso, si dice, mentre fa risalire il finestrino. Dopo qualche minuto toglie la berretta e la sciarpa, sta sudando.
Meglio andare a casa, si ripete, magari mi vede il supervisore, poi è un casino.
Il sig.Rinaldini sarebbe ufficialmente in malattia, ma tanto non lo pagano per stare a casa in malattia, quindi se ne frega ed esce.
Negli ultimi giorni ha cominciato a provocare i commesse dell’Hao Mai, buongiolno, tu scopale semple con cazzo piccolo cinese, sì?, volele velga italiana, sì?
Ha preso anche l’abitudine di andare alla stazione e scrivere no-negri sulle panchine dove si stravaccano gli africani, con il pennarello indelebile bianco.
Si è convinto di essere invincibile, invincibile e invisibile.
Se ammazza i barboni, se ammazza i froci e nessuno gli fa niente, deve esserlo.
All’inizio la cosa gli dava soddisfazione, ma con l’andare del tempo gli è venuto a noia il giochino.
Oggi, tornando a casa dopo la scorribanda dal kebabbaro, si chiude la porta alle spalle con quattro mandante e osserva la strada poco trafficata dalla finestra, alita sul vetro, ogni tanto lo deve pulire dalla condensa.
Sono là fuori, mi spiano, dice con le mani giunte dietro la schiena.
Prende il cellulare e chiama sua madre, risponde una voce maschile, sì?
Sono io, mamma, dice il sig.Rinaldini.
Ma vaffanculo, dice la voce maschile.
Hanno rubato mia madre, come hanno rubato la mia pulizia, i morti necessari e la giusta ricompensa.
Gira nervosamente per il corridoio, scalzo, grattandosi il mento, osservando le fughe fra le mattonelle del pavimento, un intrico di linee regolari, ripetute.
Il sig.Rinaldini si blocca, spegne la luce, illumina col cellulare il proprio percorso fino alla camera da letto, ficca delle mutande e dei calzini nella borsa della palestra, prende il portafoglio e il caricabatterie. Sono circa le undici di sera quando esce di casa, il marciapiede è lucido e riflette le luci dei lampioni, la pioggia viene giù fine fine.
Attraversa la strada ed entra nell’hotel di fronte a casa sua. Chiede una stanza, deve avere le finestre che danno sulla strada, dice al vecchietto che annota a mano su un foglio i dati della carta d’identità. Aspettando nota quanto marrone ci sia in giro, parquet, bancone, mobilio, ogni marrone di una sfumatura diversa.
È perfetto, si dice il sig.Rinaldini, fa talmente cagare che non ci verrà mai nessuno.
Sale le scale, trova il numero della stanza corrispondente alla chiave, entra e si richiude la porta alle spalle.
Prende uno sgabello e si siede davanti alla finestra, da lì si vede perfettamente casa sua.
Magari è un piano di sostituzione, si dice, e se al posto di mia madre ci fosse già una risorsa?

Il sig.Rinaldini bestemmia, ficca l’indice in bocca e lo succhia. Si è addormentato con la testa appoggiata al vetro, la bava alla bocca e la sigaretta accesa in mano.
Il dito brucia, la sigaretta non più, schiacciata sotto la suola.
Il sig.Rinaldini si stropiccia la faccia con la mano sana, respira piano e a fondo, si guarda attorno, sbadiglia.
Attraverso la finestra osserva il proprio appartamento, fuori il buio copre ogni cosa e non si capisce che ora del giorno sia.
Dopo una settimana di appostamenti non ha colto alcun sospetto accostarsi alla porta, solo il postino, sempre quello ciccione con i baffi.
Il cruccio del Sig. Rinaldini è non poter sorvegliare 24 ore al giorno il palazzo di fronte. Deve scendere a prendere le sigarette, il caffè solubile e la sambuca, ogni tanto deve dormire e farsi una doccia, per il cibo usa il servizio in camera, e il conto corrente scende.
Ormai non gli importa dei soldi, nemmeno del lavoro, ma chi ci torna in quel posto di merda.
