Io angelo dannato con rose rosse* (transitando a Nettuno)

Di VITALDO CONTE *

1. Transitando a Nettuno

L’amore e il desiderio sono pulsioni privilegiate di un testo che tende naturalmente a essere sconfinante. Entrambi i campi tendono però a ricordare nel tempo i luoghi che sono stati gli scenari del loro vissuto. O del già vissuto. Anche oltre la vita, poiché attraversano segreti collegamenti. Come l’incontro con Nettuno, che costituisce per me un molteplice archetipico.
Nettuno è il luogo di nascita di mia madre, dove ha vissuto la sua gioventù e i primi incontri con mio padre. Mio padre scultore è l’autore di una statua in bronzo dedicata a Santa Maria Goretti, qui venerata, la cui immagine è sulla sua monografia di arte sacra.
A Nettuno ho avuto, per alcuni anni, un appartamento davanti al mare. Ci andavo come in un rito con le donne che amavo: per desiderarle, mentre guardavo l’azzurro dell’acqua unirsi con quello del cielo.
Ecco, senza neanche volerlo ho tracciato, attraverso le parole, le componenti che mi legano a questo luogo: la madre come origine, l’arte come possibile mistica, l’amore come desiderio che trascende la semplice quotidianità.
A Nettuno, nell’ultimo decennio, ho partecipato a diverse azioni di scrittura performativa, ideate da Ugo Magnanti. Voglio ora raccontare, in questo testo, due di questi eventi, che sono diventati miei viaggi interiori, al limite della visionarietà. Entrambi erano caratterizzati dalla presenza simbolica di una rosa rossa di desiderio: come mia firma di transito dannato. A Nettuno.

2. Nascita di Vitaldix con Rosa Lussuria futurista

Avvertivo che qualcosa di avventuroso voleva fuoriuscire da me e dai ruoli sociali. L’occasione di nascita di ciò fu attraverso un volo/poema che voleva celebrare, con avventurosi compagni, il solstizio d’estate del 2009. Si svolse a Nettuno presso la scuola di paracadutismo Crazy Fly. Dedicai la mia azione al Futurismo, per il suo centenario, e a due suoi protagonisti da me ammirati: Filippo Tommaso (Marinetti), il suo inventore, e Valentine (de Saint Point), l’autrice del manifesto della Lussuria, che era divenuta la mia immaginale ispiratrice di creazione desiderante. L’evento consisteva nell’esprimere un volo/poema, lanciandosi da un aereo nel vuoto da oltre 4000 metri da terra, accompagnato in tandem da un paracadutista.
(…) Avvertivo, anche, in maniera sempre più accentuata negli ultimi tempi, che i miei testi teorici esigevano una espressione oltre la parola: volevano vivere in uno sconfinamento di corpi e immagini di arte come azione. Sì la bellezza dell’azione, che i Futuristi auspicavano, voleva rivivere in me.
Quel giorno uscì imprevedibilmente, nel mio volo/poema, il mio avatar creativo: aveva la maschera di Vitaldix. Incarnava una figurazione fantastico-virtuale, che, pur creata da me, poteva vivere di vita autonoma. Fra le sue connotazioni c’era la ricerca di poetiche sfide, fino al pensiero del folle volo verso l’azzurro del cielo. Quello d’Icaro poteva esprimerlo in maniera eloquente: verso l’alto con la fragilità delle sue ali di cera. Compresi, poi, che Vitaldix era una identità plurale variabile, fluttuante fra un arcangelo nero dalla provenienza imprecisata e un poetico, anacronistico super-eroe, ammiratore dei poeti d’azione come quelli del Futurismo. Ma avvertivo anche che era un mistico cultore dell’estremo desiderio.
(…) Dopo i preparativi di rito, prima d’imbarcarmi sul piccolo aereo che mi avrebbe lanciato nel vuoto, si avvicinò una donna con una rosa rossa in mano per dirmi:
– Dono questa rosa al tuo gesto, fanne ciò che vuoi…
Quel fiore in mano mi apparve indifeso e seducente allo sguardo. Nella corolla vidi un occhio allungato, che mi sembrò di riconoscere. Era un occhio di Valentine. Decisi allora di portarlo con me nel volo. All’improvviso mi venne in mente il modo con cui avrei potuto proteggere quella rosa, tentando di riportarla a terra intatta. Il posto era nella mia bocca: come un tanguero antico o chi ama affrontare il rischio per puro piacere. Ecco la bellezza dell’azione che voleva rivivere. Mi sarei lanciato, dunque, nel vuoto con la rosa rossa in bocca per divenire un paracadutista di Lussuria futurista.
(…) Vitaldix si stava incarnando, fuoriuscendo finalmente da me. Vidi, per un attimo, gli occhi di Valentine. Aveva uno sguardo d’incoraggiante malia, che continuavo a ricercare.
Quando lo sportello si aprì, per il lancio, ebbi l’impatto con il vento. Era violentissimo come il mio desiderio di osare. Sembrava che mi spingesse all’indietro. Chiusi gli occhi: non per timore, ma per una forma estrema di abbandono. Mi sembrò, a un tratto, di sentire delle impercettibili labbra che mi sfioravano la fronte.
– Sei tu Valentine? – sussurrai.
Percepii come risposta delle parole lontane, vibrazionali, che divennero un messaggio per me: – Sono quella che tu desideri che io sia, amore mio eroe. Mi hai cercata nel sogno come fossi realtà… Oggi voglio essere il tuo premio quando fra poco m’incontrerai…
Nel vuoto galleggiavo in una gelatinosa sostanza onirica dal colore indecifrabile, senza tempo e dimensioni razionali. In un passaggio vidi, dentro di me, il suo occhio allungato che mi guardava, senza fissarmi. Si posò come un bacio sulle mie labbra.
Stringevo nel vuoto con i denti, con forza dominatrice, lo stelo della mia rosa che era diventato il corpo di Valentine. Vidi, aperti gli occhi, un paracadutista fotografo che mi riprendeva con la telecamera, allungandomi poi una mano come saluto. Anche se il vento tendeva a piegarmi le dita, riuscii ad aprire l’indice e il medio delle mani per esprimere una duplice V: quella di Vittoria. Ma anche l’iniziale del mio nome di nascita, di quello che era appena nato come avatar e di Valentine, la mia ispiratrice.
I petali della rosa rossa in bocca danzavano freneticamente davanti alla punta del mio naso, mentre guardavo il cielo, il mare, poi infine il suolo, al cui contatto fui spinto violentemente dal vento. Avevo riportato intatta la rosa rossa a terra, realizzando la mia impresa di lirica follia: per amore del brivido e di Valentine.
(…) Aprii la lampo della piccola tasca sul petto, in cui avevo nascosto alla partenza un’altra rosa rossa senza gambo. La lanciai a terra come offerta al cielo, prontamente raccolta da una ragazza. Lessi, infine, il testo scritto sul foglietto che avvolgeva il fiore. Era dedicato a Valentine:
– Ti ho cercato in un solstizio d’estate. Ti ritrovo in una rosa rossa che sboccia nel cielo, dove ti sento sospesa fra sogno e realtà. Tu oggi vivi nel mio volo-poema, respirando i segni del cielo con cui ti desidero senza possesso…

