“Zeminooidal”, un estratto dal romanzo “Morte ai vecchi” di Franco “Bifo” Berardi e Massimiliano Geraci (Baldini&Castoldi)

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Di FRANCO “BIFO” BERARDI e MASSIMILIANO GERACI

Per un paio d’ore Isidoro ascoltò distrattamente le lamentele dei colleghi. Quando toccò a lui bofonchiò poche frasi che non volevano dir niente. Si era stabilita da lungo tempo una cerimoniosa complicità. L’intero corpo insegnante aveva capito benissimo che, al di là delle considerazioni di dettaglio, l’intera macchina scolastica era bloccata da un fondamentale difetto di comunicazione. Un difetto impossibile da correggere perché riguardava il formato di rice-trasmissione dei sistemi neurali. Torpidi cervelli critici aggrovigliati sui tempi lenti della trasmissione alfabetica non sono compatibili con apparati cognitivi iper-mobili, segmentati su configurazioni istantanee e vibratili. Quello dell’ultimo banco muove la testa da destra verso sinistra con sussulti velocissimi e non può soffermare lo sguardo sulla riga del libro per più di un secondo. Frazioni di attenzione si accendono nella brillantezza di uno sguardo, ma poi lo sguardo salpa verso altre direzioni, più in alto, a sinistra, più in alto.

Isidoro Vitale insegnava da quarant’anni. “Se il mondo fosse giusto”, pensava, “sarei ormai in pensione da tempo.” Ma da quando si è stabilito che gli anziani non devono mai smettere di partecipare alla vita sociale e produttiva la pensione non esiste più.

Grazie alle nuove terapie l’efficienza fisica è garantita a qualunque età, anche se la materia di cui è composto il cervello si trasforma in fanghiglia. Così Isidoro aveva dovuto arrendersi all’idea di continuare in eterno la sua commedia, svegliandosi ogni mattina per andare a parlare con dei tizi dei quali gli importava meno di niente. È faticoso e frustrante incontrare ogni giorno ragazzini ai quali non hai nulla da dire e in ogni caso non ti ascoltano: trasmissioni cerebrali sintonizzate su lunghezze d’onda incompatibili. Quando finì la riunione, il professor Vitale riuscì a sgattaiolare fuori dalla sala insegnanti. Scese le scale senza fretta e nell’atrio incontrò Rosso, il bidello più anziano della scuola. Un tempo Rosso aveva frequentato la sua casa, quando Paula abitava ancora con lui ed erano una famigliola che chiunque credeva serena. A quell’epoca Rosso faceva il pittore, prima di convertirsi definitivamente al più lucrativo mestiere di bidello. Si salutarono con un piccolo inchino di reciproca deferenza. Il vecchio Rosso, piccoletto e curvo, aveva sempre pronta una frasetta di nostalgia per i tempi andati, ma Isidoro non sapeva mai che rispondere, e scuoteva appena il capo con un sorriso. Stavolta però, prima che Rosso tirasse fuori la sua frasetta nostalgica, arrivò Nerina, la sua compagna, piccola come lui, e ritta, magra, scattante. Isidoro li salutò, poi uscirono separatamente. Vestivano come vivessero dentro un film di Jim Jarmush. Lui indossava una giacchetta grigia di lanetta leggera e una cravatta di tessuto sintetico a minuscoli scacchetti bianchi e neri, una camicia bianca dal colletto morbido, pantaloni di tela nera a tubo e scarpette leggere da ciclista.

Nerina aveva una tunica di cotone stretta di colore scuro che fasciava la sua figura minuscola e un po’ ossuta ma agile, e portava ai piedi scarpe cinesi di tela nera con un largo laccio bianco. Isidoro rimase a guardarli mentre uscivano dalla porta. Si attardò sulle scale per non dover percorrere insieme a loro il vialetto senza sapere che dirsi. Poi uscì dalla porta a vetri, e una ventata di afosa aria metropolitana lo investì. Era buio là fuori, quasi notte. Isidoro camminava lentamente lungo le siepi che costeggiano il vialetto. Ci volle qualche minuto per raggiungere la fermata dell’autobus.