L’unico scopo è capire cosa stia succedendo, perché i morti scompaiono, perché i suoi morti scompaiono.
Non sento mamma da una settimana, dice, mentre prende il cellulare scarico e lo attacca al carica batterie.
Ricorda che l’ultima volta ha risposto un uomo, sente gli occhi bruciare. E se mamma fosse già andata?, pensa.
Dopo qualche minuto accende il cellulare e scorre la rubrica e capisce. Ho chiamato Mario l’idraulico, non mamma, ride.
Fa per selezionare il numero di mamma, solleva lo sguardo e dalla finestra vede un tizio nuovo, non è il postino, sta suonando l’ultimo campanello in basso. È il mio, vuole me, pensa.
Si alza dallo sgabello e infila una gamba nei pantaloni, poi l’altra, perde l’equilibrio e sbatte con la spalla a terra.
Bestemmia e si rimette in piedi, raccatta solo le sigarette e il cellulare, si precipita fuori senza giubbotto, prende le scale per fare prima e arriva nella hall senza fiato.
Spalanca la porta, il freddo scuote i sensi, attraversa la strada senza guardare, una macchina gli inchioda a un metro dalle gambe.
Il sig.Rinaldini guarda l’autista, questi smorza la furia, abbassa il braccio, ingrana la prima e riparte schivandolo.
Il tizio del campanello sta per andare via, il sig.Rinaldini urla, sono io, io sono io.
Il tizio si volta, è una donna sulla quarantina, picchietta sull’orologio da polso e dice, lei non era in casa.
Il sig.Rinaldini sgrana gli occhi, chi è?, dice.
Sono il medico dell’INPS, dice lei.
Il sig.Rinaldini la invita a salire, l’accompagna e intanto dice di esser stato in farmacia, si sbraccia, devono pagargli i giorni di malattia.
Arrivano alla porta, entrano, lui dice di dover andare in bagno.
La dottoressa si accomoda, annuisce ma fa una smorfia contrariata, tira fuori le scartoffie da compilare, quando ha quasi finito sente dei passi avvicinarsi.
Il bruciore le piomba addosso, una fitta, si volta, ha una siringa piantata nel braccio, avverte il mondo svanire. Appena prima di addormentarsi sente il sig.Rinaldini dire, dormi, brutta spia del cazzo.

La dottoressa apre gli occhi, prova a muovere braccia e gambe ma li sente bloccati, la testa è pesante, i pensieri vanno a rilento.
Mette a fuoco la figura davanti a sè, il sig.Rinaldini, era venuta per lui, per la sua malattia, e ora si trova immobile, legata con, cos’è quella roba grigia?, nastro adesivo.
E lui la guarda fisso, non ha un’espressione da maniaco, non sembra uno di quelli, ma è arrabbiato, se ne sta in piedi con le braccia incrociate senza dire una parola.
La dottoressa riacquista consapevolezza di sè, del proprio corpo, apre la bocca e fa per gridare, il sig.Rinaldini scatta, le molla uno schiaffone, preme con la mano sulla bocca e dice, se parli ti gonfio.
La dottoressa non riesce a rispondere, il sig.Rinaldini le appoggia la fronte contro la fronte, dice, se hai capito che ti gonfio fai sì con la testa.
La dottoressa fa sì con la testa.
Il sig.Rinaldini prende a camminarle intorno, una, due, tre volte, ha di nuovo le braccia conserte, alla fine si stanca, sbuffa e prende una sedia, si siede e dice, perché fate sparire i cadaveri?
Lei dice, quali cadaveri?
Lui si alza e le molla un pugno.
Lei tossisce, sputa sangue, le si sta gonfiando il labbro, ansima.
Lui stringe i denti, sospira e dice, i cadaveri che faccio io, perché li fate scomparire, perché mi spiate?
La dottoressa inizia a piangere, dapprima è un lamento, poi si fa pianto e infine diventa singhiozzo.