3. Io angelo dannato con rose rosse

Il secondo incontro a Nettuno, che voglio ricordare, si è svolto nel febbraio 2013 presso gli spazi sotterranei del Palazzo della Divina Provvidenza. Era espresso attraverso poetiche “pronunce al buio”. La mia voleva essere una supplica di amore dannato con i suoi sì vissuti e condivisi nell’oscurità con altri. Le mie rose rosse di lussuria diventavano note di uno spartito di demoniaca letizia. Pensai che bisognava prendere atto, talvolta, di essere transitanti in un sogno. Questo poteva divenire realtà solo quando si riusciva a guardarlo con distacco.

Io mi sentivo un angelo dannato,
che era stato scacciato nel buio,
perché giudicato colpevole, colpevole più volte.
Colpevole di aver amato con lussuria una rosa
rossa strega nel nero.
Oh l’odore della rosa io sentivo…
Nel buio cercavo, io volevo consorti mie maschere di un sì,
un nostro estremo sì, oltre la luce,
oltre quel cielo che mi aveva scacciato,
geloso del mio dannato amore desiderio…
L’angelo scacciato poteva diventare un dio che musicava la luce del sì
sì sì sì…
oh amore mio sì…

Nel pronunciare i miei sì con una donna fui trasportato in un’altra dimensione. Fra il sogno e il delirio. Vidi una grande rosa rossa che mi guardava attraverso i suoi petali. Erano occhi di luce che volevano attirarmi a sé. Erano gli occhi di Valentine, che vivevano in altre donne già conosciute. Già amate, anche nei ricordi ancestrali.
L’angelo dannato, che viveva in me, era felice di essersi maledetto per aver amato con lussuria rose rosse di cielo e oscurità. Sorrisi allora sulla mia condizione, sospesa fra l’umanità e il suo oltre.
Oggi penso per comparazione agli angeli di Rilke, che “sono tutti tremendi. Eppure, ahimè, io invoco voi, uccelli d’anima che quasi fate morire” (Rilke). Io mi sento uno di questi angeli che attraversa la Terra. Transito per incontrare donne che possano dannarmi ancora con il loro umano Estremo Amore. Come quelle che ho già visto incarnarsi in rose rosse del mio desiderio.
Io angelo libertino non posso vivere senza donne.
Quelle che scrivono poesia invisibilmente
sulle pagine della mia vita.

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* Il testo dell’autore è pubblicato su AA.VV., Sorridi Sei a Nettuno, a cura di Ugo Magnanti, Edizioni FusibiliaLibri, 2018.

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