Otto poesie inedite di Lorenzo Pataro

Lorenzo Pataro

Di LORENZO PATARO

E se fossimo solo un’ipotesi di volo,
un’istruzione leggera all’apertura
delle ali, se fossimo solo
il capovolgimento, la conversione
di un altro altrove in cui vive
la nostra parte divisa,
e se un giorno ci ricongiungeremo
con la coincidenza esatta
della felicità, e se allora forse
sogno e realtà
arrivassero finalmente
a coincidere, e se questa fosse solo
una possibilità da spartire
con l’altro, da scambiare
come in un patto?
E se riuscissimo a non rifletterci
più, se riuscissimo a valicare
il limite dello specchio,
del cielo, della porta, riusciremmo
a ritrovarci ancora interi,
veri come una volta?

*

Ci hanno detto che i gabbiani
torneranno a prenderci sotto l’ala
spezzata, ci hanno detto che una nostalgia
del seme ci riporterà nelle braccia
dei padri un giorno, non avremo pianto né
sorriso, muti saremo nello scoprirci
ancora uguali al primo vagito, nudi
come le pagine vergini al vento
che le disperde, non avremo paura delle cicatrici
che rimangono sulla pelle dopo l’onda,
non avremo terra rovente su cui asciugarci,
ci hanno detto che sul filo tagliente
della gioia non avremo bocca per leccarci,
ci guarderemo senza occhi, saremo
mani e non potremo toccarci.

Ci hanno detto che poi voleremo
stremati al cospetto del Dolore,
ci hanno detto che saremo bianche
piume di balsamo sul suo sudore.

*

Ti ho posato sulla terra
a soffrire la vampa d’agosto,
mio dolore.

Non verrò ad asciugarti
il sudore: ti lascio
l’imputridire del lamento dolce,
lo sgorgare dei pezzi di pelle masticata,
le feci che scottano, ti lascio
a capirmi, ti condanno a te.

È inutile supplicare
se la voce che usi
è la mia.

*

I bambini di sabato si rincorrono
nei vicoli coi bastoni tra le mani
giocano ad afferrarsi per percuotersi
le ansie alle anche, non sanno
della rondine caduta a brandelli
ferita e pulsante sotto la plastica,
non sanno neanche del pianto vischioso
dell’uomo alla finestra che li guarda
feroce a ricordarsi delle corse sbucciate
nel tempo brillante dei baci vergini.

I bambini che di sabato ridono alla morte
non sanno non sanno non sanno.
Anno dopo anno s’accresce il ghigno
bianco della violenza, decresce il riso
nero dell’innocenza.

*

Scivola voluttuoso come burro
bagnato nelle orecchie
il morso ringhiante dell’attesa,
il cane prepara piano l’attacco alla notte
che non sa della sua morte nella pazienza,
un’ombra opaca lo guarda dal buco
d’un muro, non ha occhi né bocca:
è plasma di bava furiosa, racchiude il DNA
d’una felicità perduta.

*

Caro diario,
oggi nella stanza stramazzavo
come corpo vivo cade senza motivo
gettato in semi ad attendere la fioritura
direttamente proporzionale
alle lacrime in procinto di versare
sparpagliato riversavo sulla battigia
bianca lievi pezzi di carne che poi
volavano via, rivestivano i pullover
al posto mio, creavo un altro
mondo dov’ero l’unico Dio.

Piano nella stanza oggi stramazzavo
senza motivo, al mio corpo
vivo ho fatto la quotidiana autopsia:
ho trovato negli organi
una strana forma di nostalgia.

*

In principio fu la condanna beata
del letto-grembo a tenerci lontani
dai cuori pulsanti senza corpi
sui marciapiedi, loro che attendevano
collegamenti terminali con le nostre vene.
Aveva l’odore buono del pane appena
sfornato il tepore amniotico delle coperte,
una goccia di saliva univa le ali disabituate
a gettarsi sui semi, il grano cresceva pari
passo ai tuoi capelli unti dall’asma.

In principio fu la condanna beata
dell’insonnia a tenerci vigili all’arrivo
della felicità, fu un ago nel cuscino
la scoperta che non eravamo noi
i dormienti scelti.

*

No, non vivremo più il tempo giovane
della ferocia estiva, un lembo urlante
il passato ci resta tra le mani e
basta. Non vivremo più il tanto amato
passeggiare tra le luci del sabato, trepidanti
nell’attesa di una sposa a cui bianca donare
una colomba. Siamo sopra la scia di una
lumaca morta da millenni, inutile cercare
la replica del guscio, ciò che siamo
non eravamo, ciò che eravamo
non saremo. Saremo e
basta. Tanto quanto basta per lasciare
nuove scie d’imperfetto
e il perpetuo tentativo di ricongiungimento
all’oro tenuto in bocca dalla gazza
pietrificata sul ramo del lago di niente.

______________________________________

Lorenzo Pataro è nato e vive in Calabria, in provincia di Cosenza, nel 1998. Studia Lettere Moderne a Salerno. Lo scorso giugno è stata pubblicata la sua prima silloge poetica per Controluna-edizioni di poesia, Bruciare la sete, con la prefazione di Eleonora Rimolo. Diversi testi sono usciti per riviste e Lit-blog come Atelier Poesia (uno di questi è stato tradotto in spagnolo dal Centro Cultural Tina Modotti di Antonio Nazzaro), Poetarum Silva, YAWP: giornale di letterature e filosofie, Frequenze poetiche, Menti sommerse per la rubrica “I fiordalisi”, Poesia Ultracontemporanea, Neobar, Limina mundi, Poesie sull’albero, Un posto di vacanza, La rosa in più.

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