Le case, i terrapieni, le reti arrugginite, il muretto di cemento: un luogo triste in cui la città si estenua e le auto passano in fretta accelerando dopo la curva. Quando uscì dal viottolo che immetteva sulla strada, agli occhi stanchi di Isidoro parve di lontano di vedere accalcata e fremente intorno alla fermata dell’autobus una piccola folla elettrica che si agitava come in un balletto. Rumori gutturali, un urlo acuto, voci soffocate. Attirato da un presentimento, accelerò il passo.

Rapidamente sbalzati giù dalle loro gnomo-macchine, una decina di fantasmi allampanati si agitavano alzando le braccia ed emettendo suoni sibilanti. Altri veicoli rimbombavano giù dal ponte della superstrada e arrivavano da svincoli laterali. Erano ormai una trentina, e anche più.

Isidoro aveva capito cosa stava accadendo. Ne aveva sentito parlare, anche se non aveva mai assistito all’avvenimento. Forse sarebbe meglio allontanarsi, gli disse una vocina interiore, ma i suoni si facevano più forti e una zona del suo cervello non aveva smesso di esaminare i dati a disposizione.

Tentennò per qualche istante, poi il tempo gli parve raggrumarsi, ridursi in polvere e disperdersi nell’afa. I suoni si erano intensificati, urla secche, insulti incomprensibili, minacce. Isidoro fece ancora pochi passi guardinghi, quando si rese conto che in mezzo al ronzare frenetico che non smetteva di espandersi, c’erano Rosso e Nerina. Rosso era a terra, seduto, e con la mano si teneva il naso. Un ragazzino sguainò una katana da un fodero di legno laccato nero con un dragone sbuffante dipinto di giallo, un altro aveva un guanto metallico con tre lame ricurve riccamente decorate pescate da un medioevo immaginario. Rosso era a terra, colpito, circondato da giovinette urlanti, e un allampanato spilungone dalla chioma viola elettrico gli allungò un calcio nelle costole, da dietro, con la punta dello stivale. Il vecchio bidello parve spezzarsi sotto quel colpo, il collo gli si allungò meccanicamente. Le braccia protese in avanti. Nerina, che fino a quel momento non era visibile dal punto in cui si trovava Isidoro, sfuggì alla presa di una ragazzetta e si precipitò ad abbracciare il suo povero compagno per proteggerlo con il corpo, come aveva visto fare forse in qualche antica rappresentazione della guerra civile spagnola. La sua tunica leggera disegnava il corpo scattante e magro di settantenne. Rosso non era in grado di difendersi, e lei aveva sempre dovuto battersi contro le malvagità del mondo. Rosso era sempre stato un ingenuo, toccava a lei difenderlo dalle intemperie. Da solo avrebbe perduto la strada, sarebbe morto di freddo.

Isidoro stava lì tentennante e avrebbe voluto gridare «lasciateli!», quando lo afferrò un giovane spilungone puntandogli contro un coltello e facendogli scivolare gli occhiali che rotolarono per terra frantumandosi. Isidoro Vitale rimase così a mezz’aria, sospeso sulle punte dei piedi. Gli occhi sbarrati non vedevano altro che ombre confuse.

«Zeminooidal», gli bisbigliò in un orecchio il giovane con dolcezza inquietante. Isidoro sentì, ma le sue sinapsi impazzite non furono in grado di decifrare il senso di quella parola che pure richiamava nella sua mente ricordi inquietanti e profondi. Udì, ma non udì. Protese debolmente un braccio in direzione della mazza di ferro che scendeva a colpire sulla nuca la fragile vecchiezza di Nerina, e con voce strozzata riuscì a gridare «Non farlo», mentre ormai la fanciulla di un tempo che Rosso aveva amato per la sua superiore aristocratica cortesia cadeva come un ramoscello di mirto sospinto in avanti, spezzato e gettato sul corpo del suo antico compagno. Lui, tormentato e morente la accolse tra le braccia mentre una lama corta lo colpiva proprio dietro il collo conferendo una nuova rigidità al corpo già afflosciato. Nella luce itterica dei fari delle auto di passaggio, Isidoro vide vorticare e condensarsi quel branco di piraña, e vide il corpo inarticolato di un legnoso burattino sobbalzare e ricadere, sempre stringendosi al petto quel mucchio di ossa sanguinolente che erano il suo amore, la piccina che aveva tanto a lungo zampettato al suo fianco. Isidoro sentì che le gambe non lo reggevano più, fin quando il ragazzo allentò la presa.

