Daniele Baron, tre testi da “Il cantico di Hermes”, Controluna Edizioni 2018

Di DANIELE BARON *

Ordito

Il ragno avanza verso il centro della sua tela, il suo prodigio. Un insieme perfetto se ci si pensa, un apparato di cattura: presente e allo stesso tempo assente, linee invisibili che irretiscono d’improvviso, come un pensiero mai pensato che s’installa ingombrante nella nostra mente, diventando ossessione, luogo di caccia e di attesa, di meccanico movimento che coinvolge però la volontà. Il ragno sa a cosa penserà la sua preda: con un misto di stupore e paura si dibatterà cercando di capire perché le sue ali si muovono a stento e come ha potuto essere intrappolata. L’orrore è palpabile in certi momenti e ci si chiede sgomenti chi possa averlo suscitato. L’invisibile cattura il visibile e lo intrappola per cibarsene, ne succhia il midollo. Chi non sa vedere le tele e le trame che ordiscono il suo destino vive tranquillo finché non ha il sentore che la realtà è una pura finzione, infima parte, semplice barlume, finché non rimane intrappolato e si rode il fegato dalla disperazione, finché non capisce che la luce che illumina il suo mondo è solo il riverbero di un riverbero…

Un veggente

“Che ne sapete voi del dono prezioso che mi ha investito? Cosa credete che sia quella vile abilità che a prezzo stracciato ho comprato al mercato? È una maledizione! Una maledizione che mi ha quasi sempre impedito di parlare e di dire, che mi ha fatto strappare da solo gli occhi dalle orbite, che dalla cantina più buia mi ha fatto anelare la luce, come un poppante il latte del seno materno. Non sapevate della mia cecità? Il mio accecamento nasce dal tentativo di seppellire nell’antro più buio della caverna il raggio abbagliante. Non sapevate che le mie visioni sono complicate trappole luminose che cercano di condurre in un pozzo? Che sono forgiate, dalla mia mano ruvida e terrosa, nella fucina dell’oblio? A me, condannato e infetto, a me, povero idiota, la bellezza bacia la fronte e ripassa in circolo con il dito della mano bianca, giocando con dolcezza, le nere orbite vuote! Voi non aspettatevi da me altro che disegni dell’impossibile che facciano gridare la solitudine e la disperazione!”.

Eva

I neri rami dell’albero della conoscenza, nello specchio celeste a zigzag come fulmini, sono le vene dei polsi di Dio. Lei sa ora cosa rimpiangere: non poter più essere acqua nell’acqua in quell’immenso cielo in cui la sua pelle di pesce solleciterebbe un tatto morboso, non poter più essere aria nell’aria in quell’alba tenue, respirata attraverso il fresco delle nubi disperse, non poter più essere terra nella terra in quell’isola germogliante e cieca e soffocata, né più essere fuoco nel fuoco in quell’esplosione di carne e nel piacere della deiezione di sogni attraverso sfinteri incontrollabili. La falsa coscienza, trovata nel peccato, come un becco di aquila martorierà le carni. Scheletri agghindati avranno la presunzione di essere perfetti compagni per feste danzanti e dopolavoro agonistici. Ma Eva ci ha liberato dall’asservimento al perverso gioco di un dio-giudice, giogo per menti deboli, pane per prigionieri auto esiliati, per donarci il gusto nostalgico per infantili ebbre melodie e febbri…

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* Da Il cantico di Hermes, Controluna Edizioni 2018.

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