Vitaldo Conte, "Arte Ultima", Avanguardia 21 Edizioni, 2017
Vitaldo Conte, “Arte Ultima”, Avanguardia 21 Edizioni, 2017

Di VITALDO CONTE *

Un nuovo destino dell’arte può passare attraverso un destino altro dell’essere. Il “nuovo” può avere ancora un significato se include un diverso modo di porsi dell’autore verso la propria creazione.

Crepe su pareti e bruciature, manifesti strappati e non-colori dei materiali allo stato naturale, rifiuti e oggetti abbandonati, graffiti e parole leggibili e non (presenti ovunque), corpi “di-segnati” o in azione, sono diventati oggi segnali d’arte. La mutevolezza del presente ne cambia continuamente la visione, la lettura, il genere: “l’arte è passata ovunque nella realtà. E’ nei musei, nelle gallerie, ma altrettanto è nei detriti, sui muri, nelle strade, nella banalità di ogni cosa oggi sacralizzata senza altra forma di procedimento. L’estetizzazione del mondo è totale(J. Baudrillard).

L’atto creativo tende a trasferirsi, da diversi decenni, in una dimensione d’ambiente, rendendo, talvolta, ininfluente la presenza dell’oggetto d’arte in talune espressioni: nelle installazioni, ambientazioni corporee e virtuali, rarefazioni luminose, ecc. Visibile o invisibile, l’opera necessita però di una specifica “vibrazionalità” o allusiva significazione che la differenzi dal “niente”. Il termine estetica, come indicazione d’arte, significa poco o è solo una rigidità concettuale, non essendo più questa circoscrivibile all’esclusivo spazio visivo dei suoi linguaggi: nella creazione e fruizione che, talvolta, dialogano nella stessa opera.

L’arte coinvolge tutti i sensi, ufficiali e vibrazionali, in una sinestesia illimitata che può essere “delimitata” in un’opera, ma anche “vissuta” nell’esistenza attraverso le sue azioni. Far diventare sinestetica la vita è un modo per ascoltare il nostro oltre, elevando i gesti, da pura esteriorità e consuetudine, a una ritualità interiore e creativa. “Affrancandosi” dal feticcio come valore e da narcisistiche affermazioni personali (anche quando presumono di essere portatrici di significati superiori), l’arte può realizzare un destino altro.

La creazione è entrata, dunque, dentro l’esistenza come essenza e presenza quotidiana: con qualunque linguaggio, materiale, comportamento, e in qualsiasi luogo che diviene d’arte, se “scelto” dall’autore. Le sue espressioni includono l’open space, fino all’estensione virtuale, con le sue maschere e corporeità modificabili: extreme nei confini non più dilatabili dai sensi. In questi spazi ultimi possono sorgere delle domande, anch’esse extreme: dove si arrestano gli estremi confini dell’arte? L’invisibile stesso può essere considerato un estremo confine? La parola-convenzione extreme può comunicare indifferenziazione plurale, che riassume nel suo stesso corpo di lettere. Questa parola, così “travestita” e “animata”, pur appartenendo a una lingua-codice, può indicare (come nel mio caso) una lingua creativamente “dispersa”.

Sull’estremo e sull’arte estrema, negli ultimi anni, sono uscite pubblicazioni e si sono svolte manifestazioni, atte a documentarne possibili scenari e protagonisti. L’arte estrema è, talvolta, un luogo retorico di una sistemazione razionale, soprattutto nell’Occidente, sempre alla ricerca, dal ‘900 a oggi, dei possibili ultimi confini dell’opera: bianca, invisibile, nascosta, manipolata, smaterializzata; aperta all’ambiente, progetto, pensiero, luce; materialità fisica fino agli estremi “risvolti” del corpo esibito, ferito, tecnomutato; ecc.

L’arte, nella sua erranza, ha cercato e cerca sempre possibili estreme latitudini. Rilke, a Parigi, alle prese con un romanzo incompiuto e un saggio su Rodin, pur insoddisfatto, non osa percorrere “il verso” che pure intuisce: “Gli oggetti d’arte sono sempre risultati dell’essere-stati-in-pericolo, dell’essere-andati-fino al limite ultimo di un’esperienza, fino al punto da cui nessuno può procedere oltre” (R.M. Rilke). L’artista può essere “chiamato”, prima o poi, alla prova estrema: quella dello spingersi verso l’oltre. Il suo estremo è la consapevolezza, anche, del proprio limite, oltre che del limite di un linguaggio: oltre a questa soglia ci può essere la perdita, il nulla, la morte. La vita stessa “sembra spaventarsi di fronte a questa immagine o a questo pensiero” (F. Rella). Ma tanto “più si va avanti, tanto più il senso dell’esperienza diventa proprio, personale, unico e l’oggetto artistico è, alla fine, l’espressione necessaria, irreprimibile, il più possibile definitiva di tale unicità” (R.M. Rilke).

La stessa espressione d’arte definita – estrema – ha molteplici significati: ultima a livello temporale, di difficile o futuribile sistemazione nei linguaggi codificati dalle tradizioni, dotata di una carica danger o radicale, ecc. Talvolta ciò che è considerato – estremo –, in un tempo, diviene, successivamente, base  di partenza per nuove estremità.

Le ricerche sinestetiche dell’Arte Ultima cancellano le linee di demarcazione tra evento, espressione e realtà, per fluire “oltre ogni genere” prestabilito e unico. Queste creazioni concepiscono, con i loro linguaggi che “dialogano”, la propria opera d’arte totale, che può divenire anche ambientazione di esistenza, ritualità espressiva che ricerca il suo oltre.

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* da Vitaldo Conte, Arte Ultima, Avanguardia 21 Edizioni, Roma 2017

 

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