Come era apparsa, la folla elettrica scomparve e Isidoro si risvegliò, non sapendo lui stesso né quando né come, su un lettuccio metallico in un ufficio di polizia.

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Nei territori della Pianura, in un futuro non troppo lontano, anzi forse già presente, si sussegue una serie di gerontocidi da parte di nugoli di giovani che sembrano agire sotto una spinta ipnotica.
L’idea narrativa proviene da un romanzo di Adolfo Bioy Casares, Il diario della caccia al maiale, un libro del 1968.
Ma se in Casares la storia aveva un carattere politico facilmente decifrabile, qui i giovani assassini sono mossi dagli effetti di un’operazione commerciale, ormai fuori controllo: un prodotto della Inside Corporation (o è un sabotaggio?), la holding che gestisce la maggior parte dell’industria mondiale dell’intrattenimento giovanile. Una sorta di psicofarmaco teletrasmesso in grado di mettere i giovani in contatto fra loro, di farli comunicare a livello cellulare attraverso una “subitanea transcosciente aggregazione”. L’imprevista esplosione della violenza di gruppo contro gli anziani ha gettato l’azienda nel panico. Che fare? Il giovanissimo programmatore del tele-farmaco, Luca Ferenczi, è in coma in un letto d’ospedale a causa di un incidente che lo ha reso apparentemente incapace di intervenire.
La storia inizia in un giorno qualsiasi dell’anziano professor Isidoro Vitale, che all’età di ottantatre anni deve ancora recarsi quotidianamente a fare lezione all’Istituto Lorenzo Valla. Non esiste più la pensione, i vecchi devono lavorare fin quando un alito di vita li tiene svegli. La psicofarmacologia è in grado di fornire un’inesauribile vitalità, mentre il loro mondo interiore lentamente marcisce, si sfalda, si polverizza. Il cerchio si stringe intorno al povero professor Vitale: la figlia Federica, fidanzata di Luca Ferenczi, è morta qualche anno prima in circostanze poco chiare. La moglie l’ha abbandonato da tempo, per seguire la sua carriera di imprenditrice nel campo della farmacologia di ringiovanimento psico-cellulare. Una sera, uscendo dall’Istituto nel quale insegna, Isidoro assiste all’uccisione di due anziani bidelli. Ma mentre il mondo sembra accartocciarsi intorno a lui, incontra Martina, l’amante di un tempo, unico raggio di sole nella sua vita nebbiosa.
Ospedali, farmacie, gerontocomi, pillole per stimolare l’erezione, depressioni spaventose e farmaci miracolosi. Una matura investigatrice che indaga sull’epidemia di gerontocidi e si innamora di un giovane matricida. Giovanissimi super-accessoriati tecnologicamente incapaci di comunicare, affettivamente desertificati, che improvvisamente si mutano in luminosi esecutori di un disegno infernale, spinti da impulsi incomprensibili. E un giornalista che cerca di capire, che cerca di raccontare ai suoi lettori il vero significato di quello che sta accadendo.
Il romanzo procede attraverso flussi di linguaggio di ritmo diverso. Rapidi ellittici scambi mentali tra giovanissimi, deliri neurolirici, lente malinconiche depressive pagine di riflessione su un mondo sfuggito alla comprensione. Folli esilaranti teorie esplicative elaborate dal decrepito preside dell’Istituto Lorenzo Valla intossicato fino all’inverosimile di sostanze psicotrope, e fanatico paladino dell’umanesimo che si sta spegnendo.
Il linguaggio oscilla tra i toni semiseri di un allucinato racconto filosofico e quelli deliranti dell’iperviolenza isterica di una generazione incapace di coscienza ma superdotata dal punto di vista tecnologico.
L’inferno adolescenziale contemporaneo non è qui raccontato dal trito punto di vista della critica sociologica, ma dal punto di vista di una maledizione psichico-metafisica, una maledizione che rende veri i mondi infernali che la narrazione secerne. In questo senso in fondo KS è un romanzo sullo scrivere romanzi.

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