Il sig.Rinaldini si alza, dà un’occhiata alla finestra, il traffico è intenso, il cielo grigio, il vento leggero.
Si accosta a un mobiletto, apre un cassetto ne tira fuori un fazzoletto, sguscia dietro la dottoressa ancora singhiozzante e la imbavaglia.
Si stravacca sul divano, tira fuori dalla tasca dei jeans l’accendino, resta con la sigaretta in bocca senza accenderla, non ha mai fumato in casa per paura che la madre lo becchi.
Si dice, ma vaffanculo, e aziona l’accendino.
La prima boccata lo tranquillizza, si fuma la sigaretta con foga, il mozzicone lo spegne sul collo della dottoressa che urla, ma col fazzoletto in bocca ne esce un mugugno.
-Sei davvero una nullità-
Il sig.Rinaldini gira la testa in direzione della voce e lo vede, un bambino nero, un neonato seduto sul divano, è sporco, nudo e con il ventre avvolto nel nastro adesivo. Guarda il sig.Rinaldini e dice, proprio una nullità, davvero.
Il sig.Rinaldini bestemmia, stringe i pugni e si rivolge alla dottoressa, lo vedi anche tu?
Le grida della dottoressa sono soffocate dal fazzoletto, il trucco le cola lungo le guance, è paonazza.
Il sig.Rinaldini indietreggia, agita il pugno, dice alla dottoressa di fare sì o no con la testa.
Lei guarda il bambino nero con la pancia avvolta nel nastro adesivo, guarda l’uomo che la tiene legata e annuisce.
Merda, sussurra il sig.Rinaldini, hanno mandato anche i bambini transgenici, ma perché?
Il bambino ride, muove le gambine avanti e indietro tirando calcetti all’aria, saresti buffo se non fossi un assassino, dice.
Il sig.Rinaldini nel frattempo ha raggiunto il tavolo, tasta il calcio della pistola senza mai distogliere lo sguardo dalla donna e dal bambino, prende la pistola, si siede grattandosi il mento con la canna dell’arma.
Tossisce, con la mano libera si accende una sigaretta, tira fuori il cellulare dalla tasca e fa una foto al bambino, guarda il display, non vi appare nient’altro che il divano vuoto. Solleva lo sguardo, il bambino lo sta salutando, sente qualcosa salirgli dallo stomaco e urla, che cazzo sei?!
Il bambino smette di salutare, sono un bambino, dice.
Il sig.Rinaldini butta la sigaretta, digrigna i denti, scatta in piedi, mena fendenti verso quel mostro sul divano, nessun pugno lo raggiunge o ferisce. Torna ad arretrare senza distogliere lo sguardo, sbatte con il culo contro il tavolo, bestemmia.
Il bambino dice di smetterla di uccidere, che non serve a niente, che nessuno lo cagherà mai, non così, dice che una volta morta anche la dottoressa sparirà, deve fermarsi.
Il sig.Rinaldini sente le pulsazioni salire, deglutisce ma la gola è secca, si siede, ansima, con un filo di fiato chiede, cosa succede?
Il bambino incrocia le braccia, hai fatto un casino e sei destinato a rimanere una nullità, non sarai mai famoso, resterai niente.
Il sig.Rinaldini sbatte il pugno sul tavolo e urla, perché i morti scompaiono?!
La dottoressa piange, il fazzoletto le sega la bocca.
Il bambino sospira, si lascia andare all’indietro appoggiandosi allo schienale e dice, mi hai ucciso, questo hai fatto.
Che cazzo ho fatto?, dice il sig.Rinaldini.
Il bambino scuote la testa, mi hai ucciso, dice, sono morto.
Da fuori giunge il suono di un clacson, il sig.Rinaldini sospira, quel rumore lontano è una cosa tangibile, l’ha riportato alla realtà.
Osserva l’orologio appeso al muro, la TV, la finestra appannata.
Accende una sigaretta, aspira a lungo, tossisce.
La dottoressa se ne sta con lo sguardo fisso sul pavimento, ogni tanto mugugna qualcosa di incomprensibile.
