La proclamazione dello Stato Israeliano sui giornali
La proclamazione dello Stato Israeliano sui giornali

Di GIUSEPPE MASALA

Trovo veramente triste, specialmente nel corso della Giornata della Memoria, il parallelismo tra l’Olocausto e la questione palestinese. Le riflessioni sorgono spontanee, ma c’è modo e modo. Innanzitutto si può ricordare ogni cosa a tempo e a luogo e oggi, proprio oggi – sia detto con tutto il rispetto e la delicatezza possibile – sottolineare le sofferenze dei palestinesi è fuori tempo e fuori luogo. E poi, diciamolo, c’è una punta di cattiveria in questo paventato parallelismo perché si vorrebbe sostanzialmente sostenere, tramite esso, che i palestinesi sarebbero gli ebrei di oggi mentre gli israeliani incarnerebbero, mutatis mutandis, i nazisti.
Mi rammarico molto che a questo parallelismo – davvero ingegnoso e di facile presa – abbocchino tanti compagni e compagne che evidentemente non valutano nella maniera appropriata i fatti storici. Fatti che obiettivamente sono sotto gli occhi di tutti, e che enumero tra i seguenti:
1) Lo stato israeliano non è nato dalla distruzione di uno stato palestinese che non è mai esistito. E’ nato dalle ceneri del “mandato britannico” che aveva preso il posto, alla fine della prima guerra mondiale, dell’Impero Ottomano.
2) Già a fine Ottocento esisteva, in Palestina, una forte comunità ebraica nata da ondate migratorie figlie dell’ideologia sionista, ma anche dell’esasperazione causata da secoli di antisemitismo;
3) Lo stato di Israele nasce con un regolare voto delle Nazioni Unite (su impulso sovietico, è bene ricordarlo). Credo sia un caso più unico che raro;
4) Le circostanze storiche che spinsero gli ebrei a lottare per un loro stato le conosciamo tutti e dovremmo celebrarle oggi;
5) Lo stato di Israele non è uno stato confessionale e razziale. Tanti sono i cittadini di fede musulmana che eleggono i loro rappresentanti in Parlamento, per esempio.
Enumerando questi cinque punti sto mettendo in opera la glorificazione dello stato israeliano? Non credo proprio. Tento, piuttosto, di dire le cose come stanno. Gli israeliani hanno commesso errori? Certo che sì. Li hanno commessi come avviene sempre o quasi in tutti gli stati nella loro fase nascente. Forse vogliamo dimenticare che dietro la retorica patriottarda che accompagna il ricordo dell’epopea della nascita dell’Italia come stato unitario vi è l’annessione forzata e il saccheggio del Regno delle Due Sicilie? O forse vogliamo dimenticare che dietro la nascita degli Stati Uniti d’America vi è la guerra con l’Impero Britannico, il genocidio dei nativi indiani e la deportazione e la riduzione in schiavitù di milioni di africani? E che dire dell’Unione Sovietica nata da una sanguinosa rivoluzione e da una terribile guerra civile protrattasi per qualche anno? La storia, a guardare bene, ci ha insegnato che quella entità chiamata Stato – che a scuola ci hanno educato a vedere come ammantato da un’aurea sacrale – nasce quasi sempre da un bagno di sangue frutto di una guerra o di una rivoluzione.

Lo Stato d’Israele non è sfuggito a questa regola tremenda ma, lasciatemelo dire, tra tutti i bagni di sangue il suo è a sua volta uno dei meno tremendi. Venendo all’oggi, nessuno nega che Israele commetta degli errori. Per esempio l’operazione “piombo fuso” così può essere considerata sia dal punto di vista politico che militare. Ma forse i palestinesi non commettono errori? Non è forse un errore aver consegnato – a Gaza – il potere politico ad un partito lugubre, di origine e d’impostazione terroristica, che si nutre d’odio come Hamas? Non sono forse errori gli attentati e gli accoltellamenti che subiscono gli israeliani da parte di fanatici palestinesi?
Semplicemente Israele andrebbe giudicato con equanimità e sulla base dei fatti reali così come tutti gli altri stati. Quando si fa un parallelismo tra Israele e la Germania nazista si dà semplicemente luogo a un non sequitur e si fa solo dell’antisemitismo malamente mascherato dalla foglia di fico del cosiddetto antisionismo. E se a questo artificio dialettico ricorrono dei compagni, la cosa appare a maggior ragione in un alone ancor più permeato di idiosincratica anomalia ideologistica.