Il bambino con la pancia avvolta nel nastro adesivo si è sdraiato, braccine dietro la testa.
Il sig.Rinaldini lo squadra e dice, i neonati non stanno seduti, non parlano, non si mettono in quella posizione lì. Sei un’allucnazione.
Il bambino increspa le sopracciglia e dice, mi vede anche la dottoressa.
Il sig.Rinaldini si alza, spegne la sigaretta sul tavolo, lascia lì il mozzicone, siede sul divano a non più di una spanna dal bambino senza però guardarlo e dice, che cosa vuoi per risolvere questo casino? Che devo fare?
Il bambino si stiracchia, torna seduto e dice, devi fare qualcosa di buono per dimostrare di esistere, ci stai?
Il sig.Rinaldini annuisce, poi chiede chi diavolo sia davvero il bambino.
Il bambino risponde, sono morto l’altro giorno, ero sotto al primo fagotto a cui hai sparato, alla stazione. Insomma, dentro la pancia di mamma.
Il sig.Rinaldini trema, suda freddo, per la prima volta riesce a connettere un viso, degli occhi a una delle sue vittime, nella sua testa assumono le forme più disparate, riesce a figurarsi i genitori, i figli, gli amici, la loro storia.
Immagina il bambino ormai adolescente, poi padre, poi nonno, percorre l’esistenza del fantasma accanto a lui, le gambe gli tremano.
Sprofonda la faccia fra le mani, adesso vorrebbe solo non averlo fatto, poter tornare indietro, pensa di slegare la dottoressa, sente gli occhi bruciare, inumidirsi.
Sospira, alza la testa, tenta di mettere a fuoco il bambino e dice, sei un fantasma?
Il bambino annuisce.
Il sig.Rinaldini chiede se sia stato Dio a farlo tornare, se è un angelo vendicatore.
Il bambino allarga le braccia, cos’è dio?
Il sig.Rinaldini sfrega le mani sulle ginocchia e chiede quale sia la punizione.
Il bambino indica la dottoressa e dice, slegala, portala a casa, poi vai dai barboni.
Tutto qua?, dice il sig.Rinaldini, poi compariranno i miei i morti? Oppure o torneranno ad essere vivi, come prima?
Il bambino sorride mostrando le gengive carnose e dice, torneranno i loro corpi.
Il sig.Rinaldini si alza, ondeggia, si aggrappa al divano, suda freddo, i morti hanno facce, hanno vite, e deve farsi carico di una di queste facce di queste vite, per far tornare dei corpi morti.
Non ha senso, prende la pistola e se la punta alla testa.
Il bambino fa no col dito e dice, scompariresti anche tu, anche tu sei una vittima.
Il sig.Rinaldini esce senza chiudere la porta.

Alla stazione, in un angolo buio in cui non passano le guardie, un uomo si tira sulla testa una coperta bucata, il cemento fa venire la pelle d’oca. Sta per chiudere gli occhi quando una donna nera e grassa, vestita di cenci, gli si avvicina, alza la coperta e lo abbraccia, i due stanno così, stretti nel tentativo di passare la notte, sperando che le guardie non li sgomberino. La donna ha paura del giustiziere, così lo chiama la stampa, un tizio che ha ucciso diversi mendicanti e ha fatto poi irruzione in un arci gay, col mitra. Devono ancora catturarlo.
La donna tenta di dormire ma si agita, sbuffa, il cuore le batte come un tamburo. Sveglia l’uomo che sta abbracciando, che le dona calore e gli chiede, quell’assassino non verrà ancora qui, vero?
No, risponde il sig.Rinaldini, sistemandosi il cartone sotto la pancia, quell’uomo non verrà.

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Luca Bruno Zambelli nasce in provincia di Verona nel 1985. Diplomato in termotecnica, lavora per E.N.I.
Ha pubblicato racconti in antologie di concorsi quali Garfagnana in Giallo e la Stanza di Linda.
Attualmente frequenta per il terzo anno consecutivo il corso di scrittura di Ivano Porpora.

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